Vypera – Recensione: Race Of Time

Esattamente un anno fa ho avuto l’opportunità di recensire l’album di debutto dei Vypera, una formazione svedese che – già al primo colpo – ha saputo regalare agli appassionati un disco infarcito di heavy tradizionale, ben suonato e prodotto con altrettanta cura. Per quanto il tono dell’articolo fosse assolutamente positivo, avevo notato che sull’album erano anche presenti dei momenti nei quali il quartetto nordico sembrava come costretto all’interno del clichè in salsa NWOBH con il quale aveva scelto di identificarsi. C’erano insomma degli spunti metallici che risultavano un po’ tarpati, delle variazioni che non variavano troppo, delle divagazioni che avrebbero probabilmente portato a stravolgimenti interessanti se la band non avesse preferito l’assoluto rispetto del canone già scolpito da Rainbow, Icon, King Kobra, London, Triumph o W.A.S.P. Un atteggiamento peraltro condivisibile, trattandosi dopo tutto di un debutto e di nomi mica da ridere, ma che lasciava certamente una curiosità da soddisfare in occasione di una seconda uscita. Quella uscita è dunque rappresentata da “Race Of Time”, l’album che ha il difficile compito di confermare tutto il buono proposto da “Eat Your Heart Out” ed allo stesso tempo chiarire quale sarà la direzione intrapresa da Andreas Wallström (voce), Christoffer Thelin (chitarra), Cederick Forsberg (chitarra), Andreas Andersson (basso) e Johan Pettersson (batteria).

L’apertura di “Hey You” si candida come la traccia che gli Skid Row avrebbero dovuto incidere tra “Skid Row” del 1989 e “Slave To The Grind” del 1991 per preparare il pubblico alla transizione: la canzone ha indubbiamente il sapore degli anni ottanta californiani, ma anche momenti più heavy che – nel rispetto di ciò che i Vypera sanno fare così bene – elevano la loro proposta oltre la classica etichetta del rock melodico. In realtà, e forse anche un po’ a sorpresa, il quintetto non insiste con convinzione su queste coordinate nel corso dell’intera tracklist, perché rispetto al predecessore le canzoni semplicemente ottantiane sono molto più numerose di quelle dotate di un coinvolgente nervo (“Speedin’”). “Riding On The Wind” e “Trying Hard To Run Away”, ad esempio, si avvicinano al classico prodotto Frontiers, quindi confezionato ad arte ma anche disposto ad omologarsi all’offerta dell’etichetta napoletana. E sono le ballad, come spesso accade, a pagare il prezzo più alto dell’indecisione e dell’omologazione: “Stormwind” non aggiunge davvero nulla all’album o alla storia di questa band, finendo al contrario con lo scalfire irrimediabilmente quell’immagine granitica che aveva caratterizzato il lavoro dell’anno scorso.

Nel mezzo ci sono una manciata di tracce affrettate e dalle melodie non riuscitissime (“Mary Jane”, “Fool’s Game”), tacendo volutamente sulla disarmante inconsistenza dei testi (“Slave To Love”), che purtroppo finiscono con l’identificare l’intera esperienza di ascolto. Dal punto di vista produttivo non si segnala nulla di particolarmente esaltante, così come da quello della semplice esecuzione (tanti assoli di chitarra sono un po’ slegati dal contesto), ed il fatto che la band abbia impiegato sei anni per pubblicare il proprio debutto, ma solo dodici mesi per mandare alle stampe il successore, sembra voler suggerire qualcosa anche a me, che la fredda fattualità dei numeri non l’ho mai amata né capita molto. Se poi aggiungiamo, ma questo è solo folklore, che il testo di presentazione del disco si concentra sulle brillanti recensioni ottenute dal predecessore, senza raccontare nulla di interessante sulla genesi di “Race Of Time”, l’impressione di trovarsi di fronte al risultato di una corsa contro il tempo acquista quella texture ruvida, come quando mi lavo le maglie da solo, della quale non si sentiva la mancanza.

Oi oi oi. Se anche “Race Of Time” rappresenta un lavoro tutto sommato decoroso, se considerato al netto delle aspettative generate dall’ascolto di “Eat Your Heart Out”, è innegabile che questo nuovo prodotto faccia tanta fatica a rispettare le attese ed aggiungere qualcosa di significativo al percorso di questa promettente formazione. L’attitudine di Wallström e compagni non appare più sufficiente a salvare dall’oblio brani che non aspettano altro che essere skippati e dimenticati (“Vicious”, “No Place For A Dreamer”), lasciando l’ascoltatore con un sentimento di delusione e sconforto che, peraltro inusuali quando arrivano dal Nord, sono davvero tra le ultime cose di cui avremmo bisogno in questi tempi umidi e bellicosi. Le nonne italiane dicono che presto e bene non vanno insieme, e chissà se un proverbio del genere esiste anche nella lontana Isvezia, dalle parti di Sandviken. Sta di fatto che “Race Of Time” ha il poco invidiabile merito non solo di costituire un ascolto non necessario, ma anche di insinuare il dubbio su quanto di buono fatto su “Eat Your Heart Out”. A questo punto, cosa dire, solo fortuna?

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Hey You 02. Riding On The Wind 03. Mary Jane 04. Stormwind 05. Vicious 06. No Place For A Dreamer 07. Trying Hard To Run Away 08. Fool's Game 09. Speedin' 10. Daytona 11. Slave To Love
Sito Web: facebook.com/Vyperaofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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