A pochi giorni di distanza dall’uscita del documentario “The Invisible Force”, abbiamo avuto il piacere di parlare con Sharon Den Adel della sua esperienza in Ucraina e del futuro dei Within Temptation.
Ciao Sharon, che piacere risentirti! Probabilmente tu non ti ricordi, ma abbiamo già fatto un’intervista insieme quattro anni fa quando uscì “The Purge” (che è ancora una delle mie canzoni preferite dei Within Temptation!). In quell’occasione abbiamo parlato del Worlds Collide Tour con gli Evanescence, che ha fatto tappa in Italia quasi un anno dopo la nostra intervista. Ti va di parlarne velocemente e di condividere la tua esperienza del tour? Soprattutto del concerto in Italia, perché per me è stata la prima e l’unica volta che vi ho visti dal vivo.
Ciao Metallus, grazie mille! Mi ricordo quell’intervista. Sì, era l’inizio del tour quando abbiamo suonato in Italia ed è passato un po’ di tempo. Quindi, devo davvero scavare a fondo nella mia mente, perché è passato un po’ di tempo da quando abbiamo suonato quel concerto, ma ricordo che era uno spettacolo “infuocato”, perché so che gli italiani sono molto passionali e lo sono anche per gli Evanescence, perché sono un po’ più conosciuti di noi in Italia e hanno avuto un enorme successo lì da voi ovviamente. Quel concerto in Italia era stato davvero bello e ci siamo goduti molto il nostro soggiorno lì. Ricordo di essere andata in giro nel centro città, è quello che facciamo sempre quando siamo in tour, andare a vedere attrazioni culturali e punti di interesse. Eravamo ancora all’inizio del tour, quindi ricordo ancora un po’ di nervosismo, perché sono sempre i primi concerti quelli in cui devi entrare in confidenza, ma è andato tutto benissimo. E ripenso a quel tour ancora con molto piacere, è stata un’esperienza emozionante. Quindi è stato un tour di ispirazione, in un certo senso, perché per noi è stata la prima volta da co-headliner e ha funzionato davvero bene. Come speravamo, ci piaceva molto che due mondi si “scontrassero” e creassero un nuovo universo per tutti.
Sì, è stato davvero bellissimo! E poi siete tornati in Italia l’anno scorso. Com’è stata la reazione del pubblico italiano alle nuovi canzoni?
Davvero buona, perché sai che l’ultimo album è stato molto diverso da quello che abbiamo fatto in precedenza, perché parla più di politica e in quale tipo di mondo si vuole vivere. E la gente in Europa, ovviamente, è molto divisa, quindi è sempre una questione di come ogni Paese reagirà. Ma nel complesso, tutto è stato abbastanza positivo. Certo, ci sono stati alcuni paesi in cui la gente aveva opinioni un po’ diverse dalle nostre, ma, sai, in Italia è andata piuttosto bene. Quindi devo dire che è stata una performance fantastica quella che abbiamo fatto lì, ci siamo divertiti molto anche con il pubblico. Penso che quel concerto sia stato il più bello che abbiamo fatto finora in Italia.
Con il “Worlds Collide Tour” la scenografia era già un passo avanti, ma quel concerto è stato qualcosa ancora in più, non so, come entrare in un mondo diverso, un mondo fantasy, quasi come varcare un cancello e ritrovarsi in un’atmosfera unica. E anche tutti gli artisti di supporto che abbiamo avuto con noi si sono tutti in qualche modo inseriti in quello stesso tipo di atmosfera.
Quindi dobbiamo aspettarci qualcosa ancora più in grande nel prossimo tour?
Non si tratta di fare le cose più in grande. Si tratta di fare le cose in modo diverso e cercare di entrare in contatto con il pubblico e con la musica allo stesso tempo. Quindi, intendo dire che cerchiamo di creare qualcosa in cui le persone possano identificarsi e anche di permettere loro di dimenticarsi di tutto il resto, semplicemente immergendosi nella musica e diventando un tutt’uno con noi sul palco, che è sempre l’obiettivo finale di ogni band, credo. Quindi, cerchiamo sempre di trovare il tipo di atmosfera che si adatta al tipo di musica e alla setlist che stiamo suonando in quel momento.
