Winterage – Recensione: Nekyia

Autori nel 2015 di un debutto col botto (“un esordio ambizioso, notevole e pienamente riuscito”, dicevamo di “The Harmonic Passage”) e leggermente più derivativi in occasione della seconda uscita (“The Inheritance Of Beauty” è del 2021), i genovesi Winterage tornano a distanza di soli due anni freschi di firma con Scarlet Records e pronti a rivelare quale direzione il quintetto si appresta a seguire. Registrato tra la Romagna e la Liguria, il disco non nasconde il proprio riconoscimento artistico a Blind Guardian, Rhapsody of Fire, Avantasia e Symphony X, anche se è a Nick Phoenix e Thomas J. Bergersen, autori di musica orchestrale per trailer cinematografici e televisivi, che i cinque scelgono di riservare una menzione ed un omaggio particolare. Amanti di opera e sinfonica in tutte le loro forme, i Winterage aprono le danze con i potenti cori di “Apertio Ad Profundum”, un’introduzione che riesce efficacemente ad accompagnare nel mood necessario all’ascolto del disco: le atmosfere epiche, con archi e fiati a rubare letteralmente la scena, sono quelle cinematografiche che forse abbiamo già sentito, ma che possiedono un fascino indubbiamente eterno quando utilizzate a supporto di una composizione dotata di una qualche freschezza e personalità. E la personalità dei Winterage sta probabilmente nel modo in cui lasciano che siano gli elementi strumentali a prendere spesso il sopravvento, con il violino di Gabriele Boschi ad introdurre molte delle parti cantate ed accompagnare nel corso dei frequenti intermezzi.

Che la componente strumentale rivesta per i Winterage un’importanza speciale non è certo un mistero: da questo punto di vista l’interesse per il sinfonico contribuirà in maniera decisa all’apprezzamento di un disco che, a conti fatti, è davvero metal solo nelle parti di batteria e nei pregevoli assoli di chitarra. Discorso a parte va fatto invece per le parti cantate, interpretate in modo convincente ma esse stesse non del tutto convincenti per quanta riguarda l’efficacia delle melodie: come è avvenuto, avviene e con ogni probabilità avverrà altrove, “Nekyia” richiede dunque un cambiamento di messa a fuoco, che porta il sottofondo in primo piano e relega gli elementi “primari” al ruolo di complemento. Se infatti non vi è nulla di particolarmente memorabile tra le parole cantate da Daniele Barbarossa, il disco offre un notevole impatto strumentale, nel quale la scena sonora possiede la stessa ampiezza di uno spettacolo di tipo cinematografico (“The Cult Of Hecate”), un risultato che probabilmente era in cima alle priorità del gruppo fondato da Gabriele Boschi, Riccardo Gisotti e Dario Gisotti. Lungo i suoi cinquanta minuti, il terzo lavoro dei Winterage esibisce dunque una notevole consistenza, procedendo spedito e senza mai accusare cali di tensione né momenti di stanchezza: le intenzioni alla base dell’album sono al contrario chiare e perseguite con un disarmante lucidità, e tutto trasuda amore per il visual, gusto per l’arrangiamento barocco e – aggiungerei – una sensibilità elegante (“Numen”) che affiora nei momenti più dolci e lineari. Impossibile non citare, ad esempio, la potenza fortemente evocativa di “La Fonte D’Essenza”, un brano cantato in italiano che più di altri esalta la bravura di Daniele Barbarossa e la capacità dei Winterage di comporre qualcosa di così rifinito ed autentico che non sfigurerebbe in un film fantasy o in un episodio della serie di Zelda.

Tutti questi elementi sono alla base di uno spettacolo che, dal vivo, si preannuncia intenso e coinvolgente per l’opulenza dei suoni, la cura degli intrecci, l’inserimento garbato degli spunti folk (“White Leviathan”, che però è piena di alti… e bassi) ed una tecnica granitica senza la quale non sarebbe possibile proporre nulla di simile. Parallelamente, “Nekyia” invita anche ad una riflessione – dagli esiti per nulla scontati – circa l’efficacia del solo supporto audio per trasmettere tutto ciò che appassiona ed infiamma la formazione ligure. Se infatti l’esperienza audio-visuale immaginata nella sua totalità possiede evidentemente un potere evocativo dirompente (vedi l’apertura vibrante della title-track o l’esecuzione infuocata di “Dark Enchantment”), l’impressione è che questo terzo album non sia del tutto in grado di bastare a se stesso dal punto di vista dell’equilibrio in esso contenuto. Ed è forse per questo che le canzoni più lunghe convincono meno: con i suoi sette minuti “Metamorphosis” è sicuramente un brillante pezzo di teatro, pieno di citazioni classiche e colorati contorni e caratteristici comprimari, ma dal punto di vista delle trame principali rivela una debolezza che un’estensione così lunga ed ambiziosa non fa altro che accentuare. Laddove altre band sembrano aver trovato una sintesi più efficace tra i diversi linguaggi, anche a costo di accettare qualche compromesso (penso all’ultimo dei Deathless Legacy, ad esempio), ai Winterage manca ancora quella semplificazione virtuosa e dolorosa che li porterà a creare qualcosa che sia non solo fantastico da rappresentare, ma anche bello da godere con il nudo supporto di un Discman, ed un paio di orecchie curiose.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2023

Tracklist: 01. Apertio Ad Profundum 02. Simurgh The Firebird 03. The Cult Of Hecate 04. Numen 05. Nekyia 06. La Fonte d’Essenza 07. Dark Enchantment 08. White Leviathan 09. Metamorphosis, A Macabre Ritual 10. Resurrectio Ad Mundum
Sito Web: facebook.com/winterage

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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