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Wishbone Ash – Recensione: Live Dates Live

I Wishbone Ash sono stati una delle formazioni britanniche più originali e di qualità fin dal loro debutto, nel 1970, con il loro hard rock a punte prog pregno di atmosfere epiche e sognanti con un formidabile intreccio chitarristico, caratterizzato da assoli armonizzati (fra i primi a farlo) e linee vocali con splendidi cori. Almeno un disco fondamentale, che tutti dovrebbero avere nella propria discografia è “Argus” del 1972 (qui il relativo time warp), autentico capolavoro che è da sempre il manifesto della loro musica. La band, fra gli inevitabili alti e bassi, non si è mai sciolta, pur cambiando numerose formazioni, nelle quali il punto fermo è sempre stato il chitarrista e cantante Andy Powell. Nel 1973, chiudendo il ciclo dei primi quattro dischi, i Wishbone Ash avevano pubblicato il monumentale doppio dal vivo, intitolato “Live Dates”, un classico della formazione e in generale del periodo in cui era uscito. Dopo 50 anni Powell, con la formazione attuale (ad affiancarlo ci sono Mike Abrahms alla chitarra, Bob Skeat al basso e Mike Truscott alla batteria), ha deciso di riproporlo in concerto, con la stessa scaletta di allora. È dalla data al Darly’s House Club di New York che viene registrato questo live tributo a quello di 50 anni prima, dal titolo “Live Dates Live”.

Come per il predecessore, l’inizio col trittico “ The King Will Come”, “Warrior” e “Throw Down The Sword” (tutte da Argus) è da brividi. La band suona alla grande, riproducendo al meglio le magiche atmosfere che furono. Qualche difficoltà qua e là è riscontrabile nella voce di Powell, ma la prestazione complessiva è ineccepibile. Dal loro quarto lavoro, “Wishbone Four”, arrivano “Rock’n’Roll Widow” e “Ballad Of The Beacon”, ulteriori esempi della varietà stilistica e al tempo della coerenza interpretativa che li ha sempre caratterizzati, come d’altronde il classico del blues di “Baby What You Want Me To” di Jimmy Reed, indicativo di ciò che agli esordi aveva influenzato la band. Meravigliosi gli oltre 9 minuti della strumentale (con cori) “The Pilgrim”, forse il brano più prog dell’intero lotto. La loro impronta si fa sempre sentire, anche su brani a base più rock blues come “Blowin’ Free”, “Jailbait” e la più articolata “Lady Whiskey”, dense di assoli armonizzati. L’epico tour de force di quasi 15 minuti di “Phoenix” chiude quello che a tutti gli effetti si può definire un ottimo live.

Certo, gli anni sono passati e il live storico resta uno dei grandi dischi dal vivo dei seventies, che vi consiglieremmo senza dubitare, se voleste avere una loro testimonianza in concerto, ma c’è da dire che anche in questa versione gli attuali Wishbone Ash riescono a riproporre dei classici immortali con grande credibilità e lo spirito giusto, nonostante qualche incertezza a livello vocale, compensata dal grandissimo lavoro strumentale, veramente di alto livello. È in sostanza una testimonianza dell’indubbia vitalità di un nome storico che riesce a reggere il paragone con il suo grande passato, trasmettendo delle emozioni incancellabili.

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