Winger – Recensione: Seven

Nonostante l’ultimo album realizzato in studio risalga all’ormai lontano 2014, con quel “Better Days Comin’” che confermava ancora una volta le capacità di una band molto diversa da quelle assieme alle quali è solitamente categorizzata, gli Winger non hanno mai smesso di girare in lungo e in largo gli Stati Uniti suonando e guadagnando consensi. Ed è proprio in virtù di questa sua natura diversa, che il gruppo fronteggiato da Kip Winger – già bassista di Alice Cooper – si è garantito uno spazio speciale nel cuore dei giovani, ed anche in quello dei meno giovani. Fin dagli esordi del 1988, infatti, era chiaro che dietro ai capelli cotonati ed agli atteggiamenti ammiccanti – a quell’epoca praticamente irrinunciabili – c’era molto di più, perché oltre alla capacità di vendere, conquistando dischi d’oro e platino tra USA e Giappone, gli Winger avevano anche il potere di ammaliare la critica, per lo spessore compositivo delle canzoni e la tecnica superiore con la quale le portavano sul palco. Vittime anch’essi del repentino cambio di gusti imposto dal grunge, gli Winger si concessero una lunga pausa dal 1994 al 2006, anno nel quale grazie a Frontiers Records tornarono alla ribalta con le robuste sonorità di “IV” ed una memorabile intervista nella quale lo stesso Kip Winger definiva il gruppo come la versione hair dei Dream Theater, a testimonianza di una consapevolezza che gli andamenti del mercato ed i momenti di silenzio non hanno fortunatamente mai scalfito.

Se parlando di questa band una premissina è doverosa, se non altro per sottolineare la portata di questa diversità a cavallo tra hair e progressive, ciò che più interessa oggi è dare ancora una volta il benvenuto alla formazione composta da Kip Winger, Reb Beach, John Roth, Paul Taylor e Rod Morgenstein in occasione della pubblicazione di “Seven”, che ovviamente rappresenta la settima tappa in questi trentacinque anni di carriera. Composto da dodici tracce ed immediatamente arricchito da inserti d’archi (ricordiamo che lo stesso Kip ha ricevuto una nomination al Grammy per la sua opera classica contemporanea “Conversations With Nijinsky”), il disco si apre con una “Proud Desperado” caratterizzata da ritmiche taglienti ed un’atmosfera relativamente cupa, che ancora una volta dimostra come gli Winger riescano sempre a calarsi nel contesto, pur senza rinunciare alla propria innata eleganza. Se la successiva “Heaven’s Calling” conferma in un certo senso l’orientamento, con una ritmica faticosa e più prog che nella fluidità del ritornello trova un sollievo liberatorio, si cominciano anche ad intuire le qualità di brani che, a seconda del modo nel quale vengono interpretati, possono cambiare faccia ed effetto nel giro di un paio di battute.

Se infatti il disco privilegia le frequenze più basse e gli aspetti più ruvidi, facendo della prima parte di “Seven” un ideale successore del cattivissimo “Karma” (“Stick The Knife In And Twist” ricorda i Megadeth di metà anni novanta), è evidente come sarebbe sufficiente concentrarsi sulle melodie vocali per ottenere una resa immediatamente più accomodante e leggera: è il caso ad esempio di una “Tears Of Blood” che vede chitarre heavy e cori languidi condurre un’ideale battaglia per conquistare il potere di definire la natura del brano, creando una tensione tra gli elementi che – se l’idea alla base è sufficientemente robusta – rende l’ascolto sempre diverso ed interessante. L’interpretazione di Kip, la cui timbrica a volte mi ricorda una versione pompata di Sting, e la ricchezza del contributo strumentale sono il marchio di fabbrica al quale nemmeno in questa occasione il quintetto americano può rinunciare: ogni traccia esibisce una solidità impressionante, guadagnando gradualmente in termini di appeal e drive (“Resurrect Me”), secondo uno schema che gli Winger sfruttano ormai da tempo ma che difficilmente potrà stancare grazie all’esuberanza ed alla freschezza con la quale viene interpretato.

Forse un paio di episodi suonano leggermente più stanchi, con gli Winger di oggi che si dimostrano più a loro agio con il talk box di “It’s Okay” che con la pretenziosa balladBroken Glass”, ma in generale la consistenza sul piatto è talmente evidente che cercare il difetto diventa più un esercizio critico che non un passatempo davvero sensato. Quando compiacimento e soddisfazione subentrano già alla quarta traccia, e ne mancano ancora otto alla fine degli ascolti, sai di avere a che fare con un lavoro riuscito ed in grado di offrire molto, tanto al cuore quanto alla testa: dall’intro di basso alla “Unskinny Bop” di “Voodoo Fire” al testo disilluso e motivazionale di “Do Or Die”, le piccole sorprese non distolgono da un lavoro compatto che, ancora una volta, conferisce una forma attraente a quella diversità – a volte incompresa, a volte derisa, a volte fraintesa – che rappresenta la vera anima di una band elegante ed operaia in pace con se stessa, che continua a macinare chilometri riempiendo i teatri degli Stati Uniti di sorrisi, ricordi e buon rock.

.

..

Titoli di coda:

– ChatGPT, si dice “dei Winger o degli Winger”?

– La forma corretta è “degli Winger”. L’uso dell’articolo “degli” dipende dalla presenza della consonante iniziale nella parola successiva. Nella lingua italiana, si utilizza l’articolo “degli” davanti a parole che iniziano con la consonante “w” seguita da una vocale. Quindi, nel caso specifico, si direbbe “degli Winger”.

– Ok, grazie.

– Di niente! Sono qui per aiutare. Se hai altre domande, non esitare a chiedere.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Proud Desperado 02. Heaven’s Falling 03. Tears Of Blood 04. Resurrect Me 05. Voodoo Fire 06. Broken Glass 07. It’s Okay 08. Stick The Knife In And Twist 09. One Light To Burn 10. Do Or Die 11. Time Bomb 12. It All Comes Back Around
Sito Web: facebook.com/WingerTheBand

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi