Se pensiamo agli anni ’80 nei loro aspetti più vistosi e superficiali, ci vengono subito in mente colori sgargianti, rampantismo, edonismo spinto fino al ridicolo, trionfo dell’apparenza, vacue illusioni di un mondo patinato che sembrava poter durare per sempre, nel quale ognuno avrebbe trovato chissà quali opportunità, e in generale uno stile di vita sempre un po’ al di sopra delle proprie condizioni reali.
Ovviamente, la musica che girava al tempo non poteva non risentire di tutto ciò. Anche quella che più amiamo e ascoltiamo, una volta smorzata la carica rabbiosamente ribellistica della N.W.O.B.H.M. e dell’US metal all’inizio del decennio, si era incanalata in direzioni che premiavano la grandiosità, talvolta un po’ vuota, che caratterizzava quel periodo. Non a caso, l’esplosione di emittenti come MTV avevano favorito una spasmodica ricerca di immagine, unita a super produzioni, spesso caratterizzate da suoni artificiosi (quei maledetti rullanti col riverberone e relativi schizzi d’acqua nei videoclip!) da parte di un’industria musicale che divorava tutto con tempi sempre più frenetici e che chiedeva un’immagine diventata altrettanto importante dei contenuti musicali. È oggettivo che in questo ambito siano stati prodotti dei grandissimi dischi, tutt’ora colonne portanti di quello che ascoltiamo, ma è anche vero che ad un certo punto questa formula iniziò a mostrare la corda. La reazione musicale a tutto ciò, nella seconda metà del decennio, era stata da una parte l’affermazione del thrash metal, dall’altra la riscoperta di sonorità più vere, legate alle radici, che andavano a scavare nel sound del decennio precedente. Ci si ricordava che il blues era la grande madre di tutto, e che, in fin dei conti, la vera essenza del rock andava ripulita dai troppi orpelli che avevano caratterizzato i tempi più recenti. L’enorme successo dei Guns n’Roses, in qualche modo figli di questa riscoperta, aveva favorito l’uscita di album che andavano in quella direzione, a volte in maniera più timida, a volte più esplicita, passando per hard rock, southern rock, hard blues e simili. Se il debutto dei Fastway era troppo precoce per inserirsi in questo filone, band quali Great White, The Cult, Tangier e Cinderella, che avevano già pubblicato dischi, e i debuttanti Georgia Satellites, Tesla, Kingdom Come e Badlands, segnavano indelebilmente la nuova voglia di classic rock. Questa tendenza andrà avanti fino ai primi anni ’90 con gli esordi di formazioni quali Quireboys, Black Crowes, Thunder e Gotthard, per poi venire travolta dal grunge, genere su cui i discografici punteranno in esclusiva, cancellando con un colpo di spugna tante gemme in mezzo ad un mare di orpelli francamente rinunciabili: il classico caso in cui si butta via il bambino con l’acqua sporca. Ma questa è un’altra storia.
In questa parziale rassegna andremo quindi a esaminare i quindici dischi che, fra grandi classici e nomi quasi sconosciuti, a nostro avviso sono stati fra i più significativi di quel filone musicale.
Daniele Zago
In questo elenco non abbiamo incluso gli album, pur fondamentali, già recensiti in time warp e ristampe, dei quali mettiamo i link perché è impossibile non citarli.
Great White: Once Bitten (1987); Cinderella: Long Cold Winter (1988) – Heartbreak Station (1990); Dogs D’Amour: In The Dynamite Jet Saloon (1988) – Tesla: The Great Radio Controversy (1989); Badlands: Badlands (1989); Tangier: Four Winds (1989) – Salty Dog: Every Dog Has Its Day (1990) – Lionsheart: Lionsheart (1992); Cry of Love: Brother (1993)
Great White: Shot in the Dark (Capitol – 1986)

Nel 1986, con l’uscita di “Shot in the Dark“, i Great White smisero di inseguire il metal acerbo degli esordi per capire finalmente di essere dei predatori notturni in una Los Angeles intrisa di blues e asfalto bollente. Questo album rappresenta il momento del “tutto o niente”: scaricati dalla major dopo il flop del debutto, i ragazzi si autofinanziarono il lavoro con una piccola etichetta indipendente, scommettendo su un sound che l’industria considerava ormai superato. Fu una scommessa vinta grazie all’alchimia magnetica tra Jack Russell e Mark Kendall, un binomio che qui trova la propria identità definitiva rinunciando alla velocità in favore del peso specifico del groove. Russell si impone come un frontman dal controllo vocale straordinario, capace di passare da graffi rock a sfumature quasi noir, mentre Kendall spoglia la sua chitarra da ogni virtuosismo inutile per privilegiare un suono elegante, denso e carnale.
L’album si apre con la spavalderia di “She Shakes Me“, mettendo subito in chiaro che la band ha imparato a gestire la tensione sonora con una classe superiore. La title track diventa immediatamente un inno notturno, un pezzo talmente sensuale e trascinante da convincere la Capitol Records a rimettere la band sotto contratto in fretta e furia dopo averne annusato il potenziale commerciale. Il cuore emotivo del disco risiede però nella straordinaria rilettura di “Face the Day” dei The Angels, una traccia cupa e ipnotica che insegnò alla band come dominare i tempi lenti. Il disco prosegue in un equilibrio perfetto tra l’energia muscolare di “Is Anybody There” e la malinconia matura di “Waiting for Love“, chiudendo il cerchio con la spinta stradaiola di “Run Away“. Anche il cambio della copertina, originariamente più provocatoria e poi resa più enigmatica per la grande distribuzione, rifletteva il passaggio verso un hard rock raffinato e potente. “Shot in the Dark” resta uno dei capitoli più onesti e riusciti della scena americana di metà anni Ottanta.
Annalisa Malavolta
Georgia Satellites: Georgia Satellites (Elektra – 1986)

Una piccola, grande storia che sembrava impossibile potesse accadere. Un gruppo di ragazzi di Atlanta, indifferenti al fatto che eravamo oramai nei patinati anni ’80, si mette a suonare la musica che ha sempre amato: un southern r’n’r caldo, essenziale, con un sound scarno ma incredibilmente energico. Dopo la pubblicazione di un mini lp, “Keep The Faith” nel 1985, che ha incredibilmente un buon riscontro, la band, consolidata attorno a Dan Baird (chitarra e voce), Rick Richards (chitarra), Rick Price (basso) e Mauro Magellan (batteria), ottiene un contratto per la major Elektra e pubblica, nell’autunno del 1986, il suo primo full leight, semplicemente auto intitolato. Già dalle note iniziali di “Keep Your Hands To Yourself” (brano usato come singolo), una telecaster che suona un giro di puro e semplice r’n’r con suoni veri e valvolari, su cui Baird declama una sbilenca linea vocale con i suoi vocalizzi country, era percepibile che qualcosa, del tutto fuori dai quei tempi, stava accadendo. E anche le successive “Railroad Steel”, “Battleship Chains”, il roots di “The Myth Of Love”, il southern punk (si può dire?) di “Can’t Stand The Pain”, e la semi ballad “Golden Light”, complici assoli di chitarra a tutte pentatoniche e molta slide guitar, distantissimi dagli shreder allora in voga, stavano a dimostrare che i Georgia Satellites, incuranti delle mega produzioni artificiose del tempo, andavano a scavare all’essenza del rock n’roll, del southern, della roots music, ma anche della lezione britannica di Rolling Stones e Faces, complice anche la cover di Rod Stewart “Every Picture Tells A Story”. L’album ebbe un successo clamoroso, arrivando a toccare il secondo posto della classifica di Billboard. Un calante riscontro dei due successivi album (“Open All Night” dell’87 e “In The Land Of Salvation And Sin” dell’89) e contrasti interni porteranno la band a sciogliersi, con i singoli membri a portare avanti proprie carriere, ma la testimonianza di questo “Georgia Satellites” resta, oltre che un disco clamorosamente bello, uno sprazzo luce autentica, che pur apparentemente alieno rispetto a (quel) tempo, non mancherà di piantare dei semi che nel futuro germineranno.
Daniele Zago
Tesla: Mechanical Resonance (Geffen Records – 1986)

Esistono nella storia della musica degli album inattaccabili, che, se anche minimamente criticati, sollevano rivolte popolari per quanto siano imprescindibili; al di là di gusti e preferenze personali “Mechanical Resonance” album di debutto dei Tesla pubblicato nell’anno magico 1986 è uno di quei lavori… suonato benissimo, senza fronzoli, ottimamente prodotto dall’accoppiata Thompson/Barbiero e con una lista di canzoni pressoché perfetta.
Mentre l’hard rock americano stava diventando sempre più patinato i Tesla scelsero una strada più classicamente rock (con un’importante componente blues): volume al massimo, la voce abrasiva di Jeff Keith, doppia chitarra e meno apparenza (anche se qualche foto dell’epoca tradisce un certo utilizzo di lacca per capelli).
Fin dall’apertura con “EZ Come EZ Go”, l’album mette in chiaro la propria identità: riff energici, ritmiche controllate e una sezione ritmica che detta l’andamento… sempre con una spiccata melodia di fondo. Si susseguono pezzi memorabili come “Cumin’ Atcha Live”, “Rock Me To The Top” ed emerge come, pur non cercando di reinventare il rock, i Tesla suonino molto più autentici rispetto ad altri gruppi “esteticamente” più in voga.
Certamente non manca il lato radiofonico (era comunque una pubblicazione della Geffen): la power ballad “We’re No Good Together”, l’inderogabile “Modern Day Cowboy”, “Cover Queen” e la sinuosa conclusione di “Before My Eyes” brani con ritornelli memorabili e arrangiamenti solidi (che mancano come il pane al giorno d’oggi). Le chitarre di Frank Hannon e Tommy Skeoch lavorano in perfetta sintonia, alternando assoli incandescenti e riff sporchi motivo per cui questo lavoro risulta invecchiato sorprendentemente bene.
In definitiva un debutto potente e sorprendentemente genuino, per molti il miglior lavoro dei Tesla, e riascoltandolo ancora oggi si capisce oggettivamente perché.
Alberto Capettini
The Cult: Electric (Beggars Banquet – 1987)

