Metallus.it

White Widdow – Recensione: Silhouette

Con il loro sound a metà tra pomp rock e AOR deluxe, gli australiani White Widdow arrivano al traguardo del quarto album. Se i primi due lavori, in particolare (qui la recensione di “Serenade”), avevano definito caratteristiche ed atmosfere di una proposta musicale personale e per questo interessante, arrivati a “Silhouette” – così com’era accaduto per il precedente “Crossfire”) – in più di qualche occasione la ripetitività ha la meglio su quella piacevole capacità, che la band mantiene, di portarci in un luogo e in atmosfere lontani dai nostri tempi.

Non sono presenti in misura significativa singoli episodi efficaci com’era accaduto in passato: funziona discretamente l’opener “Stranded”, meglio però la più dinamica e aggressiva “Surrender My Heart”, giustamente scelta come singolo per lanciare l’album denotando una maggior vitalità pur nei limiti del sound vellutato imperniato sulle tastiere di Xavier Millis. La più articolata “Living For The Night” mette in evidenza pure la fantasia del chitarrista Enzo Almanzi, che sale in cattedra nel riff di apertura della dolce ma non melensa “Last Chance For Love” come pure nella conclusiva “Sleeping With The Enemy”. In mezzo, sono discrete pure la magnetica “Game Of Love” e la liquida “Waited”, non tanto incisive quanto utili nel mantenere quel caratteristico tappeto sonoro su cui purtroppo stavolta gli White Widdow faticano a costruire qualcosa di davvero interessante.

“Silhouette” rimane un prodotto per i fan della band, gli altri meglio farebbero ad accaparrarsi le prime due release.

Exit mobile version