Wacken Open Air 2004: Live Report (7 Agosto)

Aprono le danze i Bal Sagoth sul Black Metal Stage (a mezzogiorno in punto), band inglese che suona un black metal estremamente epico che privilegia l’uso di tastiere maestose e prorompenti. Nonostante una più che evidente difficoltà nel rendere live i complessi ed articolati brani del gruppo la resa è più che ottimale dopo alcuni problemi tecnici (i volumi di tastiere e chitarra tendevano a sovrapporsi e coprirsi) durante l’esecuzione dei primi due pezzi. Byron, il singer, si presenta indossando bomber e cappellino da baseball, con un atteggiamento decisamente marziale. La band riesce ad eseguire solo cinque brani fra i quali risaltano in particolare l’inno ‘Battle Magic’ (tratto dall’omonimo lavoro), la potente ‘Atlantis Ascendant’ e ‘The Splendour Ot The Thousand Swords…’. L’immaginifico epico e mitologico dei nostri sembra conquistare il pubblico che applaude e si fa coinvolgere dall’inizio alla fine della show. Ottimo.

Con un accenno di ‘The Ultra-Violence’ si apre il concerto dei Death Angel: memori dell’ottima prestazione in quel di Roma, i musicisti americani non si smentiscono e offrono un altro eccellente spettacolo, potendo contare su quell’indiscutibile animale da palco che è Mark Osegueda. Si parte con ‘Seemingly Endless Time’, e la scaletta sarà incentrata praticamente sui primi tre album, estraendo dall’ultimo lavoro della band, ‘The Art Of Dying’, la sola ‘Thicker Than Blood’.

Colpisce e convince la sincronia dei cinque sul palco, che dispensano energia e simpatia a profusione, prodigandosi in ringraziamenti verso un pubblico decisamente conquistato: e così, tra una ‘Voracious Souls’ ed un ripescaggio da ‘Frolic Through The Park’, da cui viene estratta ‘Bored’, lo show procede senza pecche e si avvia alla sua naturale conclusione con il manifesto ‘Kill As One’, cantata da tutti grazie alle capacità da vero mattatore di Mark. Ancora una volta, bentornati. “Quanti di voi qui sono della vecchia scuola?” Un tripudio di mani alzate risponde all’appello di John Bush poco prima dell’esecuzione di ‘Antisocial’, a sottolineare la massiccia presenza di pubblico ‘old school’ in quel di Wacken: e si è trattato infatti di un concerto che non ha lesinato i grandi classici della band, inframmezzati da alcuni estratti dell’ultima fatica degli Anthrax, ‘We’ve Come For You All’, rappresentata nello specifico da ‘What Doesn’t Die’ e ‘Safe Home’.

Una prestazione maiuscola quella della band, guidata da uno straripante Bush che non si è risparmiato neanche un secondo, scendendo addirittura tra il pubblico per farlo cantare. L’apertura, affidata a ‘Efilnikufesin (N.F.L.)’ scatena il delirio tra il pubblico, e sono proprio i pezzi di ‘Among The Living’ (suonate anche ‘Indians’ e una devastante ‘Caught In A Mosh’) a raccogliere i maggiori consensi.

Tra un’eccellente ‘Got The Time’ e il ripescaggio addirittura di ‘Deathrider’ dal primo album ‘Fistful Of Metal, la band conferma l’ottima impressione fornita nella data romana, potendo però giustamente contare su un pubblico ben più cospicuo: e la differenza si sente, come quando John Bush riesce a far cantare tutto il pubblico prima dell’esecuzione di ‘Only’. Sicuramente gli Anthrax rientrano nella schiera dei trionfatori del festival.

Nevermore…Nemici della realtà… o di se stessi? Luci ed ombre sulla prestazione del gruppo di Seattle, che convince sì, ma non del tutto, anche se non solo per propri demeriti. L’apertura, affidata alla doppietta inizale di ‘The Politics Of Ecstasy’, composta da ‘The Seven Tongues Of God’ e ‘This Sacrament’ viene semi-mutilata da suoni al limite dell’indecenza, che coprono la voce di Dane e impediscono di riconoscere i brani.

Una situazione, quella dei suoni, che si protrarrà purtroppo per circa metà spettacolo, ma che viene bilanciata da un’ottima scaletta che pesca da quasi tutti i dischi: privilegiati ‘Dead Heart In A Dead World’ e ‘Enemies Of Reality’, mentre da ‘Dreaming Neon Black’ viene riproposta la sola ‘Beyond Within’.

Ago della bilancia della prestazione è sicuramente W. Dane che, pur non difettando certo di carisma e teatralità, soffre un netto calo vocale verso la fine dello show, che lo porta a riarrangiare le proprie parti in maniera ben poco convincente; poco da dire, invece, nei confronti degli altri componenti della band, precisi e compatti.

Nelle esecuzioni dei brani non mancano certo momenti positivi: da sottolineare le ottime esecuzioni di ‘The Sound Of Silence’, di una struggente ‘The Heart Collector’ e della conclusiva ‘The River Dragon Has Come’, cui spetta il compito di chiudere un concerto che ci restituisce una band forse non al massimo della forma, ma che può (e deve) sicuramente dare di più in futuro. Attendiamo fiduciosi.

Gli Hypocrisy del buon Peter Tagtgren si presentano al pubblico del Wacken con una decisa propensione a far ascoltare perbene i brani dell’ultimo album ‘The Arrival’, eseguendone addirittura cinque. La scelta dei pezzi proposti dalla band sembra non convincere affatto il pubblico che invoca a gran voce classici come ‘Killing art’. Al contrario i nostri si lanciano nell’esecuzione di ‘Fire In The Sky’, della violenta ‘God Is A Lie’ (eseguita con molta energia), del capolavoro ‘Roswell 47’. Ben presto si giunge alla conclusione, sottolineata dall’esecuzione di ‘Born Dead Buried Alive’. Purtroppo una scaletta deludente ed una prova altalenante non giocano a favore dell’esibizione degli Hypocrisy, che confermano una forma non ottimale.