Camaleontici: questo sono stati i The Cult nel corso della loro carriera, riuscendo quasi sempre a fare centro in generi non adiacenti tra loro, mutando coordinate stilistiche praticamente ad ogni album ma rimanendo sempre chiaramente la band di Ian Astbury e Billy Duffy.
Non fa eccezione “Electric”, un lavoro in cui la band abbandona le tinte dark e pop degli esordi, che pure avevano fruttato il disco d’oro sia in Inghilterra che negli USA per “Love”.
Ma torniamo indietro, a “Licensed To Ill” dei Beastie Boys. Cosa c’’entra? Il lavoro esce per la Def Jam e cattura l’attenzione di Ian Astbury, frontman dei The Cult, che vuole il produttore Rick Rubin per la propria band. Basta il suono delle prime note della chitarra di Duffy su “Wild Flower” per capire perché ha avuto perfettamente ragione nella scelta: il sound asciutto e diretto che si respira è figlio dell’hard rock anni Settanta, la produzione di Rubin e gli arrangiamenti asciugano i brani all’essenza e restituiscono sonorità secche e ficcanti, lontane anni luce da quelle gonfiate degli anni Ottanta in cui l’album è uscito e in cui ancora oggi si fa fatica ad inquadrarlo.
Un pezzo assolutamente epocale come “Love Removal Machine”, il martellante incedere di “Lil’ Devil’” punteggiato dal basso di Jamie Stewart e una reinterpretazione del classico “Born To Be Wild” degli Steppenwolf fatta con la sfrontatezza di chi non deve chiedere mai sono i passaggi più noti di un album che sembra arrivato direttamente da un’altra epoca, composto da brani senza fronzoli e da riff memorabili, come quello sgangherato che attraversa “Peace Dog”.
Anche a riascoltarlo adesso, la sensazione è quella intensa di essere tornati indietro nel tempo, a quel momento in cui tutto sembrava fresco e nuovo. Missione compiuta
Giovanni Barbo
Kingdom Come: Kingdom Come (Polydor Records – 1988)

Un tassello fondamentale della riscoperta delle sonorità classic hard rock di fine anni ’80 sono senz’altro i Kingdom Come. Vengono fondati nel 1987 dal cantante tedesco Lenny Wolf (ex Stone Fury), una sorta di clone di Robert Plant, che spinto dal suo management, forma una nuova band con musicisti americani. Troviamo infatti i chitarristi Danny Stag e Rick Steier, il bassista Jhonny B. Frank e il batterista James Kottak, già con i Montrose. Da lì ad arrivare alla registrazione di un album il passo è breve: la band infatti si ritira presso i Little Mountain Soud Studios in Canada, e sotto l’occhio attento del produttore Bob Rock debutta con l’album omonimo nel 1988 per la Polydor Records. Il risultato sarà un disco che, in funzione della fortissima influenza zeppeliniana, ha contribuito in maniera determinante a fare riscoprire al pubblico di allora un certo tipo di sonorità. Certo, eravamo negli anni ’80 e tutto ciò che usciva a quel tempo in ambito hard rock si sente in questi solchi, ma è fuori dubbio che lo sguardo al decennio precedente è prepotentemente presente. Un esempio di quanto detto è l’opener “Living Out of Touch”, dove la vocalità di Wolf fa decisamente il verso (molto bene, c’è da dire) a Plant, il riff è indubbiamente zeppeliniano, ma l’approccio sonoro è al tempo stesso figlio anche del suo tempo, come anche in “Pushin Hard”, in bilico fra hard melodico e attitudine anni ’70, soprattutto nei vocalizzi del cantante. Il singolo “What Love Can Be”, bellissima ballad pregna di blues, guarda non poco a “Since I’ve Been Loving You”, e per continuare a trovare similitudini con il dirigibile più famoso del rock, l’altro singolo “Get It On” è in modo fin troppo spudorato una scopiazzatura di “Kashmir”. Se poi vogliamo ritrovare gli Zeppelin più folk, non manca “Loving You”, ispirata fortemente da “The Battle of Evermore”. Ma sarebbe ingeneroso ridurre i Kingdom Come solo a meri imitatori. Sia pur non nascondendo la loro principale influenza, sono in grado di scrivere pezzi eccellenti, quali “17”, l’hard blues “The Shuffle”, le tonalità drammatiche di “Now Forever After”, o le atmosfere dilatate di “Hideaway”. L’album ottiene un successo clamoroso andando in poco tempo al 12° posto delle classifiche americane, sia per l’intrinseca validità della proposta, sia per il fatto che i Led Zeppelin non sono mai stati dimenticati, e trovare una band che li citava in maniera così convincente, era, in tempi oramai maturi, una scelta vincente. Non mancarono le polemiche e le accuse di scopiazzamento (Gary Moore incise il brano “Led Clone” con Ozzy Osbourne alla voce), ma la band proseguì con una fortuna in calo, diventando di fatto il progetto solista di Wolf, anche se, dopo l’annuncio di scioglimento del 2016, la band si è riformata con chitarristi e bassista originali e, incredibilmente, un altro cantante.
In ogni caso, il fatto di aver citato, in maniera peraltro del tutto convincente e con successo, uno dei colossi dei seventies nel decennio successivo, fa entrare i Kingdom Come a pieno titolo in questa rassegna.
Daniele Zago
Rock City Angels: Young Man’s Blues (Geffen Records – 1988)

