Megadeth + Anthrax: Live Report della data di Ferrara

Quella di quest’anno sarà la sesta edizione del Ferrara Summer Festival, che porterà nella sua Piazza Ariostea circa un mese di musica internazionale e non. Come in passato, anche quest’anno non mancano nomi di prestigio sui flyer pubblicitari del festival. Per noi amanti del metallo saltano subito all’occhio gli A Perfect Circle, il ritorno degli Helloween e, ovviamente, il nome dei co-creatori del thrash metal, i Megadeth, che con questo evento (in teoria, ndr) diranno addio all’Italia. L’evento è stato a lungo atteso dai fan, che oggi potranno finalmente salutare Dave e compagni per l’ultima volta, almeno sul suolo italico. Non si poteva perdere l’occasione di costruire attorno al big name una line-up accattivante che facesse da contorno perfetto a questa serata spettacolare. Sono stati così aggiunti, in ordine cronologico di esibizione, i nostrani Game Over, band thrash che ha già calcato palchi importanti e che si è costruita negli anni un’ottima reputazione; i Gaerea, band post-alternative black che, con gli ultimi due album, ha attirato sempre più l’attenzione del pubblico, sebbene per questa serata rimanga forse il gruppo più “fuori genere”; i Cavalera Conspiracy, guidati da Igor e Max Cavalera, che porteranno a Ferrara il loro capolavoro del 1993 creato con i Sepultura, “Chaos A.D.”; i Black Label Society, al ritorno in Italia dopo quattro anni d’assenza; e infine gli Anthrax, diretti opener dei Megadeth e unico altro rappresentante dei “Big Four” presente in cartellone. Sebbene i nomi importanti non manchino anno dopo anno, per chi scrive questa era la prima presenza al Ferrara Summer Festival. C’erano delle aspettative, ma tra chi demonizzava e chi invece idolatrava il nome del festival, non era chiaro cosa avremmo dovuto aspettarci. Per un evento del genere, una delle domande che più mi sono posto prima dell’arrivo riguardava il parcheggio. Sul sito dell’evento le spiegazioni erano chiare ma, viste le 18.000 persone attese, pensavo che la situazione sarebbe stata decisamente più caotica. Devo dire invece che tutto è stato gestito bene sia dai fan sia dalle autorità, permettendo di trovare parcheggio senza dover ricorrere a stratagemmi assurdi. Come nella maggior parte dei festival e degli eventi, non era possibile portare cibo né bevande da casa (no, nemmeno una bottiglietta d’acqua senza tappo, ndr), ma all’ingresso veniva distribuita una bottiglietta d’acqua gratutitamente a testa. Non male, e sicuramente necessaria per una giornata in cui il sole avrebbe picchiato per tutto il pomeriggio sulle teste dei presenti. A questo proposito, devo aggiungere che la piazza è circondata da alberi che hanno creato parecchie zone d’ombra, sufficienti a coprire il pubblico che ha deciso di godersi il concerto da una posizione meno centrale ma lontana dai raggi del sole. Per quanto riguarda i prezzi all’interno, invece… nota dolente? Abbastanza. Se consideriamo però che ormai questi sono i prezzi che troviamo più o meno ovunque, non c’era troppo da sorprendersi. Certo, una bottiglia d’acqua a 3 euro, una birra a 7 euro, un bicchiere di Coca-Cola (versata da bottiglie da due litri aperte e calde, e non da lattine conservate in frigorifero, ndr) a 5 euro, una pizza surgelata a 15 euro e così via non sono prezzi ragionevoli, ma purtroppo queste cifre sono ormai state “normalizzate”. Non abbiamo notato stand che offrissero opzioni vegane o senza glutine, come invece riportato nella guida online del festival, non il massimo. Fateci sapere se la cosa è sfuggita a noi! Per il resto, la sicurezza ha funzionato bene. Non abbiamo notato gravi problematiche o particolari mancanze da parte degli addetti. L’unico aspetto che mi sentirei di evidenziare riguarda la distinzione tra “Gold Ticket” e “Normal Ticket”. Per una differenza di prezzo tutto sommato irrisoria, pari a 20 euro, il pubblico veniva separato in due aree: 100 euro per il Gold Pit Ticket e 80 euro per quello normale. Onestamente, frequento parecchi concerti, ma non mi capita spesso di assistere a show in cui il pubblico viene diviso in questo modo. Non riesco ad approvare questa pratica, specialmente quando il risultato offerto è discutibile. Ci siamo goduti il concerto dalla zona “normale” e devo dire che non è stato il massimo avere la visuale parzialmente ostruita dalla postazione del mixer e dalle casse. Allo stesso modo, non è stato particolarmente gradevole ascoltare lo show con livelli di volume che sembravano quelli di un’autoradio. Saremo forse troppo critici a riguardo, ma personalmente avrei apprezzato un biglietto unico, lasciando alla sorte la distanza dalla quale assistere allo spettacolo. Detto questo, riteniamo che la giornata sia stata davvero soddisfacente. C’è sicuramente qualcosa che sarebbe bello migliorare, ma nel complesso riteniamo che gli 80 euro spesi siano valsi ampiamente la pena. Procediamo dunque con il live report. 

GAME OVER

Si inizia alle 15 puntualissimi con i Game Over (tra l’altro Ferraresi, quindi giocano anche in casa), sentiti praticamente da fuori per tutta la durata del loro set, a causa della lunga fila in cassa accrediti – per poi scoprire che il biglietto mi era stato mandato in formato elettronico il giorno prima – e, soprattutto, perché in piazza Ariostea non può entrare cibo da fuori (e da meridionale, con 700 km di viaggio in solitaria alle spalle e un alzata alle 6 del mattino, col cazzo che buttavo i panini che mi ero amorevolmente preparato la sera precedente).

Bravi comunque i Game Over, con una proposta thrash che richiama molto gli Anthrax, che più tardi nella giornata calcheranno lo stesso palco.

Peccato averli ascoltati da fuori, ma si percepivano belle composizioni, sonorità interessanti e assoli molto ispirati e virtuosi.

Sono riuscito ad entrare proprio nel momento in cui i Game Over hanno salutato tutti… diciamo che l’inizio del mio “Ferrara Summer Festival” non è stato dei migliori, ma da quel momento in poi, poteva solo risollevarsi.

(Giorgio Rutigliano)

Setlist:

1. Lust For Blood

2. Veil Of Insanity

3. The Cult

4. Grip Of Time

5. Neck Breaking Dance

6. Masters Of Control

7. Neon Maniacs

GAEREA

Oramai anche in Italia sui festival ci si possono settare gli orologi. Alle 16 spaccate salgono sul palco i portoghesi (e mascherati) Gaerea che propongono un black metal moderno, contaminato da elementi sinfonici, teatrali e progressive. I Gaerea pestano, senza compromessi. Nel frattempo piazza Ariostea continua a riempirsi, di pubblico molto variegato, tra giovani, meno giovani e gente più attempata. 

Ad ogni modo, i Gaerea ci hanno messo esattamente 10 minuti a conquistare il pubblico italiano, che apprezza, applaude e ben recepisce la band. 

Dopo l’inizio concerto, si lasciano addirittura andare con vari intro e break ambient, per poi proseguire con blast beat violentissimi che non mancano di far muovere i presenti.

Insomma una bella scoperta e uno spettacolo davvero convincente, che giunge al termine soddisfacendo la maggior parte della gente presente.

