Praying Mantis – Recensione: Sanctuary

Nuova uscita per gli esperti Praying Mantis. La band dei fratelli Troy ha ormai abbracciato da tempo la strada del rock melodico di chiara impronta britannica e questo "Sanctuary" non mostra sostanziali variazioni sul tema. 10 brani piacevoli e ben prodotti che non trovano però mai picchi di qualità assoluta e che possiedono l’unica particolarità nell’accentuata punta di malinconia che viene ben suggerita dalla copertina decisamente dark (e che richiama idealmente quella di a "Predator In Disguise", che a nostro personalissimo giudizio rappresenta il meglio mai inciso dal gruppo). E forse è proprio questa scarsa luminosità nelle scelte armoniche a rendere il lavoro poco scorrevole in alcuni tratti, anche se sufficientemente valido da affascinare nell’insieme. Se la cavano bene i nuovi entrati in formazione, soprattutto il singer Mike Freeland, che non mostra buona sicurezza nel muoversi dai toni più melodici alle sferzate hard rock di brani come "So High" e "Touch The Rainbow" o la title-track (tra l’altro il brano migliore del lotto, inspiegabilmente messo in chiusura). Ma anche questi ulteriori punti a favore non sono sufficienti a trasformare un disco assolutamente "normale" come "Sanctuary" in qualcosa da consigliare senza remore. Da avvicinare solo se aficionados della band.

Voto recensore
6
Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2009

Tracklist: 01. In Time
02. Restless Heart
03. Tears In The Rain
04. So High
05. Lonely Way Home
06. Touch The Rainbow
07. Threshold Of A Dream
08. Playing God
09. Highway
10. Sanctuary

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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