Vorrei tornare un attimo al tema della guerra. Ho letto molti commenti su YouTube di altre band ucraine e persone che dicevano di essere molto grate per quello che state facendo, ma c’erano anche alcune persone che criticavano il fatto che la vostra musica sia troppo collegata alla politica e che le due cose dovrebbero rimanere separate. Cosa diresti a queste persone?
Penso che sia molto difficile separarle, soprattutto al giorno d’oggi, dove succedono così tante cose nel mondo. Sento come se il mondo fosse in fiamme. Noi siamo ispirati dal mondo, ogni musicista lo è, ed è difficile per gli artisti o per i musicisti separare le due cose, perché il punto fondamentale della musica è essere come un filosofo e raccontare storie, è questo il significato dell’essere musicista. Viaggiare per il mondo e raccontare storie alla gente, ed è proprio così che la gente riceveva le notizie centinaia e centinaia di anni fa. Noi non siamo molto diversi dai nostri antenati. Viaggiamo ancora per il mondo e trattiamo argomenti di respiro globale.
Dal tuo punto di vista, perché molte altre band metal non stanno parlando della guerra così apertamente come state facendo voi?
Non lo so. Non posso parlare per loro, ovviamente, ma forse non si adatta alla loro musica. Potrebbe essere perché la loro musica non ne parla. Forse parlano di salute mentale o di qualcos’altro. Ma è difficile per me capire perché non ne parlino, perché penso che si possa comunque trovare il modo di farlo. Ma sai, tutti devono sentirsi a proprio agio con questo. Non è una cosa che puoi forzare. Dovresti farlo quando ne senti il bisogno. Certamente spero che le persone ne parlino più apertamente, ma so anche che è un qualcosa che deve essere giusto per te, altrimenti non verrà recepito.
E per quanto riguarda il futuro dei Within Temptation, dobbiamo aspettarci un altro album incentrato sulla guerra o ci sono altri temi che vorreste esplorare?
Non ne sono sicura. Stiamo lavorando a nuovo materiale al momento e anche abbastanza in fretta, ma non abbiamo ancora iniziato a scrivere i testi. Venendo da un album che ha parlato principalmente di guerra, vorrei rimanere coinvolta e parlarne ancora, ma magari in un modo diverso. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina eravamo in studio, per questo motivo la nostra musica ne è stata così tanto influenzata. Lo stesso vale per la morte di Mahsa Amini: eravamo in studio quando è successo e quella notizia è come se avesse piantato un seme nelle nostre teste. E alla fine, quando inizi a fare musica, nascerà da quel seme. Quindi se avessimo problemi sociali o problemi mentali o qualsiasi altra cosa che possa accadere nelle nostre vite, potremmo decidere di trattare subito questi argomenti oppure potremmo affrontarli ed elaborarli prima di portarli in musica, ma rimarranno comunque costantemente nella nostra testa. Quindi, tornando alla domanda, non sono ancora sicura di quali temi tratteremo… Abbiamo già detto più o meno tutto quello che volevamo dire sulla guerra, che si può anche applicare a molte guerre nel mondo. Se dovessero uscire di nuovo questi argomenti, non ci tireremo indietro, questo è certo.
Non vedo l’ora di vedere cosa scriverete per noi in futuro. Ma parliamo adesso del documentario “The Invisible Force”, uscito su Youtube. Ricordo che ad un certo punto hai detto di sentirti molto motivata ad aiutare il popolo ucraino, ma allo stesso tempo ovviamente anche spaventata. A cosa stavi pensando quando stavi viaggiando in macchina per le strade di Kiev e guardavi fuori dal finestrino?
