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Buffalo – Recensione: Volcanic Rock

No, lo stoner rock non è nato nella California dei primi anni ‘90. Lo stoner è nato una ventina di anni prima, e il deserto è quello australiano. Ma andiamo con ordine. L’Australia, negli anni in cui il grande rock arrivava al suo apice (parliamo della metà anni ‘60 fino a buona parte del decennio successivo) era un paese periferico, con ben poco di noto a livello internazionale. Nonostante ciò, una scena musicale viva e creativa, pur ovviamente debitrice di quanto avveniva in Inghilterra e negli States, esisteva e si muoveva fra underground e notorietà locale. È da questi fermenti che nasceranno star internazionali (AC/DC, ma non è che ci sia bisogno di sottolinearlo, vero?) o comunque band che avranno un buon livello di notorietà anche al di fuori del loro continente (Easybeats, Rose Tattoo, Cold Chisel, The Angels ecc.), come anche band che resteranno tuttalpiù un fenomeno locale. In questo fermento musicale, c’erano anche gli Head, di Brisbane, guidati dal cantante Dave Tice, con John Baxter alla chitarra, Pete Wells al basso e Paul Balbi alla batteria. Trasferitisi a Sidney, con l’arrivo del secondo cantante Alan Milano, prendevano il nome di Buffalo. Nel 1972 arriva il debutto, per Vertigo, etichetta notoriamente attenta a tutto ciò che di interessante e innovativo girava all’epoca, dal significativo titolo di “Dead Forever”. La direzione musicale non è ancora perfettamente a fuoco, divisa fra un hard rock potente e acido, momenti psichedelici e una sorta di prog rozzo e non troppo incline ai voli pindarici. La vera svolta arriverà nel 1973, con l’uscita dalla band di Milano, lasciando così al solo Tice il microfono, e l’ingresso del nuovo batterista Jimmy Economu. Il titolo del nuovo album è “Volcanic Rock”, e inchioderà per sempre gli australiani nel ruolo di band avanti anni luce, pur restando un oggetto di culto.

Presentato da una copertina piena di disturbanti allusioni sessuali, che costerà alla band ostracismi in alcune radio e accuse di sessismo, il disco è un potentissimo concentrato di hard rock primordiale, che dopo aver appreso la lezione dei Black Sabbath e di quanto girava in Inghilterra in quell’ambito musicale, la estremizzava e sporcava ulteriormente immergendola negli acidi, arrivando a un sound che, pur inconsapevolmente, sarà determinante per molti risvolti successivi.

L’apertura con “Sunrise (Come My Way)”, dal riff tiratissimo, la linea vocale urlata, il ritornello minimale ma efficacissimo, non lascia dubbi: un sound espresso in questo modo non si era ancora compiutamente sentito, e i Buffalo ne erano gli alfieri. Un arpeggio distorto e sgraziato introduce “Freedom”, lungo brano di sapore psichedelico che si svolge attorno a un ossessivo e ipnotico giro di basso, su cui Baxter produce acidi assoli di chitarra, e in cui Tice declama una litania vocale che non può non esser stata ascoltata da tante band successive (Soundgarden, tanto per fare un nome), per poi proseguire, in un totale di oltre 9 minuti, con lisergiche partiture chitarristiche. Arriva poi il pesantissimo hard blues “‘Till My Death”, dove qualche sprazzo vagamente più melodico è presente, pur nell’incedere da schiacciasassi del riff e della ritmica. La seconda faccia dell’LP si apre con “The Prophet”, dal riff ripetuto e un mid tempo che potrebbero essere l’ossatura di un pezzo stoner di una ventina di anni dopo, fra la ruvida linea vocale e le parti soliste dilatate ad oltranza, con un finale costituito da un riff il cui spunto potrebbe costituire un brano a sé stante. Il pezzo che chiude il disco è diviso in due parti: l’intro, “Pound Of Flesh”, strumentale che consta in un lungo assolo di chitarra riverberata di scuola Tony Iommi su una base rock blues, e una seconda parte intitolata “Shylock”, con quel riff proto doom che sembra prodotto da dei Black Sabbath (ancora più) in acido e un incedere che avrebbe fatto scuola nell’heavy metal del decennio successivo. Un vero assalto sonoro che non fa prigionieri, di quanto più duro si potesse ascoltare all’epoca.

Dopo questa pietra miliare “minore” i Buffalo proseguiranno la loro attività musicale con alcuni cambi di formazione e altri tre dischi pubblicati fra il ’74 e il ’77, mediamente di buon livello, pur senza la forza dirompente del loro secondo lavoro, che segneranno anche un graduale addomesticamento del sound. Lo scioglimento avverrà nel 1977, complice lo scarso successo e l’ingresso di Tice e Balbi nei londinesi Count Bishops. Quello che però avrà il percorso musicale più interessante ed appagante sarà il bassista Pete Wells, che, indossata la chitarra (dove si rivelerà un esperto dello stile slide), fonderà nientemeno che i Rose Tattoo. Ma questa è un’altra storia da raccontare.

Certo è che se vogliamo scoprire le radici di un intero movimento musicale, l’ascolto (meglio se su vinile) di “Volcanic Rock” è del tutto imprescindibile, con il suo apporto rozzo e primitivo, ma di un’efficacia e lungimiranza rispetto ai tempi veramente sorprendente. Uno dei tanti capolavori poco conosciuti di un’epoca d’oro.

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