Alcuni se li ricordano perché, per un periodo, ci aveva suonato Johnny Depp prima del suo grande successo come attore, ma ridurli a questo sarebbe quantomeno ingeneroso. Stiamo parlando dei Rock City Angels, band originaria della Florida, i cui primi passi iniziano all’inizio degli anni ’80. Il cantante Bobby Durango e il bassista Andy Panik, affascinati tanto dalle sonorità glam/sleaze e dal punk, quanto dal blues e dal classic rock, uniscono le loro forze per formare una band, inizialmente chiamata The Abusers, con la quale intraprendono una intensa attività live. Notati, a metà del decennio, da Ann Boleyn (cantante degli Helion), viene loro proposto un contratto discografico per la sua etichetta. Trasferitisi a Los Angeles, al tempo la mecca di tutto il rock mainstream made in USA, e stabilizzata la formazione con Mike Barnes e Doug Banks alle chitarre e Jackie D. Jukes alla batteria, ricevono le attenzioni della major Geffen Records, con la quale arriveranno al contratto discografico. Il risultato di tutto questo percorso è l’album “Young Man’s Blues”, uscito nel 1988 e con il titolo che si rifà significativamente al classico blues di Mose Allison. E che il blues costituisca uno dei temi portanti del disco, lo testimonia l’apertura di “Deep Inside My Heart”, con quel riff e quel timing che sembrano presi dal repertorio degli ZZ Top (ma “Boy From Hell’s Kitchen” non è da meno), conditi dall’aspra voce di Durango e con un groove di altri tempi. Echi di New York Dolls e Rolling Stones si possono avvertire in “Hard To Hold” e in “Our Little Secret”, ma questo è il mood generale di tutto l’album, pregno di un’attitudine che nulla aveva a che fare con i lustrini e le patinature tanto in voga all’epoca: basterebbero gli scambi fra voce e chitarra di “Rumblefish” per fugare ogni dubbio a riguardo. Non mancano ballad acustiche, come una “Liza Jo” interpretata con la voce corrotta dall’alcol di Durango con suadenti chitarre slide di contorno, nonché gli stimoli funk di “Beyond Babylon” e “Rough’N’Tumble”, anche se a prevalere è il rock scarno e intenso, (“Hush Child” e “Wild Tiger”), e il r’n’r diretto ed essenziale di “Damned Don’t Cry”. Se “These Arms Of Mine” è una perla intrisa di sentimento sixties, la conclusiva “Ya Gotta Swear” mostra il lato più roots della band.
L’album non avrà purtroppo il riscontro sperato, e la Geffen li scaricherà, interrompendo per lungo tempo la loro attività, tantopiù che l’album successivo, “Use Once & Destroy”, arriverà nel 2008, seguito, dieci anni dopo, dal postumo “Southern Vision”, anche se nel frattempo erano state pubblicate delle raccolte con vari inediti e versioni alternative. La morte di Bobby Durango, avvenuta nel 2012, porrà fine a una storia che avrebbe meritato ben altri sviluppi. Resta la testimonianza di uno degli album più significativi di quegli anni, peraltro recentemente ristampato, fondamentale per la storia che stiamo raccontando
Daniele Zago
Quireboys: A Bit Of What You Fancy (EMI – 1990)

Come si può non amare i Quireboys? Nati come Choirboys, hanno cambiato il nome in Queerboys e sono poi stati battezzati London Quireboys negli Stati Uniti, ma la sostanza dal 1984, anno della fondazione, non è mutata, ed è anzi migliorata con esibizioni dal vivo accanto a nomi che ne palesavano la direzione musicale, dai Dogs D’Amour con cui la storia loro e del carismatico leader Spike è intrecciata fino ad Andy McCoy degli Hanoi Rocks.
La band britannica ha conquistato il successo commerciale con il suo esordio in studio “A Bit Of What You Fancy”, registrato per EMI e sotto il management di Sharon Osbourne. Ma questa non venga letta come una diminutio a fenomeno commerciale: stiamo parlando, infatti, di un album che a riascoltarlo ancora oggi è capace come pochi altri di contagiare con la sua fresca semplicità e con l’allegria che riesce a trasmettere.
Una qualità non comune, ottenuta grazie all’inconfondibile rilettura del verbo rock’n’roll ottenuta dall’incrocio fra le chitarre di Guy Bailey e Guy Griffin e le note del pianoforte di Chris Johnstone. Curiosamente, a suonare la batteria viene chiamato Ian Wallace, un passato importante in cui spicca il nome dei King Crimson. Nulla di più lontano, musicalmente parlando.
Ad una prima impressione l’interpretazione di Spike può sembrare il semplice tentativo di copiare Rod Stewart, ma se pure l’ispirazione è indiscutibilmente quella non si può non riconoscere al cantante una personalità che lo fa andare ben oltre, prova ne siano le incendiarie performance dal vivo che anche a distanza di decenni è in grado di fornire, al punto che uno dei principali trademark della band è proprio la sua voce.
Nella scaletta di “A Bit Of What You Fancy” ci sono dieci pezzi frizzanti e diretti e due ballad semplicemente perfette, che ne fanno una pietra miliare per chi ha voluto e vuole provare a virare il sacro verbo del rock’n’roll in chiave più hard. Senza dimenticare quanto i brani rendano impossibile rimanere fermi e non ballare alle loro note, a partire dall’opener “7’O Clock”, impreziosita dalla armonica di Spike: subito, senza passare dal via, un manifesto della filosofia che sta dietro al modo di scrivere e suonare della band.
“Whippin’ Boy” è un pezzo caldo e passionale con una spettacolare performance vocale e la produzione che ne amplifica adeguatamente l’impatto emotivo. All’irresistibile clima festaiolo di “Sex Party” fa da contraltare la ballad “I Don’t Love You Anymore”, che pur partendo da un cliché conquista con il suo sentimento. Ancora, il tono scanzonato di “Hey You” e il melodrammatico incipit di “Long Time Comin’” sono tanti altri colori di un album di rara vivacità, che si chiude con “Take Me Home”, in cui l’amore per Rod Stewart emerge prepotente.
Giovanni Barbo
The Black Crowes: Shake Your Money Maker (Def American – 1990)

