Slipknot – Recensione: Vol. 3: (The Subliminal Verses)

Gli Slipknot sono la band che ha incarnato alla perfezione il rumorismo pecoreccio e fracassone del metallo di nuova generazione. Hanno scalato classifiche, scatenato baraonde da girone infernale, attirato amore e odio in modo equivalente e fatto storcere il naso a più di un critico che vede nel loro modo di porsi la sublimazione dei limiti di un genere che ha paura di crescere. Nessun dubbio che questa paura gli Slipknot di oggi l’abbiano superata alla grande. Non sappiamo se la svolta sia dovuta al lungo periodo di pausa, all’esperienza guadagnata attraverso i progetti paralleli o semplicemente alla necessità di cominciare a fare sul serio, ma quello che si forma nella mente dopo l’ascolto dell’introduttiva ‘Prelude 3.0’ è un punto di domanda bello grosso. Sono davvero loro? Cos’è questa melodia insinuante? E la voce? Corey Taylor che canta con sofferenza e espressività invece di urlare come un psicopatico è qualcosa di più che una semplice sorpresa. Come se non bastasse, anche quando si comincia a pestare duro (già dalla successiva ‘The Blixter Exist’) si capisce che l’approccio non è più quello caotico dei dischi precedenti. La produzione (affidata a Rick Rubin) ci consegna infatti un suono che si potrebbe definire ‘dimagrito’: percussioni secche, voce in evidenza, chitarre distorte ma piuttosto nitide, un taglio da metal anni ottanta che non si sente di certo di frequente nel mondo degli accordoni pompati a mille. Muore del tutto, o quasi, la volontà di potenza, sacrificata alla voglia di far emergere musicalità e varietà delle composizioni: una scelta rischiosa per chi su quella sconsideratezza grossolana aveva costruito una carriera da milioni di dischi venduti. Ancora. Ci sono ben 3 brani che potremmo definire ‘lenti’, litanie malaticcie e decadenti che a dire il vero non sono tra le cose che più ci hanno appassionato del disco, ma mettono in luce le accennate doti canore di Taylor e contribuiscono a creare un’atmosfera di rinnovamento cui si finisce per affezionarsi. Il risultato è uno stile arricchito da un tale numero di novità che finirà per l’attirare l’ira di alcuni fan della prima ora che probabilmente avrebbero preferito ricevere un’altra mazzata e finita lì. Al contrario qualcuno (noi siamo tra quelli) penserà che ‘Vol. 3’ sia il miglior lavoro della band. La diatriba è aperta, ma non abbiamo dubbi che di questo disco si parlerà ancora per diversi mesi. Come dire che alla fine hanno vinto ancora una volta loro.

Voto recensore
7
Etichetta: Roadrunner

Anno: 2004

Tracklist:

01. Prelude 3.0

02. The Blister Exists

03. Three Nil

04. Duality

05. The Opium Of The People

06. Circle

07. Welcome

08. Vermillion

09. Pulse Of The Maggots

10. Before I Forget

11. Vermillion Part 2

12. The Nameless

13. The Virus Of Life

14. Danger, Keep Away


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Nu Metal Head

    un album pesante e claustrofobico come al solito, ma un deciso passo indietro rispetto ai primi due terremotanti capolavori… molto meno caos e molta più melodia, presa evidentemente dagli stone sour… le migliori rimangono “the blister exists”, “three nil”, “duality”, “welcome”, “pulse of the maggots” e “the nameless”… voto: 6

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