Corky Laing: Live report e foto della data di Lugagnano (VR)

Il leggendario batterista dei Mountain, Corky Laing, ha fatto un tour italiano di sette date. Noi eravamo presenti a quella del Club Il Giardino 2.0 di Lugagnano, in provincia di Verona.

Ringraziamo Silvano Zago per il servizio fotografico.

JOHNNY NASTY BOOTS

In apertura si sono esibiti i Johnny Nasty Boots, power trio messicano (anche se basato a Los Angeles) dedito a un travolgente hard blues. I tre ragazzi hanno eseguito per circa 45 minuti il loro repertorio che consiste in un energico hard blues, influenzato da gente come Johnny Winter e ZZ Top con in più un tocco di aggressività sonora e momenti psych che può avvicinarli al Detroit sound di MC5 e affini. Nel tempo a loro disposizione hanno profuso watt e sudore, suonando con grande carica ed ottime capacità strumentali, e ottenendo molte ovazioni dal pubblico presente che, oggettivamente, dato il livello dell’evento, avrebbe meritato qualche presenza in più. In ogni caso un’ottima apertura, ben coerente con quello che si è ascoltato più tardi.

CORKY LAING

Con la batteria disposta lateralmente e in posizione avanzata, ecco arrivare sul palco il grande Corky Laing e la sua band. Formazione peraltro costituita da musicisti italiani, ovvero il chitarrista Alessandro Alessandrini (con cappello e baffo alla Lee Van Cleef) e il bassista Francesco Caporaletti, entrambi provenienti dai blues rockers marchigiani Black Banjo, nonché, dal terzo brano in poi, Titta Tani (DGM e molti altri) a dare man forte a Laing alla voce. Perché in effetti Laing, per i primi brani ha assunto il doppio ruolo di batterista (ovviamente) e di cantante, sfoderando una bella voce calda ed espressiva.

Il repertorio, com’è facile immaginare, si è basato essenzialmente sui classici dei Mountain, la band più importante e significativa della sua carriera, a partire dall’opener “Sittin’ On A Rainbow”, da “Climbing” loro debutto del 1970, seguita dalla potentissima “Never In My Life”. A questo punto è salito sul palco Tani per cantare la classicissima ballad “Theme For An Imaginary Western” e si può dire che da questo punto in poi il concerto ha veramente iniziato a decollare a livello di coesione e sound. Laing non si è certo risparmiato, sfoderando il suo stile da batterista d’altri tempi, pieno di groove, dinamiche e di fantasia, e tutta la band, formata da elementi bravi ed esperti, lo ha ben coadiuvato. Chiaro che il sound di mostri sacri come Leslie West e Felix Pappalardi non è certo facile da ottenere, ma i musicisti coinvolti si sono rivelati all’altezza del compito. Laing dal canto suo, fra un brano e l’altro si è prodotto in spiegazioni e memorie personali, in modo simpatico e divertente. Fra brani monumentali quali “Don’t Look Around” o la commovente ballad “Nantucket Sleighride” (title track di uno dei loro dischi migliori) il concerto è proseguito con momenti in cui, nonostante qualche problema tecnico di Alessandrini, che a un certo punto lo ha costretto a cambiare chitarra, il tutto funzionava a dovere: il tipco hard blues, con momenti jammati e il vecchio batterista che spingeva a dovere.

Uno dei momenti più particolari e intensi è stato a metà concerto, quando Laing, lasciato solo sul palco, ha raccontato dei suoi inizi da musicista, ricordando il periodo in cui, negli anni ‘60, sono arrivate oltreoceano (lui, lo ricordiamo, è canadese) le novità musicali dall’Inghilterra, gente come Rolling Stones, Who, Cream e tutti gli altri, e di quanto tutto ciò abbia avuto un enorme impatto sulla scena musicale americana. Lui, ricordava, era al tempo restato estasiato nel vedere la batteria di Keith Moon, e questo era stato uno stimolo e un’influenza determinante. A seguire una versione per voce recitata ed assolo di batteria di “Like A Rollin’ Stone” di Bob Dylan, un’interpretazione originale ed emozionante. Tornata la band sul palco, è stata la volta della celeberrima “Mississipi Queen” e poi avanti fino alla fine, con pezzi spettacolari quali “The Animal Trainer And The Toad”, “Travelin’ In The Dark” e “The Doctor” dal repertorio dei Mountain, nonché una potentissima “Why Dontcha”, tratta dall’omonimo disco che Laing aveva pubblicato nel 1972 assieme a Leslie West e Jack Bruce. Il finale è stato affidato ad un medley di classici del rock n’ roll, concludendo un concerto coinvolgente e a tratti veramente esaltante.

E questo non solamente per aver avuto la possibilità di ascoltare dei pezzi formidabili suonati dall’ultimo superstite vivente di una formazione leggendaria, ma anche per aver ascoltato quello che, con il suo stile batteristico, per i suoi racconti, e per un’attitudine generale ben difficile da riscontrare al giorno d’oggi, è a tutti gli effetti testimone di un’epoca che non c’è più. Teniamocelo stretto, finché sarà possibile, questo ragazzo di 77 anni, che gente così è un patrimonio prezioso.

Ringraziamo quindi il Giardino (e ovviamente tutti gli altri locali del tour italiano) che, oltre ad avere offerto un audio perfetto, ci ha dato la possibilità di poter partecipare ad un evento del genere.

Setlist:

01. Sittin’ On A Rainbow

02. Never In My Life

03. Theme For An Imaginary Western

04. Don’t Look Around

06. Tired Angels

07. My Lady

08. Nantucket Sleighride

09. Like A Rollin’ Stone

10. Mississipi Queen

11. The Animal Trainer And The Toad

12. Travelin’ In The Dark

13. For Yasgur’s Farm

14. The Doctor

15 Why Dontcha

16.Going Home

17 R’n’R medley

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