Geoffrey Arnold Beck, londinese, classe 1944, meglio noto come Jeff Beck, è stato innegabilmente uno dei più grandi chitarristi di ogni tempo, uno di quelli che ha stabilito, per chiunque fosse arrivato dopo di lui, come si suona quello strumento. La sua versatilità, la sua inesauribile voglia di sperimentare, il non voler mai dare nulla per scontato e di sedersi sugli allori, hanno caratterizzato tutta la sua storia musicale, creando degli standard su come si suona la chitarra, che chissà quanti, magari anche inconsapevolmente, tutt’ora seguono.
Fin a bambino, affascinato dal blues e dal rock’n’roll che aveva occasione di ascoltare alla radio, aveva preso la decisione che quella sarebbe stata la sua strada. Nei primi anni ’60 suona nelle sue prime band, e fa anche qualche registrazione in studio, ma è con l’ingresso negli Yardbirds, in sostituzione di Eric Clapton, che la sua carriera ha la prima grande svolta, grazie alla notorietà datagli dal suonare in una band di successo, incidendo per loro un album e andando in tour. Conclusa nel 1967 l’esperienza con questa fondamentale formazione, il nostro decide di mettersi in proprio, e dopo la pubblicazione di alcuni singoli a suo nome, fonda il Jeff Beck Group. Reclutati, dopo una girandola di musicisti, nomi quali Rod Stewart alla voce, Ron Wood al basso e Ansley Dumbar alla batteria, intraprenderà una serie di concerti in giro per l’Inghilterra e pubblicherà tre singoli, anche con un certo successo. Sotto la guida di un certo Peter Grant, che sarà manager di uno dei gruppi fondamentali della storia del rock (non occorre parlarne, vero?) suoneranno anche negli USA in apertura dei Grateful Dead, a quanto pare facendoli a pezzi. Da lì al contratto discografico la strada è breve, e infatti i nostri firmano per Epic Records, e sotto la guida del produttore Mickie Most entrano in studio, con il nuovo batterista Mickey Waller per pubblicare il loro album di debutto. Uscito a fine luglio 1968 e intitolato “Truth”, sarà uno dei dischi di svolta più importanti di sempre, portando un nuovo approccio sonoro che aprirà le porte all’hard rock. A rendere il tutto ancora più avvincente, contribuiranno una serie di ospiti prestigiosi, quali Nicky Hopkins, Jimmy Page, John Paul Jones, e Keith Moon. L’album è composto principalmente da cover (soprattutto classici blues), la cui rilettura è però determinante per definire un nuovo sound.
L’apertura, infatti, è affidata alla cover di “Shapes of Thing” degli Yardbyrds, ma in una versione totalmente stravolta, con un sound decisamente indurito, un timing più dilatato e la calda e roca di Stewart che da beat passa decisamente al rock. Le parti soliste di Beck sono qualcosa di ben poco sentito fino ad allora, con una lucidità nel suono e una scelta di note e di scale che rifugge qualsiasi banalità, e farà letteralmente scuola. È invece composta da Beck e Stewart (ma che guarda pesantemente a Buddy Guy) “Let Me Love on You”, potente hard blues con gli unisoni voce – chitarra, un assolo di Beck che, pur restando in ambito rock blues, evidenzia la sua straordinaria personalità, e gli scambi finali fra chitarra e voce, che diventeranno uno standard per qualsiasi rock band che si rispetti. “Morning Dew”, cover della cantautrice canadese Bonnie Dobson, ha un’andatura che risente della psichedelia allora in voga, ma lo straordinario uso del wah wah da parte di Beck la eleva ulteriormente a grande versione, mentre la riproposizione del classico blues di Willie Dixon “You Shook Me”, impreziosita dal piano di Hopkins e dall’organo Hammond di John Paul Jones, è antesignana di quella dei Led Zeppelin, con un teso dialogo fra chitarra, piano e batteria. Dopo una versione