Lionsheart – Recensione: Lionsheart

Steve Grimmet è un personaggio imprescindibile dell’hard and heavy che, nonostante anni di duro lavoro e un talento (vocale) fuori dal comune, non è riuscito a cogliere il successo desiderato. Prima con i Grim Reaper, poi con i poco credibili power-thrasher inglesi Onslaught ed infine con questi Lionsheart, la sua carriera è costellata di vittorie parziali, consensi unanimi della critica, ma mai un vero botto a livello commerciale. L’album omonimo qui preso in considerazione è un ottimo esempio di tale perenne imbarazzo: il disco in se è grande, un tributo riuscitissimo alla tradizione hard inglese di band come Whitesnake, Led Zeppelin, Rainbow, Purple, Dio, con il valore aggiunto di una prova vocale da antologia dello stesso Grimmet , ma a distanza di anni quanti appassionati si ricordano della sua uscita? Eppure non è difficile immaginare un fan del genere in assoluto visibilio davanti ad un’opening track come ‘Had Enough’, brano di matrice Whitesnake/Zeppelin che solo qualche anno prima avrebbe goduto di un airplay nauseante in America e Gran Bretagna. E nemmeno possiamo pensare che siano usciti così tanti lavori eccezionali di hard rock negli ultimi dieci anni da offuscare un album in grado di piazzare 12 centri 12 alle voci qualità del songwriting, abilità d’esecuzione e feeling emotivo. Prendete ad esempio un pezzo come ‘Portrait’: pomposità degna dei Magnum, chitarre che ricamono assoli neoclassici e una forza esplosiva che un gruppo come Ten (solo un esempio) non è mai riuscito a mettere in campo. Senza fatica potremmo tessere lodi per ogni singola song, ma quello che veramente risulta poco chiaro rimane il mancato successo, se si esclude il solito Giappone, di un disco che riascoltato ancora oggi riesce nell’impresa di far vacillare dai loro piedistalli i migliori di sempre.

Etichetta: Music For Nations

Anno: 1993

Tracklist: 01. Had Enough
02. World Of Pain
03. Ready Or Not
04. So Cold
05. Can't Believe
06. Portrait
07. Living In A Fantasy
08. Stealer
09. All I Need
10. Have Mercy
11. Going Down
12. Good Enough

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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