In quei momenti stavo cercando di elaborare ciò che stava accadendo. Perché quando vai volontariamente e consapevolmente in un posto dove c’è la guerra, vedi la situazione da una nuova prospettiva. Ad esempio, quando ero lì mi hanno raccontato che la vita quotidiana continua. Non è che il mondo si sia fermato completamente. Sai, la gente ha ancora bisogno di fare la spesa, si sposa ancora, si cena ancora fuori. Mangiano ancora per strada, in bei ristoranti. Non è sempre così però, può cambiare in qualsiasi momento. Nel giro di pochi secondi, può essere un mondo completamente diverso quello in cui ti trovavi poco prima.
Ad esempio, potrebbero arrivare droni, potrebbe arrivare un missile, la gente lì ha quest’app che ti informa in base alla regione in cui ti trovi. Puoi selezionare la regione quando hai l’app sul telefono e ti dirà immediatamente quando qualcosa sta lasciando la Russia. Puoi vederlo sull’app entro pochi minuti, tipo “Ok, entro 10 minuti succederà qualcosa” oppure entro cinque minuti o entro pochi secondi, “cerca un rifugio”. È così che funziona. Ad esempio, la vita è normale in Italia. Ma immagina se un attimo dopo potessi essere come bombardato e potresti dover correre in un rifugio. Questa è la sensazione schizofrenica che si prova in Ucraina, anche se cambia in ogni città, perché a est la situazione è molto peggio che a ovest, dove ci sono meno attacchi.
Quindi Kiev era relativamente sicura la prima volta che ci sono andata per registrare il video di “A Fool’s Parade” con Alex Yarmak. Avevamo deciso di farlo lì perché lui non può lasciare il Paese. Innanzitutto, perché è un uomo e può essere arruolato in qualsiasi momento. E in secondo luogo, perché volevamo qualcosa di reale e non sulla Seconda Guerra Mondiale, ma su qualcosa che stesse accadendo ora. Quindi, dovevamo andare in Ucraina per realizzare il video su quell’evento con immagini e luoghi tipici riconoscibili dalla gente in Ucraina. La seconda volta che ci sono andata è stato per l’Atlas Festival, ma poi i russi avevano cambiato tattica e anche Kiev era molto meno sicura di quanto non fosse la prima volta che ci sono andata a marzo dell’anno scorso. C’era il rischio che potessero prendere di mira determinati edifici, come l’ospedale pediatrico che è stato bombardato poco prima che andassimo al festival, ed è stato quello il motivo per cui è stato rinviato di una settimana, perché c’erano così tante vittime, non solo in ospedale, ma anche in molti edifici intorno.
Kiev non era dell’umore giusto per un festival, quindi lo hanno rimandato di una settimana, il che è stato folle, una cosa che non mi era mai successa in tutta la mia carriera, che qualcuno abbia rimandato un festival, di solito non si fa. A volte viene cancellato direttamente. Quindi ho pensato: “Ok, ora è la fine, passo e chiudo. Sai, questo festival non si farà”. E poi hanno detto: “Lo posticipiamo di una settimana”. Quindi è davvero possibile? E hanno detto: “Sì, tutti quelli che suoneranno al festival stanno aiutando con l’organizzazione. Tutti vogliono cercare di dare il massimo e rimandarlo di una settimana”. Quindi alla fine il festival è stato rimandato ed è stato folle, ma folle in senso positivo, ovviamente. Alla fine lo spettacolo è stato posticipato, non solo il mio spettacolo, ma anche quello di tutti gli altri artisti ucraini presenti. Quindi sì, è stata una situazione molto speciale e un po’ tesa allo stesso tempo. Ma quando sei sul palco, cambia tutto. E come ho detto, hai quel momento intenso in cui il pubblico e la musica diventano un tutt’uno. In questo modo tutti dimentichiamo per un attimo i nostri problemi ed è questa la cosa più importante.
Come ti sei sentita quando sei salita sul palco? Nel documentario vediamo alcune persone del pubblico piangere, immagino che sia stato davvero emozionante per loro. In più c’era quello splendido tramonto sullo sfondo che ha reso tutto ancora più magico.