Originari da Atlanta, i fratelli Chris (voce) e Rich Robinson (chitarra), figli d’arte del padre Stan, a sua volta musicista di un certo successo, erano cresciuti ascoltando Aerosmith, Humble Pie, Rolling Stones, Free, Led Zeppelin, e tutto il southern rock e il soul della loro terra. Indifferenti ai trend musicali dominanti negli anni ’80, portano avanti la loro musica con coerenza, passione e talento con la loro band, che prende il nome di The Black Crowes. Dopo una ridda di musicisti, la formazione si stabilizza con Jeff Cease all’altra chitarra, Johnny Colt al basso e Steve Gorman alla batteria. I loro travolgenti concerti vengono notati, suscitando l’interesse della Def American di Rick Rubin, etichetta allora molto attenta a ciò che di nuovo e interessante girava in campo musicale. Da lì il debutto è un passo breve, infatti il loro “Shake Your Money Maker” (frase tratta significativamente dal brano “Sex Machine” di James Brown”), uscito nel 1990, sarà uno dei momenti più significativi della rinascita di un sound che guardava alle radici, senza per questo scimmiottarle pedissequamente. Le chitarre slide che introducono lo splendido southern rock di “Twice As Hard” sono indicative del mood dell’album, pregno di soul, southern e r’n’r americano con una punta di sleaze del tutto british. “Jealous Again” profuma di Rolling Stones, e se “Sister Luck” e “Seeing Things” sono ballad pregne di tradizione americana, “Thick N’Thin” è un selvaggio r’n’r che non dà respiro. “She Talk To Angels” è una poetica ballad pregna di soul che sarà uno dei brani simbolo dei nostri, contrapposta al ruvido hard blues di “Struttin’ Blues”. Un discorso a parte merita la cover di “Hard To Handle” di Otis Redding, una vera scuola di groove che, come singolo, spingerà l’album a un successo clamoroso, con milioni di copie vendute. I Black Crowes a questo punto non saranno più una pur splendida meteora come i concittadini Georgia Satellites, ma uno degli assi portanti del nuovo sound che si liberava di tanti orpelli ottantiani e guardava a un suono nuovo e tradizionale al tempo stesso, protagonisti di un’avventura che continua fino ai giorni nostri.
Daniele Zago
Thunder: Backsteeet Simphony (EMI – 1990)

Mentre i primi anni ’90 si preparavano a seppellire l’hard rock sotto la cenere del grunge o a soffocarlo con la lacca del glam americano, i londinesi Thunder fecero la mossa più coraggiosa possibile: guardare indietro per saltare avanti. “Backstreet Symphony“, prodotto da un Andy Taylor in stato di grazia, non è un semplice debutto, ma un terremoto di rock venato di blues che sembra uscito da una sessione perduta di Bad Company e Free trasportata nell’era moderna. L’incontro con il chitarrista dei Duran Duran lasciò inizialmente scettici i puristi, ma Taylor era un fanatico del rock d’annata e spinse la band a registrare cercando l’emozione viscerale dei vecchi vinili piuttosto che la perfezione sintetica dei tempi. Il risultato è un dialogo costante tra la chitarra di Luke Morley e la voce di Danny Bowes, un binomio dove il primo costruisce riff monumentali che pescano dal rock più classico e il secondo si conferma un vocalist capace di graffiare come carta vetrata o scaldare come il miglior bourbon. Intendiamoci, i Thunder con questo disco non hanno portato grandi innovazioni nel genere ma hanno saputo rielaborare le ultime tre decadi di hard rock dando nuova linfa ad un filone ormai consolidato senza scadere nel già sentito. L’esperienza d’ascolto, infatti, è un assalto frontale che inizia con l’arroganza di “She’s So Fine” e la carica sfacciata di “Dirty Love“, un pezzo che pare abbia folgorato persino Axl Rose per la sua veracità britannica. La title track funge da manifesto programmatico con il suo groove solido, ma è quando la band rallenta che colpisce più duro: “Love Walked In” evita le stucchevolezze delle power ballad del periodo per puntare dritto alla spina dorsale con una dinamica magistrale che culmina in un assolo da brividi. C’è spazio anche per l’ironia istrionica di “An Englishman on Holiday” e per le pulsazioni funk-rock di “Higher Ground“, a dimostrazione di una notevole maturità compositiva. Il valore del disco fu definitivamente certificato al leggendario festival di Donington nel 1990 quando, chiamati ad aprire la giornata, i Thunder si ritrovarono davanti a 80.000 persone che già ruggivano ogni singola parola a memoria. “Backstreet Symphony” rimane oggi un disco sporco, onesto e maledettamente immortale.
Annalisa Malavolta
Little Angels: Young Gods (Polydor – 1991)