Gli Helloween sbarcano al Wacken proponendo una scaletta abbastanza insolita, che pesca da tutta la loro discografia. I nostri propongono ‘Keeper Of The Seven Keys’ e successivamente ‘Power’ ed ancora ‘Dr.Stein’. Purtroppo lo spettacolo non è eccezionale, a causa di evidenti problemi da parte di Andi Deris, forse causati da un utilizzo dei suoni non ottimale. In ogni caso lo show prosegue con fasi altalenanti; in alcuni frangenti la band convince (come per l’esecuzione del lento ‘If I Could Fly’), in altri delude profondamente, come nel caso dell’orrida prestazione di Deris in ‘Eagle Fly Free’. Sul finire dello show irrompe sul palco il “vecchio” membro della band Kai Hansen, per la gioia degli spettatori che applaudono in un tripudio di entusiasmo. La formazione “insolita” di sei elementi esegue due classici come ‘How Many Tears ‘ e ‘Future World’. Difficile dire quanto sia spontanea questa comparsata (infatti gli abbracci fra i due vecchi nemici Weikath e Hansen sembrano quanto di più finto possa esserci…) ma di certo si rivela una bella trovata che rialza leggermente il giudizio su uno show abbastanza deludente.

Giunge quindi la sera ed è tempo dell’esibizione dei Saxon, alfieri della NWOBHM inglese, osannati qui in Germania e praticamente ignorati in patria (come ci hanno confermato i loro compatrioti Bal Sagoth). Durante lo show pantagruelico dei Saxon viene anche celebrato l’anniversario del quindicesimo Wacken della storia e i tre responsabile del festival salgono sul palco per ricevere i giusti applausi per aver ideato e creato questa kermesse del metallo mondiale!

Tornando allo show dei Saxon è innegabile notare in primo luogo l’emozione di Byford, che sembra incredulo di fronte alla moltitudine di persone che assiste al propri show. In secondo luogo, complice forse un po’ la citata emozione, purtroppo Biff non sembra riuscire a scatenar più di tanto il pubblico e non fa sfoggio dell’usuale carisma. In terzo luogo la scelta dei brani da porre nello show non è delle più esaltanti e per un concerto di due ore quest’errore si rivela devastante. Di conseguenza possiamo partecipare a momenti di reale emozione ed energia con pezzi come ‘Heavy Metal Thunder’ (che apre lo show), oppure ‘Dogs Of War’, ‘Motorcycle Man’, ‘Crusaders’ (richiesta a gran voce dal pubblico per tutta la prima parte del concerto) ed anche l’immancabile ‘Princess Of The Night’. Al contrario risultano meno incisive le esecuzioni di ‘777 Strangers In The Night’, ‘Forever Free’, ‘The Eagle Has Landed’ ed il lungo e logorroico assolo di batteria.

Il concerto quindi, discreto ma niente più, si conclude con la mitica ‘Denim And Leather’ e i fuochi d’artificio, che vengono a suggellare quest’importante risultato ottenuto dal più grande festival metal del mondo.

Grande attesa da parte di tutto il pubblico dei blackster per quest’evento! Di fronte al Black Metal Stage, a mezzanotte ed un quarto, irrompono Frost e Satyr con la loro band, lanciandosi in uno show esaltante, che inizia in modo magistrale con l’esecuzione di ‘Walk The Path Of Sorrow’ (tratta dall’esordio ‘Dark Medieval Times’). Il timore che Satyr facesse prevalere nell’esecuzione l’ultimo periodo della storia della band (legato ai deludenti ‘Rebel Extravaganza’ e ‘Volcano’) viene spazzato via dall’esecuzione di una maestosa ‘Forhkeset’ ed addirittura dall’epicissima e datata ‘The Night of The Triumphator’. Purtroppo vengono anche suonati alcuni pezzi di storia recente ma è ormai giunto il momento per il vero evento della nottata.

Con ‘Katharian Life Code’ giunge sul palco Nocturno Culto, una delle due menti della cult band Dark Throne, senza dubbio uno degli assi del true black metal ancora esistenti. I Satyricon accompagnano il frontman nell’esecuzione di alcuni super classici come l’epica ‘Hordes Of Nebulah’ (tratto da ‘Panzerfaust’ e debitrice dei grandi Celtic Frost), la glaciale e minimalista ‘Transilvanian Hunger’ (…e qui tra il pubblico scoppia letteralmente il deliro…) per giungere infine alla debordante ‘Under A Funeral Moon’. Nocturno Culto (in realtà un po’ appesantito e chiaramente non molto avvezzo ai concerti) dedica tutto lo show al recentemente scomparso Quorthon (leader dei Bathory); il concerto, vero evento storico per tutti i blackster, si conclude con l’esecuzione di ‘Mother North’ dei Satyricon, in un “nero tripudio”.

Il pubblico tedesco impazzisce letteralmente per l’ultima band della serata. Sono i JBO, gruppo che canta in lingua e “scherza” (da quel che si riesce a capire) con i pezzi dei gruppi metal più famosi. Vengono eseguite canzoni dei Metallica, degli Ac Dc e via dicendo con testi completamente stravolti in tedesco. Onestamente lo show è proprio una delusione cocente, resa ancor più ridicola dalle tute militari mimetiche rosa che indossano i membri del gruppo. Erano decisamente meglio i divertenti Onkel Tom che nelle ultime edizioni hanno sempre chiuso al meglio il Wacken…

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