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Vision Of Disorder – Recensione: Razed To The Ground

Dal 1992 i Vision Of Disorder sono stati in circolazione con alterne fortune, più o meno presenti sulle scene, scioltisi, riformatisi, in crisi d’identità e commerciale… Già, la band capitanata da Tim Williams è sempre stata un po’ particolare da questo punto di vista ma ora i 5 di Long Island sono tornati e, grazie alla Candlelight Records che pubblica questo “Razed To The Ground”, si può di nuovo fruire delle sonorità quadrate, abrasive e cattive che marchiano a fuoco queste dieci tracce nuove di zecca.

La opening track “Heart Of Darkness” è un concentrato psicotico di velocità raddoppi, breakdown, parlato, timbro graffiante e cori melodici: sembrerebbe un guazzabuglio, descritta così, ma è ciò che i Vision Of Disorder riescono a fare – e veramente bene – durante tutta la durata di questo album. Negli anni ’90 c’era una ricerca d’identità, da parte dell’Uomo Moderno, che si rifletteva nell’arte e di conseguenza anche nella musica: pessimismo, mancanza di direzione, rabbia, frustrazione: ciclicamente i periodi si ripetono, e questi brani sono lì a dimostrarlo in pieno, a far vedere la palpabile dualità, la schizofrenia che alberga in ognuno.

Se da una parte c’è la volontà di essere rigorosi e quadrati, dall’altra c’è tuto lo sfogo di energie e rabbia represse che escono, inframmezzate da momenti di lucido star bene: questo “Razed To The Ground” porta da una parte alla mente gli Snapcase e il loro monumentale “Progression Through Unlearning”, secco, nervoso, esasperante ed esasperato, mentre dall’altra ci sono variazioni più limpide e placide.

Gli sleghi di chitarra e la ritmica chirurgica appartengono a una freddezza hardcore evoluta mutuata dal metal, ma sono accompagnati da breakdown di matrice più attuale (vedi “Red On The Walls”) o dalla totale astrazione di due voci diverse ma provenienti da una persona sola come in “The Craving”. Certo, questi anni passati hanno arricchito il bagaglio musicale riempiendolo per esempio dell’alternative/grunge che ci si porta dietro nella title-track o la paludosa “Nightcrawler”, che dimostra la capacità del gruppo di poter variare fra diversi generi.

Tim Williams alla voce, Matt Baumbach e Mike Kennedy alle chitarre, Mike Fleischmann al basso e Brendon Cohen alla batteria sono tornati, portabandiera e rappresentanti delle umane sensazioni e contraddizioni: un CD non di facile assimilazione per via dell’oscurità urbana e ridondante che lo pervade ma alla quale vale la pena di avvicinarsi man mano per momenti davvero catartici e vibranti.

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