Straordinari interpreti di quell’hard inglese melodico in studio ma dirompente dal vivo, in grado di accontentare sia gli appetiti delle adolescenti dell’epoca che il gusto di chi il rock lo voleva suonato forte e bene, i Little Angels si formarono nel 1987 a Scarborough e diedero alle stampe – per Polydor – tre dischi talmente belli che ancora oggi Toby Jepson e compagni – riunita la band dopo una pausa di diciotto anni – possono suonarli in grandi arene facendo registrare il tutto esaurito, con una formazione per quattro quinti immutata. Completamente a proprio agio in uno spazio dolce a cavallo tra pop e heavy metal (“Love Is A Gun”), amati da MTV e rispettati dalle molte formazioni con le quali condivisero i palchi di tutto il mondo, i Little Angels raggiunsero il massimo successo commerciale con “Jam” (probabilmente il disco più ruffiano, datato 1993), anche se per molti “Young Gods” (1991) rimane quell’uscita intermedia che meglio cattura la linfa, l’esplosività, l’ardore e soprattutto l’ambizione di un quintetto che – nomen omen – prima dell’avvento della tristezza di massa distribuita dal grunge pareva davvero destinato a conquistare mondo e classifiche da lì a venire. Articolato su ben quattordici tracce ed introdotto da una lunga ed ipnotica “Back Door Man”, il disco prende velocemente quota con cori sempre più potenti ed immediati, chitarre sempre più difficili da contenere e quella meravigliosa sensazione di ruspantezza british che, nonostante il dream team dei produttori Steve Thompson (Whitesnake) e Michael Barbiero (Guns N’ Roses e Metallica), si faceva fatica a tenere a bada. Se da un lato la title-track è un inno generazionale di speranza e consapevolezza che dal vivo avrebbe fatto sfracelli, è però con il rock’n’roll di “The Wildside Of Life” e “Product Of The Working Class” che i Little Angels raccontavano la loro differenza.
Complice il fondamentale contributo dei The Big Bad Horns (Dave Kemp al sassofono, Frank Mizen al trombone e Grant Kirkhope alla tromba), la prima aveva il ritmo trascinante ed inclusivo della festa di paese, mentre la seconda presentava una tensione, una verticalità, un arrangiamento curato che univa le parti della sua epopea sociale in un insieme organico e dalla presa costante. Al pacchetto non potevano naturalmente mancare episodi più canterecci e disimpegnati (“That’s My Kinda Life” ed una “Juvenile Offender” dai tratti gospel) così come un paio di ottime ballad, con “I Aint Gonna Cry” e la struggente “Feels Like The World Has Come Undone” di una dolcezza terrena, salina e metropolitana che, seppur con uno sguardo rivolto alle classifiche, non tradisce quell’attitudine down to earth che, quasi agli antipodi di Def Leppard o Bon Jovi, rappresentava il vero tratto distintivo dei Little Angels. Tra storie di riscatto e racconti del quotidiano, con canzoni nelle quali possiamo riconoscerci (anche a molti anni di distanza) ed altre accompagnate dal suono inconfondibile dell’Hammond B3 che ancora ci invitano a guardare avanti con un sentimento di speranza, “Young Gods” è un disco insospettabilmente elegante che riesce ad essere figlio del suo tempo e – contemporaneamente – trascendere i limiti del suo contesto grazie ad una classe non esibita ma presente (vedi la crepuscolare “Sweet Love Sedation”), al suo legame autentico con la tradizione blues/pop/rock inglese degli anni sessanta & settanta, ad un rapporto con i fan che oggi li porta a riempire le arene come se la musica avesse conservato tutto l’entusiasmo, preservato la speranza e protetto gelosamente il suo messaggio. Un disco generoso per la varietà delle sue suggestioni, per l’onestà del suo suono analogico, per l’incredibile qualità delle sue B-sides (“Revival” e “Might Like It Better”), per un approccio che alla bisogna sa farsi anche più duro, scuro e disilluso (“Smoke In My Eyes” ed una “Natural Born Fighter” che quasi spaventa), per quel robusto senso di appartenenza che lo rende interprete credibile di aspirazioni, gioie e malumori che a distanza di trentacinque anni continuano a premere e solleticare.
Marco Soprani
Katmandü: Katmandü (Epic – 1991)

