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White Widdow – Recensione: Victory

Con assoluta coerenza e la consueta qualità, prosegue il viaggio degli australiani White Widdow a cavallo tra pomp rock e AOR di stampo ottantiano, imperniato sulle sonorità e sulle atmosfere vintage create dalle tastiere magnetiche di Xavier Millis. Il fratello e cantante Jules Mills è altrettanto importante nell’economia della band e ha ripreso saldamente il timone della nave dopo aver guidato anche i Tigertailz (fino al 2015): dopo l’interlocutorio “Silhouette” non reinventa la ruota per questo “Victory”, ma conferma coordinate musicali precise e riconoscibili fin dall’energica efficace title track, stavolta però con ritrovata verve compositiva.

L’ipnotica, a tratti sfrontata, “Late Night Liaison”, punteggiata anche dal basso di Ben Webster, mette in mostra tutta la semplicità della band: qualcuno potrebbe parlare di ingenuità o di suoni fuori tempo massimo, tuttavia la precisa traiettoria disegnata dagli White Widdow ci mette di fronte ad un recupero fedele, quasi filologico, di un certo tipo di musica e di un’epoca intera. Un viaggio fatto con caparbietà ed efficacia, che anche in questo “Victory” aggiunge interessanti tasselli per questa piccola grande band. La chitarra di Enzo Almanzi è protagonista della più articolata “Love And Hate” mentre la deliziosa e ipercatchy “Reach Up” mostra di nuovo perfettamente l’agilità con cui Millis e soci sono in grado di unire il gusto pop alla loro proposta, che assume a tratti addirittura ritmi da dance floor. Colori diversi tra la malinconica “Anything”, la suadente ballad “Danced In The Moonlight” e la più solare “In America”, tutte riflessi dello stesso modo di intendere la proposta musicale.

No news = good news? Nel caso degli White Widdow si direbbe proprio di sì, ma sarebbe stato banale liquidare “Victory” e non considerarlo per quello che è: magari non siamo ai livelli dei primi imperdibili lavori, ma di sicuro siamo di fronte ad un’intensa e significativa tappa del loro percorso indietro nel tempo.

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