Quando sono salita sul palco, anzi prima di salirci ero ancora preoccupata, tipo “Ok, spero davvero che vada tutto bene”, perché c’era molta gente a questo festival, non solo dove suonavo io, perché c’erano diversi palchi. Quindi continuavo a ripetermi “Spero che non succeda niente mentre siamo lì, mentre qualcuno si esibisce” e per fortuna non è successo niente. E proprio come ho detto, si trattava semplicemente di salire sul palco e vedere la gente felice. La cosa più bella che abbia visto durante la guerra è la resilienza del popolo ucraino perché ogni volta che i russi li colpiscono, loro sono resilienti. Come appunto per questo festival che è stato rimandato di una settimana. La gente normale avrebbe detto: “È una follia”, ma loro l’hanno fatto e dicevano anche: “Non permetteremo ai russi di portarci via la vita”. Sai, “dobbiamo vivere la nostra vita”.
Inoltre, c’era un grande caffè, il Crown Café, a Kiev, che è stato bombardato anch’esso ed era un posto molto popolare dove la gente prendeva il caffè la mattina e molte persone si incontravano lì. I giorni successivi le persone che portavano via le macerie, mettevano sedie e tavoli lì dove era avvenuto il bombardamento, tiravano fuori la macchina del caffè e continuavano a dire: “Non ci importa cosa fanno. Ci siederemo qui, proprio qui, perché questo è il nostro posto. Questo è il nostro posto per il caffè. È qui che ci riuniremo e lo faremo anche tra le macerie. Non ci importa”. Sai, mi fa venire di nuovo la pelle d’oca. È tipico della gente ucraina questo atteggiamento e l’ho trovato molto stimolante. Quindi, ogni volta che ci vado, mi sento sempre più coinvolta, non solo io, ma anche Robert, perché impari a conoscere le persone, provi i loro sentimenti e crei una connessione. E poi una notizia di prima pagina non è più solo una notizia di prima pagina. Quando la leggo, vedo il loro volto sopra.
Sì, immagino che un conto sia vedere queste notizie alla TV, un conto viverle in prima persona. Mi piacerebbe tornare al titolo del documentario “The Invisible Force”, è stata Mariia in una delle riprese a definire la musica come una “forza invisibile”. Oltre alla musica, secondo te quale altra forma d’arte può contribuire a creare un mondo migliore?
Penso che qualsiasi forma d’arte, sia che sia visiva o musicale, solleva interrogativi nelle persone, inclusi i libri. Sono tutte forme d’arte che raccontano storie e fanno riflettere le persone, permettono loro di trovare una via di fuga, magari a volte dimenticando dove si trovano. È quello che accade con la musica e con l’arte in generale. A volte, quando guardi un dipinto, dimentichi dove ti trovi e ti immergi nel dipinto, oppure quando leggi un libro ti dimentichi dove ti trovi. È la stessa cosa con la musica: dimentichi tutto ciò che ti circonda. Questo potere può essere applicato anche alla musica.
Speriamo davvero un giorno di poter creare un mondo migliore con la musica.
Beh, sai… Speri sempre che tutta questa miseria porti a qualcosa di meglio, certo, ma è quello che abbiamo detto anche dopo la Seconda Guerra Mondiale. E non so, penso che gli esseri umani siano probabilmente molto stupidi in qualche modo. Non so cosa sia. Non lo capisco davvero.
Tornando al documentario, in alcune scene abbiamo la possibilità di vedere il tuo incontro con la band Blind8. Quale sarebbe stata la vostra seconda opzione se loro non fossero stati disponibili ad accompagnarvi in tour?
C’era con noi il produttore musicale Alex Yarmak e dato che hanno detto subito di sì, non abbiamo dovuto cercare qualcun altro. Ma stavamo valutando molte cose, tipo che non doveva essere necessariamente una band metal, anche perché stavamo guardando al folk, sai, adoro il folk ucraino e il suono slavo. È anche per questo che ho fatto il singolo con Jerry Heil, perché all’Eurovision aveva eseguito una canzone con un’atmosfera davvero ucraina, proprio quel tipo di musica slava che adoro così tanto. Quindi avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Sarebbe potuta essere qualsiasi tipo di band. Ma i Blind8 si adattavano molto a noi perché siamo al momento un po’ appassionati di metalcore, sai, non siamo per niente una band metalcore, ma nell’ultimo album abbiamo preso alcuni elementi e li abbiamo aggiunti alla nostra musica per renderla più “2025”.
Ho sentito “Sing Like a Siren” appena è uscita e mi è piaciuta subito! Ho pensato che potesse essere la colonna sonora perfetta per una serie tv, non so magari “The Witcher” per le sue atmosfere anche un po’ medievali.
Sì, esattamente. Penso anche io che sia così. Penso che avrebbe potuto adattarsi a un sacco di cose. Avrebbe potuto adattarsi a Braveheart o a qualcosa del genere, ma non è così, perché quello ovviamente è uno stile irlandese e inglese. Ma capisci cosa intendo, si sarebbe adattata a qualsiasi serie epica.
Dobbiamo aspettarci altre canzoni su questo stile nel prossimo album?
Dunque, questo è davvero un singolo a sé stante. Abbiamo scritto la canzone in collaborazione con Jerry e il nuovo album sarà piuttosto diverso da quello che la gente si aspetta da noi. Lo so che lo dico ogni volta, ma questa volta penso che la gente avrà uno shock. Ma, sai, ci piace, e stiamo cercando di andare davvero in una direzione diversa per quanto riguarda la nostra musica. Questa volta sarà molto “estrema”. Ma sai, siamo ancora lontani dalla conclusione del nuovo album. Quindi sto parlando in modo vago perché è così che funziona il processo artistico. Può cambiare da un momento all’altro, prima pensi che andrai a sinistra e poi alla fine ti ritrovi a destra o nel mezzo, capisci? Quindi, per me al momento, è piuttosto estremo quello che stiamo facendo. Ma sì, vedremo cosa succederà.
Al momento è troppo presto per annunciare un nuovo singolo. La canzone con Jerry Heil è appositamente per il documentario, ma se si adatterà all’album la aggiungeremo sicuramente, perché è una bellissima canzone.
Poco fa hai parlato di rendere la vostra musica più adatta al 2025. Il metal sta cambiando molto, soprattutto nell’ultimo decennio. Secondo te che cosa significa essere una band metal al giorno d’oggi e quale sarà il futuro del metal?
Non è facile rispondere. C’è una nuova ondata proveniente dal metal e in generale c’è un nuovo modo di guardare la musica, perché la tecnologia è cambiata. E non sto parlando di intelligenza artificiale, ma più del tipo che si vede la gente suonare la chitarra sul basso oggigiorno. Quindi tutto è molto più “stonato”, nel senso di più basso che mai. E questo apre molte possibilità, soprattutto per persone come me che hanno una voce molto leggera, perché è sempre stato difficile per me creare qualcosa di pesante con la mia voce, perché canto in una certa estensione. Ora ci sono molte più possibilità e non vedo l’ora di esplorare un po’.
Quindi secondo te è necessario adattarsi alle nuove tendenze?
Beh, secondo me dovresti fare ciò che ti piace e ciò che ti ispira. Non dovresti farlo perché è di moda o qualcosa del genere. Come dicevo prima, la stessa cosa è con il metalcore. Non siamo una band metalcore, e non abbiamo mai cercato di esserlo, ma abbiamo preso quello che ci piace ed è quello che avviene in generale nella musica. Ci si ispira a vicenda e si evolve in modo diverso, ma saremo sempre i Within Temptation, con il mio tipo di voce e il tipo di musica che facciamo, che è sempre un po’ malinconica ma anche pesante. Quindi non puoi sfuggire a chi sei, ovviamente. Prendi semplicemente ispirazione e quindi ogni volta potresti avere un tipo di suono diverso, o perlomeno cerchi di reinventarti per l’anno successivo o per il prossimo album.
E invece cosa diresti alle persone che sostengono che la musica metal non è più davvero metal perché ci sono troppe contaminazioni dagli altri generi? Dicono che non è più musica vera. Che cosa risponderesti?
