In più occasioni abbiamo avuto il modo di parlare della scena musicale di Detroit fra la fine dei sixties e l’inizio del decennio successivo, formata da band dal successo non certo clamoroso, ma determinanti per gli sviluppi e le innovazioni che porteranno al mondo del rock.
Una delle punte di diamante di questa scena sono stati indiscutibilmente i The Stooges.
Siamo a metà anni ‘60 e tal James Newell Osterberg, poi diventato noto come Iggy Pop, che canta in alcune band locali fra cui gli Iguanas (da cui il suo soprannome), dopo una permanenza a Chicago, dove si fa contaminare dal blues del quale quella città è impregnata, tornato alla natia Detroit nel 1967, incontra i fratelli Ron Asheton, chitarrista, e Scott Asheton, batterista. Con il basso di Dave Alexander la formazione si completa, prendendo il nome di Psychedelic Stooges, abbreviato poi in The Stooges.
Fin dai primi concerti la formazione si distingue per l’impatto violento della sua musica scarna e senza fronzoli, e per l’atteggiamento di Pop sul palco, con una presenza trasgressiva e oltraggiosa, che arriva fino all’autolesionismo on stage, come una sorta di Jim Morrison portato all’esasperazione. Il contratto discografico arriva nel 1968 con la Elektra, e in quell’anno esce il debutto omonimo, prodotto da John Cale dei Velvet Underground, ed è un impatto non indifferente sulla scena musicale di allora. Brani come “No Fun” (ripresa anche dai Sex Pistols) e “I Wanna Be Your Dog”, oltre che classici del repertorio della band e della storia del rock, sono a tutti gli effetti, assieme al resto dell’album, i pezzi che più di ogni altri anticiperanno la musica punk.
Dopo un paio di anni occupati a fare concerti nei quali le provocazioni del vocalist erano uno degli elementi caratteristici, nonostante delle vendite non esaltanti, la band entra nuovamente in studio. La produzione di Don Gallucci esalterà anche su disco l’enorme impatto live che i nostri possedevano, e nel luglio 1970 verrà pubblicato l’album Funhouse.
Il brano d’apertura, usato come singolo, è “Down On The Street”, con un secco riff ripetuto di sapore hard blues e un ritornello accelerato al quale guarderà un po’ tutto il movimento stoner una ventina di anni dopo, un assolo lancinante di Asheton e il basso ossessivo del fratello, tutti elementi che caratterizzano la musica degli Stooges. Il brano verrà coverizzato anche dai Rage Against The Machine. A seguire “Loose”, con un tiratissimo riff di ispirazione garage (che può curiosamente ricordare quello di “Smoke on the Water”), dove Iggy declama le sue ruvide linee vocali, con qualche insolita apertura melodica nel ritornello e dove la sezione ritmica dimostra la sua incredibile compattezza, ma è con “T.V. Eye” che la band tocca uno dei vertici della sua produzione: l’urlo di Pop introduce uno dei riff fino ad allora più duri e selvaggi mai composti (nonché imitati in futuro), per un pezzo letteralmente senza respiro, con basso e batteria che martellano come ossessi e il cantante che recita e urla da autentico sciamano, fino alla secca interruzione e ripresa. “Dirt” è un blues lisergico e stralunato di 7 minuti, con un basso ossessivo e una chitarra che interviene nel pezzo, costellandolo di sonorità acide. Di certo il pezzo di più ampio respiro di tutto il disco, cosa che non si può dire di “1970” che apre la seconda facciata (la quale vedrà un po’ ovunque la collaborazione del sax di Steve Mackay), con il suo attacco durissimo, un giro scarno ed ossessivo su un basso e batteria tiratissimi e la drammatica interpretazione vocale, un assolo wah wah di Asheton, seguito da quello del sax di Mackay, per un magma sonoro che raggiunge il parossismo. In “Fun House”, nei suoi quasi 8 minuti di durata, in cui basso e batteria martellano precisi come in una formazione rhythm and blues, troviamo Asheton e Mackay riempire ogni spazio con le loro visioni lisergiche, mentre Pop declama le parole del testo con il carisma di un Morrison incazzato. La conclusiva “L.A. Blues”, che con il blues non c’entra nulla, è puro delirio rumoristico, un’anarchia sonora totale nella quale ogni strumento pare andare per conto suo, il tutto condito dalle urla belluine di Pop per un pezzo che rappresenta una rottura totale non solo con il rock che si era ascoltato fino a quel tempo, ma anche con quanto fatto dalla band fino ad allora (forse solo il free jazz aveva prodotto fino ad allora qualcosa di simile). Puro nichilismo sonoro che chiude un album che definire seminale è riduttivo.
Dopo la pubblicazione dell’album, che non sarà certo un grande successo, la band prosegue con esibizioni live sempre più estreme, in cui gli abusi di stupefacenti contribuivano a creare un clima tesissimo, fino a portare la formazione a un primo scioglimento. L’interessamento di David Bowie, diventato amico di Pop, riporterà la band di nuovo in pista, con l’ingresso del chitarrista James Williamson, e Ron Asheton passato al basso. Il risultato della reunion sarà, nel 1973, l’album “Raw Power”, ancora eccellente, a partire dalla la celebre “Search And Destroy”. Nonostante questo la band si scioglierà nuovamente, lasciando come ultima testimonianza il live “Metallic K.O.”, pubblicato nel 1976 e che, paradossalmente, sarà il loro disco più venduto, diventando un cult per il nascente movimento punk. Nel frattempo il bassista originale Dave Alexander morirà nel 1975 e gli altri membri avranno ulteriori esperienze musicali, con la carriera solista di Iggy Pop che sarà indubbiamente quella di maggior successo e rilievo.
Nel 2003 arriva la reunion con Pop e i fratelli Asheton, coadiuvati da Mike Watt al basso e sempre con la collaborazione di Mackay al sax. Questa formazione produrrà l’album “The Weirdness” nel 2004 e, dopo la morte di Ron Asheton nel 2009 e il nuovo ingresso di Williamson, “Ready To Die” nel 2013. Con questa formazione suoneranno anche in Italia, e noi c’eravamo.
La scomparsa di Scott Asheton nel 2014 e di Mackay l’anno successivo, uniti alla dedizione di Iggy Pop alla sua carriera solista, metteranno la parola fine a una formazione leggendaria.
Resta la testimonianza di una delle band più importanti, provocatorie, iconoclaste, autodistruttive e geniali di sempre, senza la quale molto di ciò che ascoltiamo ora (il punk innanzitutto, ma non solo) non avrebbe di certo la forma attuale. E questo “Funhouse” è probabilmente la rappresentazione più compiuta di tutto ciò che gli Stooges hanno rappresentato.

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Etichetta: Elektra Records Anno: 1970 Tracklist: 01. Down On The Street 02. Loose 03. T.V. Eye 04. Dirt 05. 1970 06. Fun House 07. L.A. Blues Sito Web: https://www.facebook.com/iggyandthestooges |