(Giorgio Rutigliano)

Setlist:

1. LBRNTH

2. Nomad

3. Phoenix

4. Submerged

5. Hellbound

6. Luminary

CAVALERA CONSPIRACY

Sono circa le 16 e il sole sta ancora prepotentemente cuocendo i presenti quando i Cavalera Conspiracy fanno il loro ingresso sul palco. Dalla parte del non-Gold Pit non c’è tantissima gente; in effetti si sta soffocando e molti hanno preferito godersi lo show dalle zone d’ombra create dagli alberi circostanti. Come annunciato sulla locandina, i nostri eseguono per intero il celebre album “Chaos A.D.“, pubblicato dai Sepultura nel 1993: un lavoro che denuncia la corruzione politica del Paese natale dei fratelli Cavalera, così come discriminazione, razzismo e ingiustizie sociali. Il primo brano a essere eseguito è “Refuse/Resist”, feroce critica nei confronti delle forze dell’ordine, e il pubblico presente non può fare altro che lasciarsi andare con violenza. Si aprono immediatamente diverse zone di pogo e, dal palco, si percepisce tutta l’energia di musicisti che, dopo oltre trent’anni, non hanno ancora perso un grammo della loro carica. Sebbene la band nel suo complesso sia estremamente coinvolgente e trascinante, ad attirare la mia attenzione è ancora una volta Igor Cavalera, che sembra avere sempre una marcia in più: tecnico, preciso e dotato di un gusto nella scelta dei suoni semplicemente impressionante. “Slave New World”, “Amen” e “Propaganda” seguono la guerriglia scatenata dai Cavalera. La scaletta ripercorre fedelmente quella dell’album, ma un brano viene volutamente lasciato per l’encore. Così, dopo che la furia brasiliana conclude la prima parte del set e si prepara al bis, Max si avvicina al microfono. L’attacco di batteria è iconico. “War for…” “War for…” “War for… Territory!” Parte “Territory”, probabilmente il brano simbolo del disco. A seguire arrivano “Symptom of the Universe”, storica cover dei Black Sabbath, e “Chaos B.C.”, traccia inclusa nella riedizione di “Chaos A.D.” del 1996. Non fosse stato per il volume estremamente basso, lo show sarebbe stato praticamente perfetto: pogo costante, wall of death, una band carichissima e dotata di ottimi suoni. Purtroppo, però, il livello audio è apparso personalmente ridicolo e, cosa ancora più preoccupante, non migliorerà nel corso della serata. Grandissimi Cavalera. Che goduria! 

(Giorgio Di Giulio)

Setlist:

  1. Refuse/Resist 
  2. Slave New World
  3. Amen 
  4. Propaganda
  5. We Who Are Not as Others
  6. Nomad
  7. Kaiowas
  8. Clenched Fist
  9. Biotech Is Godzilla
  10. Territory
  11. Symptom of the Universe
  12. Chaos B.C.

BLACK LABEL SOCIETY

 Dopo la consueta mezz’ora di cambio palco e l’immancabile intro “Whole Lotta Sabbath” (un mash-up tra gli Zeppelin e i Sabbath) sul palco salgono i Black Label Society del virtuoso Zakk Wylde.

“Funeral Bell” (ma anche lo stesso Zakk col suo sobrissimo kilt giallo) rompe subito gli indugi. Appena finita la canzone il pubblico fuori dal pit chiede più volume e, intendiamoci, il suono in generale arrivava ben distinto e pulito, anche se un pó basso in alcuni punti della piazza, ma questo dipendeva sempre dal luogo in cui si era posizionati. Sostare dietro l’impalcatura delle luci, o fuori asse rispetto alle casse poste a metà piazza, poteva penalizzare un pó l’ascolto.

Ad ogni modo, il concerto prosegue e si continua con “Name In Blood“, singolo estratto da “Engines Of Demolition”, ultimo lavoro della band, “Destroy & Conquer” che mostra il talento virtuoso del biondo chitarrista del New Jersey e, poi, il “lentone” (ma sempre pesantissimo oltre che godibilissimo) “A Love Unreal“.