C’erano un irlandese, uno svizzero e due americani che avevano deciso di formare una hard rock band, a cui avevano dato il nome della capitale del Nepal. Ok, l’inizio può sembrare strano, ma è andata sostanzialmente così. Era infatti il 1990 quando l’irlandese Dave King, cantante degli hard rockers britannici Fastway, con i quali aveva fatto dei dischi (soprattutto i primi due) che se non fosse perché usciti un po’ troppo presto farebbero a pieno titolo parte di questo speciale, decide di formare una nuova band. Suoi compagni di viaggio saranno il chitarrista svizzero Mandy Mayers (già con i Krokus e gli Asia) e gli americani Caine Carruthers al basso e Mike Alonso alla batteria. Stabilita Los Angeles come base operativa i nostri non tarderanno ad ottenere un contratto discografico con la Epic Records, che li farà debuttare nel 1991 con l’album omonimo di hard rock con un grande occhio ai classici del genere. E la partenza con “The Way You Make Me Feel” non potrebbe essere più indicativa del contenuto generale del disco, con un riff zeppeliniano, pur declinato con un’attitudine sonora in linea con quei tempi, con la splendida voce di King, emula di Robert Plant, a declamare linee vocali pregne di blues e ritornelli facilmente cantabili. Tanto per rimarcare le origini irlandesi del cantante non manca la cover di “God Part 2” degli U2, ovviamente eseguita con piglio fieramente hard rock, ma a proseguire nel percorso dei nostri ci pensa il riff hard blues di “Love Hurts”, con una notevole parte solista di Meyer e la ballad “Sometime Again”, dalle sonorità acustiche e delicatamente folk. Uno dei pezzi forti dell’album è “When The Rain Comes”, sorta di suite hard blues, con un coro gospel iniziale, un articolato sviluppo in direzione di un hard rock intriso di blues e divagazioni soliste figlie di Jimmy Page nelle quali anche basso e batteria dimostrano la solidità e la fantasia. Un piccolo capolavoro. Se “Heart And Soul” potrebbe essere contenuta nella parte più folk del terzo album del dirigibile più famoso del rock, “Ready For The Common Man” spiazza con il coro iniziale, per trasformarsi in un caldo hard rock pentatonico dal ritornello irresistibile. L’ottimo hard melodico di “Medicine Man”, una “Pull Toghether” che non sfigurerebbe nel repertorio degli Aerosmith e la conclusiva, carichissima “War Zone”, sono esplicativi di un grande album, in bilico fra le radici hard blues dei seventies e uno sguardo all’approccio street in voga in quel momento.
La band si sciolse per mancanza di riscontro (a parte che in Giappone) e i singoli elementi proseguiranno con altre esperienze musicali (King con i Flogging Molly, Meyer con Gotthard e nuovamente Krokus), ma l’unico, dimenticato album dei Katmandü, resta senza dubbio uno dei migliori del periodo qui trattato.
Daniele Zago
Badlands: Woodoo Highway (Atlantic – 1991)

Dopo un debutto artisticamente clamoroso, l’eponimo Badlands del 1989 (che anche da un punto di vista commerciale ha raggiunto valori di stima altissimi tra gli appassionati collezionisti), il supergruppo del compianto Ray Gillen e di Jake E. Lee (ex Black Sabbath e Ozzy rispettivamente) tornò due anni dopo orfano del batterista Eric Singer (Black Sabbath, Kiss) ma non meno potenti grazie alla spinta del nuovo arrivato Jeff Martin (che conosciamo anche come cantante dei Racer X e per le sue svariate collaborazioni).
“Voodoo Highway” uscì sempre su major Atlantic e non è per nulla inferiore al suo osannato predecessore; l’hard rock muscolare irrorato di blues dei Badlands è sempre coinvolgente, a tratti commovente e lo si capisce sin dall’opener “The Last Time ” con un Gillen impressionante ma che purtroppo al momento della pubblicazione dell’album era già fuori dalla band e morirà due anni più tardi per delle complicazioni dovute all’AIDS; per non parlare della porzione solista di Lee allo stesso tempo tipica di quel periodo e di quella scena, ma immortale in quanto a gusto melodico e tecnica.
“Show Me The Way” rimanda chiaramente alla musa ispiratrice Led Zeppelin mentre su “Shine On” è la sezione ritmica a “risplendere” rendendo un riffing semplice più interessante per le variazioni apportate; “3 Day Funk” introduce un andamento che si riferisce ovviamente al titolo del pezzo ma con una commistione con l’hard rock più puro ottenendo un gran risultato Impossibile non citare il riff di “Silver Horses” ed il pezzo costruito intorno, davvero uno degli highlights del disco
La Dobro guitar della title track non può non ricordare i momenti acustici di Plant e Page mentre i ritmi si riscaldano nuovamente con “Heaven’s Train” che ricorda i Deep Purple più uptempo per condurci alla fine di questo “Voodoo Highway” album non può mancare nella discografia di ogni amante dell’hard rock più sporco e istintivo… anche come ricordo di un cantante superlativo che purtroppo ci ha lasciato poche testimonianze “registrate” e di una band che avrebbe meritato una carriera più duratura
Alberto Capettini
Disciples Of Love: Disciples Of Love (Colours – 1991)

