Oddland – Recensione: Unilluminate To Illuminate

Era il Maggio del 2012, e qui su metallus.it salutavamo l’esordio degli Oddland come un lavoro scarsamente originale, pieno di contaminazioni tra le più disparate eppure portatore di una “validità di fondo” inespressa… ma che dalle note comunque traspariva. A distanza di quattordici anni e due ulteriori album, il quartetto finlandese torna a far parlare di sè grazie ad “Unilluminate to Illuminate”, un disco – il primo pubblicato da Frontiers – che esalta l’oscurità come spazio e condizione necessari per arrivare eventualmente alla luce. Noti per le architetture contorte e freschi di tour con i Soen, un’esperienza che per loro stessa ammissione ha portato la band ad un livello superiore, il ritorno degli Oddland nasconde undici brani dietro ad una copertina non così evocativa come il titolo del disco avrebbe forse potuto suggerire o reclamare. Disponibile su CD e vinile, l’album si apre comunque con una “Amokinus” alla quale i fiati regalano una nota decisamente jazzistica, con qualcosa dei Primus prima che questa introduzione si incanali sui binari di un finale più cadenzato ed atmosferico. “Eternal Erode”, primo vero brano del disco, è invece geometrica e naturalmente scomposta, con il cantato gentile di Sakari Ojanen a fare da collante secondo una schema che, ora come allora, difficilmente si può definire originale. Ed esattamente come in occasione del debutto, non è che il growl apporti un particolare valore ad un quadro che, al contrario, sembra raggiungere i momenti migliori quando – confortato da fiati malinconici – si vira verso un’idea di desolata, nordica contemplazione che di questi dischi costituisce un elemento spesso imprescindibile.

Nonostante lo spettacolare drumming di Ville Viitanen, in grado di coniugare con personalità pienezza, tocco ed agilità, le parti più soffuse sono quelle che conquistano con maggiore facilità (“Soar”). E’ spesso il basso di Joni Palmroth a dare quella profondità di colore che del concept dell’album rappresenta l’elemento portante (“Red Canvas” ha una nota di liscio romagnolo che la rende tra le migliori): le note più basse sembrano spesso sul punto di trascinare tutto il resto in un vortice melmoso, con le note alte dei violini a dare un senso sci-fi alla “resistance is futile” che ai toni del disco non è completamente alieno. Al contrario, l’effetto alienante è costantemente ricercato con pause e silenzi, potenti riverberi, gradazioni di grigi (“Ascent”) che si susseguono ciclicamente e ipnotizzano. E’ in questi loop matematici e descrittivi che forse si esprime l’abilità più grande degli Oddland, che è quella di affrontare grandi temi con un immaginario sfocato e minimalista, solo suggerito, passibile di interpretazioni differenti (“Freefall”) a seconda di dove si voglia posare l’attenzione, e tendere l’orecchio.

Il frutto di questa impostazione non può essere accattivante, almeno nel senso più commerciale del termine. Questo è un album di costante ricerca nel quale il punto della situazione non lo si fa praticamente mai, lasciando l’ascoltatore in un dubbio che a volte avvolge – quando le partiture si fanno più dense – ed altre isola, quando sulla scena rimane un singolo, flebile suono che vedi morire, impotente. Le tracce non sono peraltro particolarmente lunghe, a testimonianza di una visione che non si esaurisce mai nell’ambito del singolo brano. Ognuno è un momento di tentativo e suggestione, un elogio di un freddo ancestrale e pieno di significati (“Unilluminate”), un’alba nordica fortemente evocativa che funziona più dal punto di vista visuale che, forse, da quello del puro e lineare ascolto.

Considerato il percorso di crescita degli Oddland, a questo disco non si possono certo rimproverare nè la natura ostica nè la condizione volutamente travagliata ed interlocutoria delle linee vocali, che diventa quasi la loro risposta di fronte all’insondabile, all’irrisolvibile, all’incontenibile. La scelta davvero polarizzante è piuttosto quella di affidarsi ad una musicalità fugace e distratta (“Illuminate”), tecnicamente notevole ma raramente in grado di comunicare nel profondo (forse solo con l’acustica “Act Of Solace”). La scelta di rimanere in superficie, senza mai abbandonarsi ad un momento di nuda ed umana musicalità, descrive perfettamente la superficialità dei nostri tempi, e l’attitudine con la quale approcciamo argomenti e discussioni scomode: in questo senso “Unilluminate to Illuminate” è perfettamente allineato allo scopo di descrivere, prendere atto, alienare ulteriormente. Un atteggiamento che conquisterà i più pessimisti, per i quali ormai non ci sono più speranze, ma che lascerà insensibili tutti gli altri, che dalla musica si sarebbero forse aspettati – poveri ingenui – un qualche tipo di risposta. Se non di vera, materna consolazione.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2026

Tracklist: 01. Amokinus 02. Eternal Erode 03. Soar 04. Ascent 05. Freefall 06. Unilluminate 07. Illuminate 08. Act Of Solace 09. Red Canvas 10. Unbound In Time 11. Waterdrops
Sito Web: facebook.com/oddland

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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