Dopo un botta e risposta con il pubblico i Black Label Society riattaccano con “Heart Of Darkness” a cui viene unita, tipo coda, la parte centrale di “No More Tears” del compianto Ozzy Osbourne, con annessi assolo e ultima strofa. Una celebrazione della persona più importante nella carriera di mr. Wylde.

Non appena, poi, parte l’intro in cassa, è subito un tripudio di pubblico che canta “Set You Free“. Subito dopo Zakk fa battere le mani a tutta la piazza e attacca col mid-tempo “Fire It Up“, forte di un assolo prolungato in cui il nostro dà sfoggio di tutte le sue capacità chitarristiche e da showman (leggasi solo complicato con chitarra dietro la schiena), a cui si aggiunge anche l’altro chitarrista Dario Lorina, sempre con un’esecuzione “no look”. Nel finale di canzone, inoltre, vengono omaggiati anche i Deep Purple, intonando un piccolo estratto di “Smoke On The Water” prima di concludere la canzone.

La band è in ottima forma, e lo dimostra anche con la seguente “Suicide Messiah” (altro pezzo superconosciuto da tutti i presenti), a seguito di un’intro di basso molto interessante di JD DeServio.

Si sta per arrivare alla conclusione del set e parte un altro intermezzo, con Zakk che si dimostra un mostro di tecnica ed interpretazione, per poi arrivare ad un piccolo accenno al riff iniziale di “Black Sabbath” (indovinate di chi?) ed approdare a “Stillborn“, col pubblico che canta, immagini celebrative di Ozzy proiettate alle spalle della band ed un senso di soddisfazione generale.

(Giorgio Rutigliano)

Setlist:

1. Funeral Bell

2. Name In Blood

3. Destroy & Conquer

4. A Love Unreal

5. Heart Of Darkness

6. No More Tears

7. Set You Free

8. Fire It Up

9. Suicide Messiah

10. Stillborn

ANTHRAX

Dopo le ottime esibizioni di Cavalera Conspiracy e Black Label Society, la speranza è che la serata riesca a mantenere gli stessi ritmi. A differenza dei presenti nel pogo, il sole inizia finalmente a picchiare meno e l’ombra è ormai prossima a coprire gran parte del pit sottostante al palco. L’area concerti continua a riempirsi sempre di più, il backdrop degli Anthrax viene issato e, da lì a pochi minuti, la band americana sale sul palco accolta da un grandissimo boato. Gli Anthrax sono da sempre una band amata e discussa, spesso considerata l’anello più debole dei Big Four, ma ogni volta che timbrano il cartellino in Italia non manca mai un pubblico caloroso e devoto a supportare gli statunitensi. Dopo un’intro sulle note di “The Number of the Beast” degli Iron Maiden, i nostri entrano in scena con “Among the Living”, title track dell’omonimo album che nel 1987 ha scosso il mondo del metal, consacrando gli Anthrax come uno dei nomi di riferimento del thrash americano. Joey Belladonna ha, come sempre, stile da vendere e, sebbene sia il membro più anziano della band (il frontman è nato nel 1960), si muove sul palco come un ragazzino ancora pieno di energia primordiale. “It’s time!” grida al microfono prima che la celebre introduzione di “Got the Time”, storica cover di Joe Jackson, ricordi a tutti quanto questo brano sia ancora oggi un punto fermo dei concerti degli Anthrax. Le successive “Madhouse”, “Caught in a Mosh” e “Metal Thrashing Mad” scatenano ulteriormente i presenti. In questo momento si forma un enorme pit nel quale giovani e meno giovani si scontrano a spallate; corpi volano sopra la folla mentre il caos sottostante continua a crescere freneticamente e il pubblico canta all’unisono con la band. Joey Belladonna non si trattiene: “Quando veniamo in Italia ci sentiamo a casa. Ognuno di voi è gentile e scatenato!” Le parole del cantante raccolgono una naturale scia di applausi e boati che introducono “Keep It in the Family” e la successiva “The Devil You Know”, brano che Joey presenta con orgoglio come anticipazione del prossimo album degli Anthrax, “Cursum Perficio”, previsto per la metà di settembre di quest’anno. Il tempo passa davvero in fretta ed è evidente che pubblico e band si stiano divertendo parecchio. Peccato, anche in questo caso, per i volumi decisamente bassi. Per il resto, gli Anthrax si muovono sul palco come veterani assoluti, concedendosi qualche piccola sbavatura qua e là ma mantenendo sempre altissimo il livello dello spettacolo. Ottima la performance di tutti e, in particolare, quella del frontman, che continua a conservare con grande dignità gran parte dell’estensione e del timbro che lo hanno reso celebre. A questo punto la band prosegue la propria setlist con un’altra cover ormai immancabile, “Antisocial”, storico brano dei Trust che si adatta perfettamente all’attitudine degli Anthrax, per poi arrivare all’immancabile “Indians”. A circa metà del pezzo tutto si interrompe. La leggenda, Scott Ian, non sembra soddisfatto di ciò che vede sotto il palco e invita i presenti a scatenarsi ulteriormente. “Questo è il momento migliore dello show. È il momento giusto per fare casino”, “WANT THIS…”. Nemmeno ce ne accorgiamo e, anzi, mentre scrivo queste righe faccio ancora fatica a credere a quanto velocemente sia volato il set degli Anthrax. Eppure è proprio “Indians” a mettere la parola fine alla loro esibizione. Belladonna scandisce il conto alla rovescia osservando il timer posto di fronte al palco, mentre la band si prepara a salutare i fan per l’ultima volta. Gli Anthrax non si smentiscono mai. Se da un punto di vista puramente qualitativo devo ammettere che Cavalera Conspiracy e Black Label Society abbiano probabilmente offerto gli show migliori della serata, gli Anthrax hanno senza alcun dubbio firmato ancora una volta lo spettacolo più divertente dell’intero festival. La band è una garanzia e per questo non vediamo l’ora di rivederla dal vivo, magari con livelli di volume un po’ più dignitosi.

