Zao – Recensione: Zao

Giunti al quinto disco gli Zao possono vantare una lucidità espositiva mostruosa. Questa nuova e omonima prova fa contemporaneamente il punto della situazione e proietta inedite possibili vie d’uscita per uno dei migliori gruppi metal-core degli anni ’90. Sintesi estrema di vocals à la Carcass, linearità espositiva hardcore, pregnanza lirica al limite del (neo)gotico e gusto per l’intersezione acustica, gli Zao creano schegge di dramma umano lontane da ogni tipo di ridondanza auto-commiseratrice e le avvolgono in una forma musicale ormai totalmente personale, inchiodata al drumming estremamente comprensibile ma altrettanto fantasioso di Jesse Smith, perno artistico del gruppo. Un’atmosfera che prende alla gola ed è capace, in pezzi come ‘Five Year Winter’ o ‘A Tool To Scream’, di fermare il cuore con un’ossessività maniacale che ipnotizza lo sguardo. (Self-Titled) compie un altro passo in avanti nella scala di intensità espressiva del gruppo. Un disco consigliato anche agli amanti di Raging Speedhorn e Iron Monkey, rovinato solo dal retrogusto dell’amarezza che, con tutta probabilità, pochi della nu-ova generazione di ascoltatori pesanti ne sentirà mai parlare.

Voto recensore
8
Etichetta: Solid State

Anno: 2001

Tracklist: Five Year Winter / Alive Is Dead / A Tool To Scream / Witchunter / Trah Can Hands / The Race Of Standing Still / FJL / The End Of His World / The Dream That Don’t Come True / At Zero

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