Dark Quarterer – Recensione: Violence

Passano 7 anni da ‘War Tears’, che aveva segnato il ritorno sulle scene dei Dark Quarterer dopo lo split con il chitarrista storico Fulberto Serena ed il reclutamento di Sandro Tersetti e il combo toscano, dato ormai per disperso anche a seguito dell’abbandono dello stesso Tersetti, esce dall’ombra in cui era piombato grazie a ‘Violence’ ed al nuovo axe–man Francesco Sozzi. A 30 anni dall’inizio dell’attività musicale ed al terzo cambio di chitarrista, i Dark Quarterer dimostrano che la smisurata passione e l’innata bravura non sono venute meno, anzi. Lo stile si è evoluto profondamente anche grazie all’apporto del giovane Sozzi; la padronanza tecnica nei rispettivi strumenti da parte di Nepi e Ninci è ulteriormente accresciuta grazie a lunghi anni di studio e perfezionamento; il carisma sprigionato dalle composizioni, dalle soluzioni adottate e dal coraggio messo in campo è notevolissimo. Va detto che proprio in considerazione di tutto ciò i Dark Quarterer non sono più gli stessi del debutto, o meglio sono loro nello spirito ma con una pelle del tutto mutata, di certo meno votati all’epic e più al prog, peraltro non necessariamente inteso come cambi di tempo, assoli iper–tecnici e strutture armoniche super–intricate ma fondamentalmente come attitudine; è infatti diverso l’approccio alla concezione della costruzione dei brani, più articolati e forse anche più difficili da penetrare e da capire. Ancora 6 canzoni, questa volta raccolte attorno ad un tema comune che è la violenza, trattato peraltro con testi di rara intensità e bellezza; 6 canzoni pervase dalla consueta aura di maestosa solennità ma caratterizzate da un suono profondamente “moderno” (encomiabile in tal senso il sapiente lavoro del produttore Tony Soddu), ricco, pieno, che si impernia sulla strepitosa creatività di Sozzi, autore di riff duri, secchi e spigolosi e di armonizzazioni perfette e su un Ninci straordinario dietro i tamburi, impressionante per la fantasia, per il tiro, per la capacità di donare varietà e dinamicità ad ogni singolo passaggio di ogni singola traccia; un suono in definitiva che richiede ripetuti ascolti per essere apprezzato in tutti i particolari e le sfumature. Sopra e oltre tutto questo la voce di Nepi, teatrale come mai era stata, ora dolce e carezzevole, ora stentorea e possente, ora sofferta e sofferente ma comunque sempre foriera di emozioni vere e forti. E infine non vanno tralasciati quegli elementi di contorno come flauti, violoncelli e cori che, conferendo ulteriore tensione ed epos ai brani, contribuiscono ad innalzarne in modo deciso la qualità drammatica. In questa occasione non ha davvero senso impegnarsi in un track by track, anche perché non riusciremmo mai ad esprimere, anche solo in parte, tutte le sensazioni che questo platter è stato capace di farci provare grazie alla miriade di sfaccettature di cui si compone e riluce. Il consiglio è sempre lo stesso e cioè non lasciare che l’ennesimo capolavoro targato Dark Quarterer resti confinato nelle cerchia delle opere oggetto di culto ma sconosciute ai più, anche se va ricordato e rimarcato che questa musica rimane di non facile fruizione. Ma questo non vi spaventerà di certo, giusto?

Etichetta: Andromeda Relics

Anno: 2002

Tracklist: 1.Black Hole (Death Dance)
2.Last Breath
3.Deep Wake
4.Calls
5.Rape
6.Last Song

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi