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Antonius Rex – Recensione: Zora (ristampa 2009)

Antonio Bartoccetti è senza dubbio una delle figure più misteriose e carismatiche del progressive italiano, sviluppato dai suoi numerosi progetti (i Jacula e per l’appunto gli Antonius Rex furono i più noti) in toni esoterici e spirituali, uniti a smaccate sonorità dark.

“Zora” è il primo album degli Antonius Rex, oggetto nel 2009 di una ristampa in digipack da parte di Black Widow, attenta alla riscoperta di questo sound affascinante e oscuro. Due termini con cui in effetti potremmo descrivere “Zora”, un album che ai nostri tempi potrebbe risultare del tutto anacronistico, eppure crepuscolare, carico di lamentose litanie. La line-up dell’epoca comprendeva, oltre ad Antonio alla chitarra e alla voce, anche la compagna Doris Norton alle tastiere e Albert Goodman alle percussioni. In realtà spesso i progetti di Bartoccetti ruotavano attorno alla sua figura e a quella della Norton e in effetti “Zora” vive in massima parte del loro contributo, canoro e lirico. Il progressive nell’ottica del progetto esclude troppe complicazioni tecniche ma predilige il brano lungo e pennellato dai synth (la competenza in ambito wave della Norton emerge preponderante durante l’ascolto). I toni sono scuri, il loro minimalismo elettroacustico non ne impedisce un’appagante corposità, dai toni doom di “Necromancer”, alla liquida titletrack, alla cappa funerea di “Monastery”.

Un pezzo di storia della musica italiana da non sottovalutare. Mentre i Cugini Di Campagna cantavano “Anima Mia” per le masse e i Rolling Stones erano il massimo della trasgressione, qualcuno aveva già fatto un patto con il Diavolo…

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