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Voyager-X – Recensione: Magic

Davvero singolare la storia dei Voyager-X, band tedesca fondata dal cantante Mario Gansen (Grim Reaper, Dynasty) e particolarmente attiva in Germania tra il 1987 ed il 1997. E band che decise di sciogliersi proprio al termine delle registrazioni di “Magic”, album che la line-up originale ha deciso di pubblicare solamente oggi, a distanza di quasi trent’anni dalla sua realizzazione. A tutti gli effetti una nuova uscita, quindi, ma che ha potuto invecchiare all’interno di qualche hard disk e che oggi potrebbe restituirci una parte di quella magia, appunto, che ha caratterizzato tante produzioni dell’epoca. Registrato allora da Rainer Deckelmann e rimasterizzato oggi da Romin Katzer, il disco si compone di nove tracce e vede il quintetto completato da Stephan Baumgärtner (chitarra), Jörg Schreiber (basso), Chris Mordek (tastiere) e Peter Webert (batteria) alle prese con un rock melodico orgogliosamente figlio del suo tempo.

Dalla presenza imponente delle tastiere ai suoni riverberatissimi delle batterie di quell’epoca, con il tutto a supporto della scoppiettante interpretazione di Gansen, la sensazione di “già sentito” si riferisce solamente all’impostazione, dal momento che i contenuti si presentano da subito come particolarmente robusti e meritevoli: se è vero che il disco non suona del tutto esplosivo, complice una produzione che risente di un’impostazione conservativa, l’apertura di “Janus Face” è sufficiente per trasmettere il coinvolgimento di una band che – prima dello scioglimento – aveva evidentemente qualcosa da dire. Senza trascurare l’attenzione dedicata ai testi ed alle tematiche trattate, tutte peraltro estremamente attuali (guerre, cambiamento climatico, pena di morte), “Magic” scopre subito le sue carte con un incidere elegante ed atmosferico per il quale – una volta tanto – i richiami a Queensryche, Dream Theater o Crimson Glory non suonano del tutto fuori luogo… anche se è fra Europe, Marillion e Survivor che i riferimenti si farebbero ancora più precisi e tangibili. “Hypnotize You” avrebbe potuto trovare posto su una B-Side di “Operation Mindcrime”, ad ogni modo, tanto palpabile è la sua atmosfera ed ugualmente eleganti sono le sue orchestrazioni.

Maturità e controllo sono le caratteristiche che spiccano, combinate con un gusto melodico esaltato dalle ispirate parti di basso e che davvero avvicina la scaletta di “Magic” ai classici: misurato ed allo stesso tempo tagliente, il disco riesce a far dimenticare ben presto le sue sonorità obsolete invitando a concentrarsi sulle interpretazioni appassionate del suo carismatico frontman (“Walk On The Dead Line”), sul buon lavoro svolto dalle chitarre, sulla pulizia dei suoni e su una generale sensazione di quadratura che viene spesso apprezzata dagli estimatori del genere. Non mancano inoltre gli episodi dal tocco leggermente più pesante, con una brillante “C’mon Live Your Dreams Together” dalla consistenza vagamente heavy che con il suo ruggente assolo di chitarra aggiunge un ulteriore tassello alle capacità espresse senza sforzo apparente dai Voyager-X. In virtù della storia particolare di questo disco, che mi ha ricordato un’altra piccola ma promettente realtà italiana che abbiamo recensito lo scorso anno, non si può trascendere da una valutazione circa la sua attualità a distanza di così tanti anni e cambiamenti. Ed in questo caso il sentimento è duplice, perché non c’è dubbio che i suoni di questo ottimo album appartengono ad un mondo ante-2001 che ci piace ricordare come più ottimista ed ingenuo.

Nelle note di “You Crossed My Way” ci senti una bellezza morbida ed assoluta che oggi faticherebbe a trovare uno spazio, e così la dolcezza si combina con il retrogusto amaro che caratterizza tante delle cose passate e, chissà, delle possibilità mancate. Allo stesso tempo, la decisione di portare alla luce queste nove canzoni è un coraggioso atto d’amore, un gesto che ci invita a ridefinire il concetto di tempo e di opportunità in un’ottica romantica e circolare, un mai-dire-mai che ci regala un momento di serenità e speranza e che senza una manciata di buone canzoni non sarebbe risultato altrettanto vero e convincente. E così il rock melodico e solare di una “I Recognize You” o la carezza paterna di una “Don’t Lose The Path” assumono un valore che va al di là delle note, delle logiche del music business e dello streaming: “Magic” è un prodotto di qualità notevole che il suo storytelling eleva ad occasione di riflessione, ben oltre l’attualità ed il semplice approccio nostalgico che caratterizza molto dell’AOR realizzato oggi. Di fronte a tanta e poco ispirata emulazione, “Magic” è una real thing che ha saputo mantenere il suo fascino e proteggere il suo messaggio a dispetto delle mode, delle delusioni e dei vuoti. Consigliato sia per quello che rappresenta, sia per come lo fa.

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