(Giorgio Di Giulio)

Setlist:

  1. Among the Living
  2. Got the Time
  3. Madhouse
  4. Caught in a Mosh
  5. Metal Thrashing Mad
  6. Keep It in the Family
  7. The Devil You Know
  8. It’s for the Kids
  9. Antisocial
  10. Indians

MEGADETH

Rimane, ormai, solo il main event, quello per cui siamo tutti qui. Il live dei Megadeth. 

Cala la sera, il sole cocente di tutta la giornata ci ha salutato da poco e, sul palco, sale Dave Mustaine, quasi in sordina. Boato immediato e parte, in solitaria, col riff di “Tipping Point“.

Si prosegue con “Hangar 18” sulla quale non c’è molto da dire, chi conosce la canzone, sa di che bomba di pezzo parliamo. Notiamo qualche imprecisione proprio di Mustaine su alcuni fraseggi, ma qui stiamo davvero cercando il pelo nell’uovo.

A sorpresa la band continua la setlist con “This Was My Life” da “Countdown To Extinction”, lasciando molti di noi increduli e soddisfatti, visto che il brano in questione, negli anni, non è stato suonato molto dal vivo.

La successiva “Dread And The Fugitive Mind” continua questa scaletta piena di sorprese e, anche se il pre-solo è stato un pó confuso, ci pensa il seguente assolo del bravissimo Teemu Mäntysaari a risollevare gli animi.

“Take No Prisoners“, poi, mantiene la promessa regalandoci una band precisa e potente che, stasera, non fa davvero prigionieri. “Angry Again” (una canzone fan-favourite), poi, viene accompagnata vocalmente da tutto il pubblico.

Dopo una piccola introduzione di Dave, parte “I Don’t Care“, pezzo punkeggiante, ma dove ci sono degli assoli di pregevole fattura, mentre “She-Wolf” continua il discorso. Il pubblico è rapito, in una piazza gremita ma dove, al di là di tutto, ci si poteva muovere con facilità.

