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Woewarden – Recensione: In The Art Of My Caged Existence

Partiti inizialmente come Cancer, rilasciando un EP e due full length sotto tale nome, gli australiani Woewarden emergono sotto questa nuova forma, con un cambio parziale di lineup, per dare vita al progetto che ha esordito tramite questo loro primo full lenght nel settembre del 2022 (che verrà poi pubblicato anche su vinile a inizio marzo).

Con “In The Art Of My Caged Existence“, ripropongono un black metal avente il sapore distinto che accomuna tutti i loro lavori. Se si vuole, lo si può correttamente etichettare come un black metal atmosferico, con marcati tratti depressive. Si ha l’impressione che i due aspetti si amalgamino e influenzino a vicenda, finendo per definire la struttura ed il contenuto delle canzoni, traendo il meglio da entrambi i mondi, senza mai ritrovarsi a ricadere al 100% nell’ uno o nell’altro.

Andando ad approfondire la struttura stessa dell’album, troviamo un lavoro che si divide piuttosto uniformemente in nove canzoni, di una durata che va dai quattro ai sei minuti. Le fasi mid tempo prevalgono e vengono saggiamente spaziate da fasi più veloci, dominate da lunghi blastbeats. Come spesso accade in questo sottogenere, le chitarre si spartiscono il lavoro accostandosi tra di loro a tratti per poi separarsi, lasciando che la chitarra lead, insieme a basso e batteria, crei la base alla chitarra ritmica per dare forma alla parte più melodica della canzone.

L’assenza di interludi, tracce strumentali, intro, e outro, definisce un album musicalmente ed emotivamente molto intenso, quasi privo di pause e mai ripetitivo, bilanciato da una durata delle canzoni piuttosto ridotta (rispetto alla media del genere). L’espressione lirica è contestualizzata, personale e per nulla generica. I testi, in lingua inglese, vengono cantati con uno scream piuttosto vario e definito particolarmente da un pitch alto che può ricordare quello dei Silencer o degli Austere (citando un genere per ogni influenza).

Nonostante, come già detto, l’album sia strutturalmente piuttosto omogeneo, andando a fondo si può notare una variazione musicale ma soprattutto concettuale/lirica nell’ultima canzone dell’album; la self-titled, della quale parlerò in un attimo. L’album può essere percepito come un insieme di canzoni atte a rappresentare un intenso viaggio tra le emozioni umane che hanno spinto la sua stessa creazione, per citare i contenuti di alcune: si parte dall’autolesionismo e dal collegamento con la natura nei testi di “Ravelled“, continuando con la ricerca spirituale e la sensazione di prigionia rappresentata in quelli di “Prisons Within Prisons“, la rappresentazione di un’anima irrimediabilmente corrotta in quelli in “Excised“, la sensazione di tristezza e di solitudine lamentata in quelli di “Alexithymia“.

In the Art Of My Caged Existence“, come dicevo, si conclude con la traccia self titled, che contiene un’intro più lunga e lenta, meno oscura e di conseguenza più vitale, che all’orecchio dell’ascoltatore attento fa trasparire il differente contenuto lirico/concettuale della traccia, che allude sempre a un profondo malessere, ma questa volta affiancato ad una richiesta di aiuto a un’entita ignota all’ascoltatore (che ci lascia però speculare) e dal rifiuto della resa nei confronti della propria sofferta condizione. Facilmente ma come sempre; non oggettivamente, rappresentabile come una conclusione esplicativa e lo statement ultimo che gli artisti hanno voluto lasciarci, completando la forma della loro opera.

In conclusione, si tratta di un album di solida costituzione artistica e musicale, dalla spiccata intensità emotiva, di una band che ha da diversi anni trovato la propria direzione e che sta facendo dei passi avanti, specialmente a livello di produzione, decisamente più rifinita rispetto ai loro lavori sotto il nome Cancer, mantenuto fino al 2020.

Tuttavia, la conformazione strutturale delle canzoni, descritta nelle righe precedenti, potrebbe avere due diverse interpretazioni e di conseguenza due percezioni diverse.

La quasi totale linearità del lavoro, nonostante i pregi sopradescritti potrebbe essere percepita negativamente da parte di chi ama particolarmente sonorità molto diverse all’interno dello stesso album e da chi vede intro, autro e tracce instrumentals come elementi che lo arricchiscono. Dall’altra parte potrebbe essere apprezzata da chi attribuisce più importanza all’immersività e all’intensità aggiunta che questo aspetto comporta.

L’unica cosa certa è che i fan dei (allora) Cancer e del black metal più atmosferico in genere, potranno facilmente apprezzare questo album che dopo l’ultimo fade out, non potrà lasciarci indifferenti.

Buon ascolto!

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