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ZZ Top – Recensione: Tres Hombres

La recente scomparsa di Frank Beard, ci spinge a parlare, per commemorarlo, della formazione nella quale ha suonato dal 1969 fino ai suoi ultimi giorni, qualcosa come 57 anni di dedizione a un’unica band: gli ZZ Top.

Le origini di un’autentica leggenda texana iniziano nel 1969, anno nel quale tre musicisti ventenni, Billy Gibbons (chitarra e voce), Dusty Hill (basso e voce) e Frank Beard (batteria), provenienti da precedenti esperienze musicali, (Moving Sidewalks, American Blues e altre), si uniscono, dopo che Gibbons aveva suonato con altri musicisti, per dare vita alla formazione definitiva degli ZZ Top.

Con la guida del manager Bill Ham, il trio si esibisce nei primi concerti e successivamente firma un contratto discografico per la London Records, filiale americana della Decca. Il debutto su vinile arriva nel 1971, con “ZZ Top’s First Album”, che già è indicativo delle loro coordinate stilistiche, ovvero un southern rock blues, piuttosto essenziale ma di enorme sostanza, con incastri ritmici perfetti, conditi dalla voce roca di Gibbons (cantante principale) e dai suoi interventi solisti dal suono e dall’espressività unici. Il successivo “Rio Grande Mud” del ’72, oltre a definire ulteriormente lo stile, contiene anche il loro primo singolo di successo, “Francine”, oltre a brani che saranno dei classici del loro repertorio, come “Chevriolet” e “Just Got Paid”.

Ma è con il terzo album, “Tres Hombres” del 1973, che il trio svolterà verso la grande notorietà e consoliderà definitivamente il suo stile. Prodotto da Ham, coadiuvato dall’ingegnere del suono Terry Manning, diventerà a tutti gli effetti il disco più classico e rappresentativo per la band.

Aperto da “Waitin’ For the Bus”, secco rock blues dal riff essenziale e la linea vocale cantata inizialmente in coro, con un assolo di armonica, seguito da quello, sensazionale, di chitarra, sfocia poi, senza soluzione di continuità, nel blues di “Jesus Just Left Chicago”, rilassato ma incalzante e arricchito da assoli di chitarra memorabili, uno dei brani che faranno parte dei classici dei nostri. Sonorità ben più hard e southern arrivano con “Beer Drinkers & Hell Raisers”, dal riff serrato e incalzante e l’alternanza alle voci del chitarrista e del bassista, per un risultato strepitoso. Il brano verrà coverizzato anche dai Motorhead, tanto per dire… Una maggior complessità ritmica si può riscontrare su “Master of Sparks”, dai riff articolati e dalla linea vocale molto “americana”. E qui va fatto un plauso a una sezione ritmica magari poco appariscente, ma di una precisione e di un approccio quasi matematico, dove ogni colpo e ogni nota è totalmente spesa in funzione del brano (una in più sarebbe di troppo) e supporta con incredibile efficacia voce e assoli, raggiungendo così la perfezione. “Hot, Blue and Righteous” è una blues ballad strascicata e malinconica, con un notevole uso delle voci all’unisono e un assolo di poche ma essenziali note, per contro “Move Me On Down the Line” è un pezzo dai ritmi ben più sostenuti e dagli echi sixties, dal riff robusto e un grande assolo di slide guitar. “Precious and Grace” è essenziale per capire la musica degli ZZ Top: riff secco, che si sviluppa in varie articolazioni, con una solidissima base blues sostenuta dalla “solita” strepitosa ritmica di Hill e Beard, assoli di chitarra con un uso degli armonici perfetto. Uno dei pezzi migliori di un disco straordinario, ma ecco che arriva quello che si può definire uno dei due pezzi più famosi del trio (l’altro è “Tush”, dall’album successivo), la celeberrima “La Grange”, con un testo ispirato a un bordello del loro stato. Con il famoso riff spezzato che guarda a John Lee Hooker, è un boogie trasbordante groove, con la voce di Gibbons che narra le vicende in questione con la consueta ironia, fra stacchi precisissimi di Beard e assoli travolgenti di chitarra, legati da un basso incalzante. Un capolavoro senza tempo e uno dei grandi classici southern di sempre. Dopo un simile colosso, “Shiek” rilassa i ritmi, con un blues desertico dove non manca qualche spunto funk. Chiude il disco “Have You Heard?”, blues nel ritmo, con elementi country nella linea vocale e un’atmosfera di divertita rilassatezza generale che ne fa una perfetta conclusione di un disco epocale.

La band proseguirà con un altro caposaldo della loro discografia, “Fandango” del ’75 e altri grandi dischi (“Tejas”, Deguello”, “El Loco”) fino ad arrivare al successo travolgente di “Eliminator” nel 1983. La storia prosegue tutt’ora, fra dischi di livello sempre perlomeno buono e grandissimi concerti.

Tres Hombres” non è solamente il disco migliore e più rappresentativo degli ZZ Top, ma anche un caposaldo del cosiddetto Texas Blues. Maestri nel togliere e avversi a qualsiasi prolissità, sono la dimostrazione che con relativamente poco si può raggiungere la perfezione, nella quale anche le pause diventano musica, dove una sola nota può dire di più di cento.

Determinanti per tutto il successivo southern rock, ma in generale per il rock blues, sono una di quelle band che è entrata profondamente nel DNA di chiunque si approcci alla loro materia sonora, e ben oltre. E parlarne è a nostro avviso un doveroso omaggio a Frank Beard e a Dusty Hill, che assieme hanno costituito una delle più sensazionali macchine da groove di ogni tempo.

È di questi giorni la notizia che la band, sempre guidata da Gibbons, prosegue con Michael Monhan alla batteria, che già sostituiva Beard per i suoi problemi di salute (dal 2021 al posto di Hill c’è Elwood Francis), ma è evidente che la formazione classica, che ha suonato assieme per una cinquantina di anni resterà per sempre nella memoria di chiunque abbia amato e ami quel sound unico e inimitabile che trova in “Tres Hombres” uno dei vertici più alti.

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