all’insegna di uno scarno soul di “Ol’ Man River” (pezzo del musical “Show Boat”), condita da interventi di timpani sinfonici suonati da Keith Moon, e con un’interpretazione vocale sensazionale, che fa il pari con la slide guitar, c’è l’intermezzo acustico del tradizionale “Greensleves”. Si torna a sonorità più ruvide con “Rock My Plimsoul”, che per quanto firmata da Beck e Stewart, è la rilettura di “Rock Me Baby” di BB King. Oltre alle torride sonorità che virano al rock, il valore del brano è nell’incredibile assolo di Beck, con un controllo dello strumento e scelte stilistiche originalissime che ne fanno un capolavoro. Nel finale, ancora scambi fra chitarra e voce. Ma uno dei vertici assoluti del disco è lo strumentale “Beck’s Bolero”, composto assieme a Jimmy Page (lo stesso è ospite alla chitarra a 12 corde), con Keith Moon alla batteria e John Paul Jones al basso. Registrato precedentemente alle session di “Truth”, si rifà allo schema del celeberrimo “Bolero” di Ravel nella prima parte, per poi sfociare in un riff che è già puro hard rock, il tutto con la chitarra di Beck di una nitidezza sconcertante. Un grandissimo classico. Hopkins introduce al piano “Blues De Luxe” (altra forte ispirazione da BB King), slow con uno Stewart sugli scudi ed eccitanti scambi solisti fra il pianista e il chitarrista. La chiusura è affidata a “I Ain’t Superstitious”, cover del brano di Willie Dixon per Howlin’ Wolf, in una versione ancora all’insegna di un potente e dinamico rock blues.
Il disco, ricco di innovazioni strumentali e sonore, avrà un buon riscontro di pubblico (soprattutto negli USA) e di critica, fino a diventare un punto fermo nel passaggio fra il rock blues e il nascente hard rock. È a tutti gli effetti uno dei grandi classici della storia del rock, presenza imprescindibile in qualsiasi discografia di chi voglia capire la storia di un genere musicale.
Con il Jeff Beck Group il chitarrista inciderà un secondo, eccellente LP nel 1969 intitolato “Beck-Ola”, per poi rivoluzionare la formazione con l’ingresso di Bobby Tench alla voce, Max Middelton alle tastiere, Clive Chaman al basso e il grande Cozy Powell alla batteria. Incideranno “Rough and Ready” nel ’71 e “Jeff Beck Group” nel ’72, entrambi di ottimo livello. L’ultima band in cui militerà il grande chitarrista sarà il power trio Beck, Boggert & Appice, con i due ex Vanilla Fudge (l’album omonimo del ’73 e il successivo, clamoroso “Live in Japan” dello stesso anno saranno dei capolavori dell’hard blues), per poi intraprendere una carriera a suo nome, dove sperimenterà sonorità jazz rock – fusion, sempre con quella urgenza di ricerca e di aggiramento di ogni banalità, fino alla fine dei suoi giorni, che lo confermerà fra i grandi di ogni tempo.
Certo, per ottenere la grandissima popolarità di suoi contemporanei quali Hendrix (suo fan), Page, Blackmore, Clapton e via dicendo, a Beck è mancata probabilmente la hit vincente, il pezzo per cui venire ricordato, tanto che spesso lo si considera (sbagliando) uno più per “addetti ai lavori”.
La realtà è che senza le sue intuizioni, magnificamente raccolte in questo “Truth”, anche un disco come il debutto dei Led Zeppelin, tanto per fare un esempio, difficilmente avrebbe avuto la stessa intenzione, con tutto ciò che ne consegue.
Un capolavoro senza tempo, da ascoltare e assimilare fin nei dettagli.

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Etichetta: Epic Records Anno: 1968 Tracklist: 01. Shapes of Thing 02. Let Me Love on You 03. Morning Dew 04. You Shook Me 05. Ol’ Man River 06. Greensleves 07. Rock My Plimsoul 08. Beck’s Bolero 09. Blues De Luxe 10. I Ain’t Superstitious Sito Web: https://www.facebook.com/jeffbeck/ |
