Mountain – Recensione: Nantucket Sleighride

Dopo aver prodotto il debutto discografico del grande chitarrista – cantante Leslie West con l’album “Mountain” del 1969, un bellissimo debutto all’insegna dell’hard blues, genere emergente in quegli anni, il bassista e produttore Felix Pappalardi, decide di formare una band assieme a lui, denominata per l’appunto Mountain, che oltre ad essere il soprannome di West vista la sua stazza, era anche una sorta di intenzione musicale: la loro carriera sarà all’insegna di un massiccio e corposo hard blues, indurendo la lezione dei Cream (dei quali Pappalardi era produttore) e diventando a tutti gli effetti uno dei gruppi più importanti e significativi del genere, fondamentali nel definirlo e portarlo ad altissimi livelli. I Mountain, a cui si aggiungono il batterista Corky Laing e il tastierista Steve Knight, debuttano nel 1970 con l’album “Climbing” (contenente il classico “Missisipi Queen”), una pietra miliare del genere, per poi proseguire la loro discografia l’anno successivo con quello che può essere forse definito il loro miglior album in studio, “Nantucket Sleighride”.

L’apertura è affidata alla potentissima “Don’t Look Around”: riff massiccio, batteria e basso incalzanti, voce di Leslie West ruvida e aggressiva, l’essenza dei pezzi più hard dei Mountain.

L’altra faccia è perfettamente rappresentata dalla splendida title track, una ballata intesa ed epica (con Pappalardi alla voce), in cui ha un ruolo importante anche l’hammond di Knight, che sembra musicare i capitoli di Moby Dick, il capolavoro di Melville; ispirata da un episodio realmente accaduto (il naufragio della baleniera Essex, speronata da un capodoglio) resta uno dei più bei brani dei newyorchesi. Il testo è scritto da Gail Collins, moglie di Pappalardi e autrice delle copertine della band.

Si torna all’hard blues più ruspante con “You Can’t Get Away” e con le atmosfere alla Cream di “Tired Angels”, mentre “The Animal Trainer And The Toad” è un potente rock’n’roll. “My Lady” sembra anticipare tante ballate southern, pur con un tocco vagamente psych, e la successiva “Travelin’ In The Dark” rappresenta uno degli altri highlights del disco, con l’armonia di chitarra iniziale, le linee vocali epiche ed evocative e la vigorosa struttura data da chitarra e basso, il tutto inframmezzato dagli splendidi interventi solisti di West, con un gusto nella scelta delle note che rasenta la perfezione. Di questo brano esiste anche un’ottima cover registrata da John Norum, chitarrista degli Europe, e contenuta nel suo disco solista “Play Yard Blues”.

La chiusura è affidata alla slide guitar dell’hard r’n’r “The Great Train Robbery”, per uno degli album più belli ed influenti dei primi anni ‘70.

i Mountain proseguiranno, fra varie tensioni ancora fino al 1974, e da lì in poi ci saranno varie reunion comprensive di album, che andranno anche oltre la morte di Pappalardi, assassinato dalla moglie nel 1985 (non si è mai capito se in modo intenzionale o accidentale), fino alla scomparsa di West nel 2020.

La loro eredità è di importanza capitale nell’appesantimento del rock blues per portarlo all’hard rock, e Leslie West (che aveva la stima nientemeno che di Jimi Hendrix) è stato citato come grande influenza da un esercito di chitarristi, non ultimo un certo Eddie Van Halen soprattutto nelle ritmiche. E in ogni caso l’ascolto dei loro primi album è imprescindibile da parte di chiunque voglia immergersi nella grande musica che ha segnato un’epoca irripetibile.

Etichetta: Windafall Records

Anno: 1971

Tracklist: 01. Don’t Look Around 02. Taunta (Sammy’s Tune) 03. Nantucket Sleighride (For Owen Coffin) 04. You Can’t Get Away 05. Tired Angels (For J.M.H.) 06. The Animal Trainer And The Toad 07. My Lady 08. Travelin’ In The Dark (For E.M.P.) 09. The Great Train Robbery

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