Nightingale – Recensione: White Darkness

Non molla Dan Swano. D’altronde il talento musicale non gli è mai mancato, così come la voglia di lanciarsi in avventure musicalmente distanti. I Nightingale sono la band nella quale il nostro ha da sempre utilizzato come sfogo verso le proprie influenze melodiche primarie, dal gothic all’hard rock. Ma in questo lavoro il contributo di songwriter è sbilanciato verso il fratello Dag (alias Tom Nouga) e qualche differenza c’è. Molto più spazio alle tastiere e una bella dose di hard-pomp rock di matrice seventies. Ci sono poi quei caratteristici rimandi prog anni ottanta che ribadiscono gli ascolti comuni di gioventù (Marillion su tutti). Caratteristica distintiva resta la voce di Swano (Dan), più versatile e melodica di un tempo ma sempre riconoscibile nella timbrica profonda che non si addentra in tonalità alte e propulsioni a pieni polmoni, nemmeno quando il respiro del brano lo permetterebbe. E’ questo forse un limite, ma allo stesso tempo garantisce una piccola novità e un marchio di fabbrica che ben usato come in ‘White Darkness’ può diventare punto di forza. La qualità delle composizioni infatti non si discute, ma a mettersi a cercare nei meandri della memoria (e negli scaffali di cd) i richiami ad altri brani, o almeno ad una scuola stilistica classica, sono belli corposi. A risultare vincente è proprio il piano melodico/emozionale, qualcosa che non si può spiegare, ma che spesso è lo spartiacque tra chi della musica fa un arte e chi invece costruisce solo composizioni formalmente perfette. Nemmeno il lato lirico è da sottovalutare, a partire dall’ossimoro che compone il titolo. Storie, emozioni contraddittorie, spesso sottolineate da un contrasto musicale aperto tra strutture armoniche aperte e passaggi melodici cupi. Un’opera che merita attenzione.

Voto recensore
7
Etichetta: Black Mark / Audioglobe

Anno: 2007

Tracklist: 01. The Fields Of Life
02. Trial And Error
03. One Way Ticket
04. Reasons
05. Wounded Soul
06. Hideaway
07. To My Inspiration
08. White Darkness
09. Belief
10. Trust

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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