Sono le stesse persone che si aggrappano alla musica vecchio stile, secondo me. Riconosco che il passato ovviamente sia stata una grande epoca, ma sai, il tempo passa. Ad esempio, molta musica è arrivata dal blues e dal country e poi è arrivato il metal, che ovviamente non è nato dal nulla. Ogni genere è sempre stato ispirato da qualcos’altro e anche il metal è in continua evoluzione. Mi piace prendere ispirazione dal rock, dal pop e anche dalle nuove tecnologie. Impariamo gli uni dagli altri. Quindi, sì, vediamo cosa succederà, ma la situazione diventa sempre più interessante.
Ci avviciniamo alla conclusione dell’intervista, ma prima di finire vorrei farti una domanda un po’ delicata. Abbiamo parlato molto dei fan ucraini, ma non abbiamo detto nulla riguardo ai fan russi. Qual è il vostro rapporto con loro? Se in futuro ci fosse la possibilità di suonare per i vostri fan lì, accettereste di andare?
Ovviamente è un peccato che non possiamo suonare per loro. Ma d’altra parte, non è perché non vogliamo andarci… aspetta, ricominciamo da capo. Devo dirlo nel modo giusto e corretto, perché non è sicuro per noi suonare in Russia in nessun momento in futuro. Perché quando c’è stata una guerra di questa portata, la gente prova così tanto odio per chiunque supporti l’Ucraina, che sarà difficile per noi suonare lì. E d’altra parte, non voglio suonare lì se non è un paese senza democrazia, dove c’è, beh, abbiamo suonato lì quando non c’era la democrazia, ma c’era ancora la possibilità di dire ciò che pensiamo e parlare di come siamo contrari alle guerre, dei diritti civili e cose del genere. L’abbiamo sempre fatto anche suonando in Russia, ma oggigiorno non è più un’opzione. Sai, è perché non vogliamo suonare in paesi in cui non è un’opzione parlare dei valori per cui ci battiamo come band, perché non solo non puoi garantire la sicurezza della tua band, ma neanche delle persone che vengono a vedere i tuoi concerti.
Se i fan russi hanno la possibilità di farlo, possono certamente venire a vedere i nostri concerti in altri paesi, com’è successo per i concerti durante l’ultimo tour, anche se parlavamo molto dell’Ucraina. Erano persino presenti ai meet and greet. E quindi penso che, in un certo senso, anche loro siano dalla nostra parte, cioè, dal nostro punto di vista, perché non tutti i russi sono uguali, ma ovviamente non è qualcosa che si può dire agli ucraini in questo momento. Ad esempio, quando eravamo in guerra con la Germania, nessuno avrebbe voluto sentir parlare bene dei tedeschi. Ovviamente ci sono stati anche dei bravi tedeschi, ma in quel momento nessuno la pensava così.
E tutti, sì, è così che funziona la guerra. Devi schierarti purtroppo. Anzi, non purtroppo. Penso che sia giusto schierarsi. Ci sono anche persone che non sostengono quello che sta facendo il proprio Paese e anche loro vogliono solo prendersi cura delle loro famiglie. Ma penso che molte persone in Russia siano state plagiate, a mio parere, da molti, molti anni di autocrazia. Sono state inculcate fin da giovani a guardare l’Ucraina in un certo modo. E come stanno facendo molti Paesi ora, abbandonare certi libri per una certa storia, togliere nomi dalla storia, questa è tutta autocrazia. Si tratta di plagiare le persone.
Pensi che ci sarà occasione in futuro di ricostruire un rapporto più solido con i fan russi?
Beh sai… non siamo una band giovane. Se avessi ancora vent’anni ti direi di sì, perché ci sarebbe ancora tempo. In questa situazione, invece, penso di no.
Ma voi sembrate ancora giovanissimi! Grazie di averci dedicato il tempo per questa intervista e per averci raccontato così tanti dettagli della tua esperienza. Non vediamo l’ora di rivedervi in Italia e di scoprire cosa ci riserverà il futuro con il prossimo album dei Within Temptation!
Grazie a voi, Metallus. Speriamo di rivederci presto e venite a sentirci in concerto!

