L’apertura dell’edizione 2025 del Comfort Festival, è stata affidata, il 4 luglio, al chitarrista e cantante dei Gov’t Mule Warren Haynes, forte del suo disco solista, risalente all’anno scorso, “Million Voices Wishper”. Oltre a lui, due donne del blues: Bette Smith e Ana Popovic. Nella piccola osai di prato e alberi rappresentata dalla villa Casati Stampa, in mezzo ai palazzoni di Cinisello Balsamo, sotto un sole rovente e senza un filo di aria che potesse dare sollievo (almeno fino a che non è calato il sole), ma con diversi punti di ristoro, banchetti di dischi e di strumenti musicali, questo è quanto abbiamo riscontrato
BETTE SMITH
La prima artista a salire sul palco è stata la newyorkese Bette Smith. Cresciuta cantando gospel in chiesa, e proseguendo con il blues e il soul, è protagonista di una carriera che, dal 2006 le ha fatto pubblicare sei album, la ha fatta suonare un po’ ovunque, grandi festival inclusi, e le ha fatto ottenere l’inserimento nella New York Blues Hall Of Fame. Coadiuvata a ottimi musicisti (Chitarra, sax, basso e batteria), la Smith ha proposto un repertorio blues – soul diretto e senza troppi fronzoli, sfoderando una voce notevolissima, sulla scia di nomi quali Etta James, Betty Davis, Aretha Franklin e Tina Turner. Forte anche di una vivace presenza scenica, ha dato un notevole esempio di come questo genere di musica sia immortale, se interpretato con le capacità e la passione che la cantante di Brooklyn ha sfoderato nel tempo a sua disposizione.
ANA POPOVIC
È oramai da una trentina di anni che la chitarrista e cantante serba Ana Popovic, allora giovanissima, calca i palchi internazionali, pubblica dischi (ad oggi ben undici) e ottiene riconoscimenti prestigiosi. Nel nostro paese ha suonato spesso, con i meritati riconoscimenti da parte di pubblico e critica, ed è quindi stata una bella occasione poterla rivedere su un palco in occasione del Comfort Festival. La Popovic è stata supportata da una band di alto livello, formata dagli italiani Michele Papadia alle tastiere, dal sassofonista Claudio Giovagnoli e il trombettista Davide Ghidoni, nonché gli americani Buthel Burns e Jeremy Thomas a basso e batteria. Il suo è un rock blues dalle forti influenze ritmiche funk, con i brani che sono un’occasione per i vari musicisti coinvolti di esprimere le loro notevoli capacità, a cominciare dalla chitarra della Popovic, ma con grande spazio a tutti gli artisti coinvolti. Per oltre un’ora il concerto è proseguito con questo spirito, con una travolgente cascata di musica che ha coinvolto i presenti che iniziavano oramai a riempire l’area del festival. Un esempio di come dei musicisti di tale livello rappresentino un valore aggiunto a brani già di per sé di buona fattura.
WARREN HAYNES
Per la prima volta da solista dalle nostre parti, Warren Haynes è indubbiamente uno dei momenti di maggior interesse di un festival che gode comunque della presenza di artisti di grande valore. Dalla pubblicazione del suo “Million Voices Wishper” è quindi scaturito un tour che, fortunatamente, ha toccato anche i nostri lidi. Con una temperatura oramai accettabile a sole finalmente calato, ecco salire sul palco il chitarrista e cantante della North Carolina, accompagnato dai suoi musicisti. E che musicisti, visto che al basso c’è il già conosciuto, in quanto nuovo elemento dei Gov’t Mule, Kevin Scott che ci aveva particolarmente colpito quando l’avevamo visto live. Poi troviamo Matt Slocum alle tastiere, Greg Osby al sax e Terence Higgins alla batteria, letteralmente uno più bravo dell’altro.
L’apertura però è stata affidata a “Tear Me Down”, dei Gov’t Mule, alla quale sono seguiti una serie di pezzi tratti dagli album solisti, a cominciare da “River’s Gonna Rise”, da “Man in Motioin” del 2011 e ovviamente diversi estratti dal nuovo lavoro, come “Go Down Swinging” e “This Life As We Know It”. In questa dimensione la prima differenza che si è potuta notare con i Mule è un sound generalmente più rilassato, dove la voce ha una rilevanza anche maggiore, e in cui i momenti di jam sono di certo più limitati, puntando di più alla valorizzazione dei brani, in un’atmosfera calda e avvolgente. D’altronde questa è anche la differenza principale che si può riscontrare fra i dischi a suo nome, rispetto a quelli con la sua storica band. Da “Tales Of Ordinary Madness” (del quale è attesa una ristampa con inediti, come dichiaratoci nella recente intervista che gli abbiamo fatto) del ‘93, ecco arrivare una bellissima “Fire In The Kitchen”, ma poi si torna a riproporre i Gov’t Mule con la splendida e acclamata “Banks Of The Deep End”. Si riprende con gli estratti da “Million Voices Wishper” con i tempi funk di “Terrified” e il blues “You Ain’t Above Me”. Una certa svolta arriva con il brando degli Allman Brothers “Instrumental Illness” (da “Hittin’ The Note” del 2003), strumentale dalle tonalità jazz rock, dove tutti gli elementi della band hanno avuto lo spazio per notevolissime parti soliste, dimostrando la loro caratura stellare. È fantastico quando si possono ascoltare momenti di jam in cui ognuno lavora per l’insieme anche quando si produce in parti soliste, divise alla pari con tutti gli altri in un’armonia stupefacente, scorrevole e lineare anche nei momenti più intensi. E da questo brano in poi il concerto ha avuto un po’ più di jam, magari non a tratti spiazzanti come spesso fanno i Gov’t Mule, ma sempre di una musicalità a dir poco clamorosa. E in tutto ciò una cosa che colpisce è la semplicità in cui Haynes fa suonare la sua chitarra: le scale sono sempre e solamente le “solite” pentatoniche, senza andare in cerca di chissà quali astrusità armoniche, ma le riesce ad adattare in una maniera talmente perfetta a qualsiasi situazione, da rasentare il miracolo, tanto è il gusto con il quale mette assieme le note. Dopo il blues di John Lee Hooker “It’s My Own Fault” è arrivata la brillante “These Changes” dall’ultimo album, e a seguire una versione pazzesca di “Thorazine Shuffle”, classico dei Gov’t Mule in cui il basso di Scott, che ha il ruolo portante, ha accompagnato tutti gli altri musicisti in una fantastica varietà di colori e situazioni . La conclusione con “Invisible” ha sortito l’effetto di far andare i presenti, fino ad allora seduti, sotto il palco per richiedere un bis puntualmente arrivato con l’inno “Soulshine”, degna conclusione di un concerto a dir poco magico.
Warren Haynes è uno dei più grandi artisti dell’attuale panorama rock, a cui non manca veramente nulla: voce, capacità chitarristiche, musicalità fuori dal comune, intelligenza e sensibilità. Il suo è stato senz’altro uno dei più bei concerti che abbiamo visto in questa prima metà 2025, e per questo non possiamo non ringraziare la Barley Arts per aver organizzato il Comfort Festival e averci dato la possibilità di assistere al live di un artista di tale portata.
Setlist:
01. Tear Me Down
02. River’s Gonna Rise
03. Go Down Swinging
04. This Life As We Know It
05. Fire In The Kitchen
06. Banks Of The Deep End
07. Terrified
08. You Ain’t Above Me
09.Instrumental Illness
10. Big Legged Woman
11. It’s My Own Fault
12. These Changes
13. Thorazine Shuffle
14. Invisible
15. Soulshine








































































