Witherfall – Recensione: Sounds Of The Forgotten

Introdotto dalla lunare copertina disegnata da Blake Armstrong (In Flames, Megadeth, Kataklysm, Harry Potter, Wednesday), “Sounds Of The Forgotten” è il quarto album dei Witherfall e – soprattutto – quello con il quale la band americana capace di riunire sotto la stessa bandiera tradizione e spinta progressiva si propone di risorgere dopo il vuoto pandemico che ha flagellato l’uscita del precedente “Curse Of Autumn” (2021). Auto-descritti come un incrocio tra Scorpions e Nevermore, i Witherfall si sono formati a Los Angeles dieci anni fa per volontà del cantante Joseph Michael (Sanctuary) e del chitarrista Jake Dreyer (ex-Iced Earth, Demons & Wizards) ed hanno non solo pubblicato tre album ma anche dato vita ad una serie di partnership commerciali che spaziano dalla produzione di vino e birra alla realizzazione di un apposito set di Funko Pop, senza dimenticare la creazione di un’etichetta discografica (DeathWave Records) che si occuperà di promuovere anche altre band. Con una line-up completata da Anthony Crawford al basso, Gerry Hirschfeld alle tastiere e l’eclettico Marco Minnemann alla batteria (il cui impegno si è però concluso con la registrazione del disco), “Sounds Of The Forgotten” si apre forte di una “They Will Let You Down” che più heavy americano non si potrebbe: senza concedere troppo in termini di ricerca melodica, l’opener è un trionfo di chitarre battenti impreziosito da elementi sinfonici che in qualche modo assicurano una solida continuità con quanto realizzato un passato.

Contemplando anche qualche rimando a Judas Priest e Metal Church, lo stile dei Witherfall si avvale della presenza di Minnemann per introdurre variazioni dal carattere progressive che, se ad alcuni sembreranno semplicemente allungare la minestra, per altri potranno costituire una boccata d’ossigeno in un panorama che recentemente – ed a parte forse l’uscita del sorprendente “Invincible Shield” – non ha offerto grandi sussulti. La seguente “Where Do I Begin” è una power ballad molto cara a Michael e Dreyer, anche dal punto di vista dei testi, che parlano dell’amore per la musica e dei sacrifici che si è disposti ad affrontare per assecondarlo: il fatto che una traccia dallo sviluppo generalmente più compassato arrivi subito dopo lo scoppiettante episodio iniziale produce quel tipo di confusione che a questo metal piace moltissimo: una costante mancanza di certezze e di punti di riferimento da prendere o lasciare, abbracciare completamente in nome della ricerca di un approccio nuovo oppure guardare con sospetto, se si decide di soffermarsi sugli elementi portanti dell’intera struttura. Perché se da un lato non mancano gli orpelli ed i barocchismi (come il minuto e mezzo dedicato all’intermezzo “A Lonely Path”), dall’altro ci si accorge presto che la proposta dei Witherfall potrebbe essere rasata come un kebab e ridotta ad una forma più filiforme ed in alcuni casi meno scoppiettante.

Allo stesso tempo va detto che i brani di “Sounds Of The Forgotten” brillano proprio in virtù dei continui cambi di prospettiva ai quali obbligano l’ascoltatore: è il caso di una emblematica “Insidious” che è un po’ heavy, un po’ industrial, un po’ prog, un po’ shred ed un po’ thrash e che senza i suoi sette minuti non potrebbe essere l’efficace episodio di rottura e desolazione che, in effetti, è. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate, dunque, perché comprimere l’esplosività di questi americani alla ricerca di un essenziale che non le appartiene comporterebbe più sforzo e frustrazione che effettivo beneficio. Questo è un heavy distaccato e variopinto per natura, nato libero al di fuori della comfort zone e pure modernista per il modo ribelle in cui – approfittando dei confini allargati dell’autoproduzione – segue la passione, l’intrigo e l’istinto.

Personalmente ho trovato che gli episodi più succinti, introducendo un tipo di regola e costrizione virtuosa, aiutino ad apprezzare maggiormente la qualità del songwriting: la title-track è una delle tracce più brevi (pur con i suoi cinque minuti e mezzo) ma anche accattivanti, mantenendo un focus nel quale ogni elemento sembra cadere al proprio posto, compresa una coda melodica davvero potente che permette di cogliere, una volta tanto, il valore di un bel coro senza la necessità di aggiungere altro né complicare inutilmente. Una virtù condivisa con il lento “When It All Falls Away” carico di atmosfera, calore ed intramontabile passione. In occasione dell’uscita di “A Prelude To Sorrow” – era il lontano 2018 – scrivevamo che le melodie non sono vincenti col risultato di linee vocali tra il già sentito e la scarsa amalgama; in questi casi è la tecnica mescolata all’aggressività metal ad emergere facendo comunque scorrere l’album in maniera fluida. Ecco, ai fan della prima/seconda ora non potrà che fare piacere constatare come dai tempi pre-pandemici non sia cambiato poi molto, e va bene così perché i Witherfall sono nati evoluti e non è pertanto sotto l’aspetto dell’evoluzione del sound che va valutato il loro percorso. Preso atto che la loro proposta non può esistere senza l’abbondante contorno che la incornicia, ho trovato sintonia con gli episodi più nudi e diretti che mi hanno permesso di capire, seguire ed in ultima analisi gioire di più: se questi rari momenti rappresenteranno un nuovo inizio, o una costrizione della quale liberarsi in futuro, lo scopriremo solo (1) sopravvivendo e (2) continuando ad ascoltare.

Etichetta: DeathWave Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. They Will Let You Down 02. Where Do I Begin 03. A Lonely Path 04. Insidious 05. Ceremony Of Fire 06. Sounds Of The Forgotten 07. Aftermath 08. When It All Falls Away 09. Opulent 10. What Have You Done
Sito Web: facebook.com/witherfall

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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