Altro momento saliente della setlist, oltre che inaspettato, è “Sweating Bullets“, un’altra mina lanciata da Dave che, purtroppo, soffre di qualche imprecisione sulle parti solistiche, fermo restando che si sta ancora parlando di livelli altissimi di esecuzione strumentale.

Forse per prendere fiato, o forse perché ci teneva a farcelo sapere, parte un simpatico siparietto di Mustaine sul fatto che ha, ormai, casa in Italia oltre che la cittadinanza ufficiale. L’ultima parte del discorso è stata (tradotta): “Quanto sarebbe figo se vi affacciaste alla finestra e lì ci fossi io? Oh, Dave Mustaine è il mio vicino ed è li tranquillo che prende un caffè!” Non credo che nelle altre date in giro per il mondo si sia lasciato andare a considerazioni così “profonde”.

Da qui dedica “Let There Be Shred” a tutti i chitarristi presenti e, la canzone promette e mantiene, con assoli molto precisi e un’apparizione anche di Vic Rattlehead, in formato mascotte, sul palco.

Giusto per non farci mancare nulla, inoltre, parte il “momento nostalgia” (o Metallica nostalgia, fate voi) con “Mechanix” e “Ride The Lightning“, reminiscenze del passato di Mustaine con la band di Hetfield e soci.

Altro highlight assoluto di questo live è “Tornado Of Souls“, sulla quale faccio davvero fatica a scrivere. Per il sottoscritto, l’assolo di questo brano è il più bello della storia della musica (tra l’altro eseguito con maestria cristallina da Teemu), non del metal, ma della musica in generale. Ed ogni volta che la sento live, è un’emozione quasi indescrivibile (e no, non è il mio primo rodeo con la band di Dave).

Siamo ormai quasi alle battute finali e i Megadeth ci deliziano con un’altra perla dal loro repertorio, ovvero “Countdown To Extinction“, sottovalutata title-track dell’omonimo disco, eseguita in maniera compatta e con la parte armonizzata a due chitarre parecchio ispirata e godibile.

Attacca Lomenzo con un riconoscibilissimo giro di basso e sappiamo tutti che sta per iniziare “Peace Sells“, presentata in un Italiano parecchio discutibile, dove Dave si fa aiutare dal pubblico che ormai canta praticamente tutte le canzoni insieme a lui. Ricompare anche Vic, con una valigia piena di soldi, a richiamare l’iconica copertina del disco dell’86.

Rimane tempo per altre due canzoni e Mustaine è quasi dispiaciuto che il set stia per finire. “Symphony Of Destruction“, forse il pezzo più conosciuto della band, fomenta il pubblico come non mai e apre le porte al finale del concerto, ovvero “Holy Wars… The Punishment Due” che chiude il discorso. Alla grande.

Che dire? Non si poteva chiedere chiusura migliore ad una giornata lunga, calda, intensa ma con un altissimo contenuto emozionale visti i mostri sacri che si sono susseguiti sul palco del Ferrara Summer Festival.

Che fossero i ritmi tribali dei Cavalera, il groove dei Black Label Society, il thrash contaminato degli Anthrax o quello virtuoso dei Megadeth, oggi il metal, in tutte le sue forme, ha vinto. E ha lasciato un segno davvero grande quanto una piazza.

(Giorgio Rutigliano)

Setlist:

1. Tipping Point

2. Hangar 18

3. This Was My Life

4. Dread And The Fugitive Mind

5. Take No Prisoners

6. Angry Again

7. I Don’t Care

8. She-Wolf

9. Sweating Bullets

10. Let There Be Shred

11. Mechanix

12. Ride The Lightning

13. Tornado Of Souls

14. Countdown To Extinction

15. Peace Sells

16. Symphony Of Destruction

17. Holy Wars… The Punishment Due

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