Fra le band che abbiamo preso in esame, più o meno tutte hanno avuto perlomeno il loro momento di notorietà, che in alcuni casi prosegue tutt’ora. Però a noi piace l’idea di andare anche a scovare qualcosa che probabilmente ben in pochi ricorderanno. Ogni epoca ha avuto le sue band di super culto che hanno pubblicato un disco in poche copie, e quelli di cui andiamo a parlare sono i rappresentanti di categoria in questa rassegna. Venivano dalla Norvegia e si erano dati l’evocativo nome di Disciples of Love. La band nasce dall’unione di quattro musicisti appassionati di hard rock settantiano, ovvero Rune B3 alla voce e all’organo Hammond, Kenneth W. alla chitarra, Temper’n al basso e Morty alla batteria. Questa formazione aveva fondato un tributo ai Deep Purple chiamato poco fantasiosamente Perfect Strangers, che dopo aver elaborato materiale proprio e cambiato nome, arrivava nel 1991 al debutto su vinile per l’etichetta indipendente norvegese Colours, specializzata in prog anni ’70 e durata fino al 1994. La musica, scontato dirlo, era un hard rock totalmente immerso nel sound a tinte porpora, che non aveva decisamente nulla a che fare con qualsivoglia trend del momento. Il riff di pura scuola Purple – Rainbow, con chitarra e organo all’unisono di “Castle of Rock” toglie ogni possibile dubbio a riguardo e gli scambi solisti, peraltro egregi, fra i due strumenti sono un’ulteriore conferma. Il tutto, chiaramente, fedele alla scuola Blackmore – Lord, ci mancherebbe! Il punto più debole del tutto è la voce, piuttosto incerta e con un timbro non memorabile, anche se tutto sommato il buon Rune faceva il suo dovere. Il disco procede su queste coordinate, con qualche sprazzo di Uriah Heep su “Desires”, o per l’hard blues “Demon Lover”, risolto sulle coordinate stilistiche proprie dei nostri. Altro caldissimo hard rock settantiano con “Hero” e il suo eccellente lavoro di organo e chitarra, riscontrabile anche sulla strumentale “Dreamer”, che tanto ci ricorda gli analoghi brani dei Rainbow. “Going Under” inizia come un blues acustico per poi svilupparsi in uno scatenato hard boogie, e “Mover” esplora il versante più hard prog della band. La riuscita cover di “Lazy”, chiude un album totalmente fuori dal tempo anche rispetto a questo speciale, ma il disco è una piccola, grande testimonianza di amore, dedizione rispetto a certe sonorità, uniti alla grande qualità finale. Con una voce un po’ più convincente e una pubblicazione anticipata di una ventina di anni, sarebbe senz’altro diventato un classico di culto.
Daniele Zago
Gotthard: Gotthard (Ariola – 1992)

Primo capitolo di una storia che continua a far emozionare, l’esordio omonimo dei Gotthard mostra subito la sostanza di una band capace di fondere asperità hard rock e romanticismo melodic rock, in una miscela che li porta lontani dalla nativa Svizzera – più nello specifico dal Canton Ticino, e arriva oltre l’Atlantico, ad abbracciare i riferimenti musicali a stelle e strisce.
Il carismatico Steve Lee alla voce, le chitarre di Leo Leoni, la solida sezione ritmica composta dal bassista Marc Lynn e dal batterista Hena Habegger sono al servizio di una forma-canzone disegnata ed eseguita con cura e perizia tecnica, oltre ad un grandissimo cuore.
“Downtown” è colorata di tinte blues e Lee la avvicina agli Whitesnake di David Coverdale, così come la bruciante passione che attraversa “Firedance”, impreziosita dal contributo alla chitarra di Vivian Campbell. Entusiasmante e carica di energia la rilettura del classico di Joe South “Hush”, già coverizzato dai Deep Purple e qui proposto in versione frizzante e veloce. Il basso di Lynn ci porta nell’emozionante crescendo emotivo di “Angel”, sorta di power ballad in cui l’interpretazione di Lee si fa lacerante. L’album si chiude con la dolcezza di “All I Care For”, la prima di una serie di emozionanti ballad che i Gotthard firmeranno nella loro carriera.
Giovanni Barbo
Lionsheart: Pride In Fact (Music For Nations – 1994)

Per chi scrive forse leggermente inferiore al debutto omonimo ma comunque assolutamente da riscoprire “Pride In Fact” secondo album dei Lionsheart uscì nel 1994 su Music For Nations ed è un perfetto esempio di hard and heavy di stampo inglese.
La band creata dal compianto Steve Grimmett (ex Grim Reaper e Onslaught) non ebbe mai una formazione stabile anche se in questo caso l’ossatura rimase la stessa dell’esordio eponimo (se escludiamo la dipartita dei gemelli Owers); sicuramente questo aspetto non intaccò l’energia contenuta in queste dodici tracce che vi consigliamo di recuperare in qualche modo (la tecnologia odierna gioca a vostro favore giovani!).
Il granitico riff di “Deja Vu” apre alla grande l’album sulla scia dei Dokken con Nick Burr che si dimostra un chitarrista notevole proprio devoto allo stile di George Lynch o Eddie Van Halen; non spenderò ulteriori lodi sulla voce di Grimmett, una delle più caratterizzanti partorite dalla scena inglese e che va ad impreziosire anche composizioni lineari come la bluesy “I’ll Stand Up”.
“I Believe In Love” stringe l’occhio ai Whitesnake più “americani” ed in generale alla scena hair metal californiana mentre “Something For Nothing” si basa su ritmiche sostenute prima della power ballad “Pain In My Heart” peraltro abbastanza banale. L’accoppiata “Gods Of War” e “Stronger Than Steel” ritorna allo stile un po’ più ricercato del debutto datato 1992 con ritmiche meno legate agli stilemi classici dell’hard rock; arriva poi una riuscita cover di “Piece Of My Heart” dei Big Brother And The Holding Company con un Grimmett che riprende le linee vocali dell’immortale Janis Joplin in maniera impeccabile e rispettosa.
I Lionsheart decidono di chiudere con “Relentless” tiratissimo hard ‘n’ roll sulla scia di “Hot For Teacher” dei Van Halen fotografia di un album abbastanza variegato e rappresentativo della discografia degli inglesi, che si riduce peraltro a soli quattro album.
Alberto Capettini

