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Rose Tattoo – Recensione: Rose Tattoo

Sembra incredibile: meno di due mesi fa eravamo a Pratteln, in Svizzera, a vedere i Rose Tattoo, un concerto magnifico di cui abbiamo puntualmente pubblicato il live report.

Ora siamo qua per commemorare la figura di Angry Anderson, mancato il 21 settembre a causa di un attacco cardiaco avuto appena un paio di giorni dopo quella data, che di fatto resterà la penultima della loro cinquantennale carriera. Ed è proprio cinquant’anni fa, nel 1976, che Peter Wells, ex bassista dei Buffalo ora passato alla chitarra slide, fonda a Sidney una primissima versione dei Rose Tattoo con Ian Rilen al basso. Qualche anno prima, a Melbourne, un giovanissimo Gary Stephen Anderson, ragazzo proveniente da una situazione familiare disastrosa, che gli forgerà un carattere difficile e ribelle (da cui il soprannome “Angry”, arrabbiato), si appassiona al rock n’roll ed entra nelle prime formazioni. La più importante di queste saranno i Buster Brown, in compagnia del futuro AC/DC Phil Rudd alla batteria e Geordie Leach al basso. Fra eccessi di ogni tipo e concerti selvaggi che spesso finivano in risse, arriveranno a pubblicare un album nel 1974, “Something to Say”, che non avrà alcun riscontro commerciale. Lo scioglimento sarà inevitabile e, dopo qualche altra band transitoria, Anderson e il chitarrista Mick Cocks decidono di trasferirsi a Sidney. L’incontro con Wells e Rilen sarà inevitabile, e darà vita alla prima formazione storica dei Rose Tattoo. Un dettaglio curioso è che, per volere di Wells, tutti i membri della band dovevano essere tatuati. L’immagine doveva sicuramente spiccare, soprattutto per la presenza di Anderson, piccolo di statura e completamente rasato, cosa al tempo piuttosto inusuale. Dopo alcuni ulteriori cambi di formazione, arriverà Dallas “Digger” Royal alla batteria (aveva sostituito Rudd nei Buster Brown) e con questi elementi, dopo una serie di concerti selvaggi che spesso spaventavano i gestori dei locali con il loro travolgente e tirato hard r’n’r sporcato di blues e di boogie (e a volte con la partecipazione come ospiti di gente come Angus Young, Bon Scott e Jimmy Barnes, diventati loro fans), la band inciderà il singolo “Bad Boy for Love”, che otterrà un certo riscontro. Dopo la pubblicazione Rilen lascia per formare la punk band X, e viene sostituito da Geordie Leach, già con Anderson nei Buster Brown. E sarà proprio Angus Young a segnalare la band all’etichetta australiana Albert Production, con la quale pubblicheranno i loro primi quattro dischi, a iniziare dal debutto auto nominato, uscito nel novembre 1978, prodotto dal duo Wanda & Young, gli ex Easybeats produttori dei primi album degli AC/DC.

L’album si apre con “Rock ‘N’ Roll Outlaw”, con le chitarre serratissime, un mid tempo incalzante e una linea vocale pressoché perfetta, di un’immediatezza e una cantabilità pazzesche, con Anderson che, con la sua voce aspra e incredibilmente espressiva, narra quella che potrebbe essere la biografia di qualsiasi membro della band. Un brano che resterà uno dei grandi classici dell’aussie rock. Ma ecco che a ruota arriva quello che resterà per sempre il pezzo simbolo dei nostri: stiamo ovviamente parlando di “Nice Boys”, con il suo ritmo anfetaminico, quel ritornello che è a tutti gli effetti un inno, le selvagge slide guitar di Wells, il finale in crescendo di intensità e, ancora una volta, un punto fermo attitudinale. La notorietà del brano, coverizzato fra gli altri dai Guns n’Roses, ne fa uno dei grandi classici della storia del rock, e non stiamo esagerando. A rallentare i battiti cardiaci arriva lo sporco blues di “The Butcher and Fast Eddy”, in cui Anderson recita i suoi ruvidi testi con l’espressività unica che lo caratterizza, e in cui l’assolo di chitarra è affidato a Cocks. “One of the Boys” è un tiratissimo r’n’r con un tocco punkeggiante, soprattutto nel ritornello corale e sfrontato, mentre “Remedy” è un altro pezzo tiratissimo e senza respiro, nel puro stile di quell’hard r’n’r del quale i nostri sono stati fra gli interpreti massimi. Il singolo “Bad Boy for Love” è un incalzante hard blues, con la consueta linea vocale di un Anderson più narratore che mai, un ritornello semplice e diretto che resta stampato in testa e grandi interventi di chitarra slide e “T.V.” è ancora un grande, velocissimo r’n’r che non fa prigionieri. Un deciso cambio di atmosfera arriva con “Stuck on You”, dai ritmi più aperti e solari, una piccola storia d’amore narrata con ironia da un Anderson che nella successiva “Tramp” riprende con il selvaggio r’n’r senza respiro che è la cifra stilistica dei nostri. Il finale è affidato a “Astra Wally”, una storia di crimine risolta nell’ennesimo tritassimo, adrenalinico rock’n’roll con un Anderson sugli scudi e una base musicale letteralmente travolgente. Una chiusura clamorosa per un disco che non ha un solo momento di stanca, in cui ogni brano potrebbe essere un singolo. Grezzo, diretto, senza fronzoli, con testi che raccontano storie rudi, proletarie e vissute da uomini, ancor prima che musicisti, autentici e di un’onestà sconcertante.

Il disco, stampato in altri paesi anche con il titolo di “Rock ‘N’ Roll Outlaws”, (negli anni seguiranno varie ristampe, anche con inediti) ebbe un certo successo, e ne seguì un tour che vide anche qualche cambio di formazione. Ma la line up del debutto si riunì per incidere, nel 1981, il secondo album, “Asssault & Battery”, seguito nel 1982 da “Scarred For Life” (con Rob Riley alla chitarra al posto di Cocks), due album strepitosi che, assieme al debutto, costituiscono la migliore produzione discografica dei Tatts, ricchi di brani che diventeranno dei grandi classici, eseguiti dal vivo fino all’ultimo.

Il successivo “Southern Stars” dell’84, con una formazione pesantemente rimaneggiata (ma con Anderson sempre presente a guidare la band) fu un mezzo passo falso, complice una svolta melodica non nelle corde della band. Ne seguì un periodo nel quale Anderson si dedicò alla carriera solista, producendo nell’86 “Beat From a Single Drum” (pubblicato a nome Rose Tattoo, ma che con il sound originale non c’entrava praticamente niente, ristampato successivamente a suo nome), peraltro di buon successo e “Blood from Stone” nel 1990. Nel frattempo un tentativo di reunion fu interrotto dalla morte di Royal. La reunion avverrà invece nel 1992, anche per l’entusiasmo che i Guns n’Roses dimostravano nei loro confronti, considerandoli una grande influenza. Il tour australiano successivo, fu proprio in apertura della band di Axl e Slash. Da allora, fra temporanei scioglimenti e, purtroppo, la scomparsa di gran parte dei membri originali, i Rose Tattoo continueranno a suonare in lunghi tour e a produrre il live “25 to Life” nel 2000 e “Tatts – Live in Brunswick” (2017), gli album in studio “Pain” (2002), “Blood Brothers” (2007) e “Outlaws” (2020, in gran parte il debutto risuonato con inediti), tutti ottimi lavori, all’altezza del loro nome.

Con la scomparsa di Angry Anderson, l’ultimo superstite dei tempi gloriosi e colui il quale ha da sempre portato avanti il nome del gruppo, si mette purtroppo la parola fine a una delle esperienze musicali più straordinarie della storia del rock, magari quella considerata “minore”, senza i soliti famosissimi nomi di punta, ma di qualità eccelsa e fondamentale nelle influenze successive.

Il rock’n’roll più ruvido e stradaiolo perde i suoi migliori interpreti di sempre, aspri poeti di un’umanità marginale ma terribilmente presente. La loro musica, per fortuna, resterà per sempre.

Tatts Forever, Forever Tatts.

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