Game Over – Recensione: When Darkness Falls

Innanzitutto mi reputo fortunato ad avere la possibilità di recensire di nuovo un album dei Game Over (qui la recensione del precedente), perché questo disco mi ha dato l’occasione di passare buona parte dell’estate in compagnia del gruppo ferrarese e, soprattutto, di ricordarmi ancora una volta quanto siano grandiosi.

Diciamolo subito: il nuovo album riparte esattamente da dove la band aveva lasciato, ma senza dare minimamente l’impressione di essere un semplice seguito o, peggio, una ripetizione. Nonostante il poco tempo trascorso dalla precedente uscita, le idee sono tante, ottime e soprattutto ben messe a fuoco. Le canzoni sono tutte costruite con grande cura, mai banali, piene di cambi, intuizioni e dettagli che emergono ascolto dopo ascolto.

Certo, le citazioni ci sono. Ma chi non è citazionista ormai, soprattutto quando si parla di thrash metal? La differenza sta nel modo in cui vengono utilizzate. I Game Over non sembrano mai una copia sbiadita degli originali: prendono quello che evidentemente hanno ascoltato, studiato, masticato e assimilato negli anni e lo trasformano in qualcosa che gli appartiene. Hanno preso quel linguaggio e lo hanno utilizzato per costruire una proposta estremamente personale, riconoscibile e ormai completamente loro.

Dopo l’intro veniamo letteralmente lanciati dentro il frullatore che è questo disco. E secondo me è importante sottolinearlo: è un album che va ascoltato tutto insieme, come un’opera completa. Proprio come ascoltavamo i dischi negli anni ’90, dall’inizio alla fine, magari senza saltare continuamente da un brano all’altro. È così che si riesce a goderne appieno, perché il vero punto di forza non è soltanto nella singola canzone, ma nel modo in cui tutti i pezzi si completano e si rafforzano a vicenda.

Si passa da momenti da ascoltare praticamente in apnea, come “Scream It Out”, a episodi con un approccio più scanzonato e immediato, “Break Away”, senza che venga mai meno quella sensazione di energia e pericolo che deve avere un disco thrash. Poi arriva un pezzo come “Curse Of Strahd”, che rappresenta quasi un’eccezione all’interno dell’album e guarda più verso un certo epic metal americano old school che verso il thrash classico.

Ed è proprio questa varietà a funzionare. Non si ha mai la sensazione di trovarsi davanti a una raccolta di pezzi messi insieme semplicemente perché scritti nello stesso periodo. C’è un’identità forte che tiene tutto unito.

La bellezza dell’album, infatti, è soprattutto nell’insieme e non nel singolo brano. L’insieme vale molto più della somma delle singole parti, per quanto le singole parti siano già di per sé belle, potenti e perfettamente in grado di reggersi sulle proprie gambe.

Se però siete pigri e volete per forza un solo assaggio, ascoltate “Beneath The Ground”: per me è una vera e propria dichiarazione d’intenti della band. Dentro c’è gran parte di quello che rende oggi riconoscibili i Game Over: velocità, aggressività, tecnica, melodie, gusto per il riff e soprattutto quella capacità di non rendere mai tutto troppo prevedibile.

Lo stesso equilibrio lo troviamo nel modo in cui vengono gestiti gli strumenti. Nessuno cerca costantemente di spiccare sugli altri, anzi: tutto è dosato con grande perizia. Ogni musicista ha il proprio momento sotto i riflettori, ma senza mai oscurare il resto della band. Ed è una qualità meno scontata di quanto possa sembrare, soprattutto in un genere in cui spesso la tentazione di strafare è dietro l’angolo.

Un plauso particolare va però al cantante Danny Schiavina, che si districa tra situazioni, registri e approcci musicali differenti con una naturalezza impressionante, adattandosi perfettamente ai vari momenti dell’album senza perdere mai personalità. È proprio questa naturalezza una delle caratteristiche che distinguono i cantanti molto bravi da quelli davvero grandi.

Mi piace anche dire una cosa che può sembrare impegnativa, ma che dopo diversi ascolti continuo a pensare: questa uscita può tranquillamente competere con le ultime pubblicazioni dei grandi mostri sacri del thrash. In alcuni casi, personalmente, la trovo anche superiore.

Un altro aspetto che merita attenzione sono i testi, perché vanno decisamente oltre i soliti cliché del genere.

Nel complesso vedo un filo piuttosto forte che collega molti dei brani: il contrasto tra controllo e libertà, la perdita dell’identità, la manipolazione, la ribellione e la lotta interiore. Anche quando il linguaggio diventa horror, oscuro o apertamente sovrannaturale, il tema di fondo sembra spesso essere lo stesso: qualcuno o qualcosa cerca di impossessarsi di te, della tua mente, della tua volontà o della tua stessa identità, mentre tu provi disperatamente a resistere.

Ed è interessante perché dà una lettura ulteriore al disco. Sotto la velocità, i riff e l’aggressività c’è spesso un senso di oppressione, di conflitto e di ricerca della libertà che rende i brani più profondi di quanto possa sembrare a un ascolto superficiale.

Alla fine è proprio questo uno dei motivi per cui questo album funziona così bene: ha tutto quello che dovrebbe avere un grande disco thrash, ma non si accontenta solo di quello. È veloce, violento, tecnico e immediato quando serve, ma allo stesso tempo sa cambiare registro, sorprendere e mostrare più facce della stessa band.

I Game Over oggi non sono una band che cerca di dimostrare quanto ami il thrash metal. Sono una band che il thrash metal lo conosce talmente bene da potersi permettere di giocarci, deformarlo e farlo completamente proprio.

Etichetta: SCARLET RECORDS

Anno: 2026

Tracklist: 1) Hollow And Cold 2) Two Souls One Flesh 3) Break Away 4) Fight For Your Mind 5) Scream It Out 6) What Fate Brings 7) Curse Of Strahd 8) Beneath The Ground 9) Self Denied 10) Command To Die
Sito Web: https://www.gameoverofficial.net/

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