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Vhöl – Recensione: Vhöl

Ennesima dimostrazione della ricchezza/varietà insita nella scena underground americana, i Vhöl sono, in buona sostanza, un supergruppo formato da Mike Scheidt (YOB) e Aesop Dekker (Agalloch, Worm Ouroboros), assieme a John Cobbett e Sigrid Sheie (Hammers Of Misfortune). Provenienti da realtà liminari e per loro natura ibride, i musicisti coinvolti nei Vhöl preferiscono in questa veste la strada della semplicità e dell’immediatezza, proponendo una selvaggia cavalcata metallica, che sa di primitivismo black e grezza immediatezza crust.

Il debutto omonimo dei quattro californiani si rifà infatti ai vari fondamentali capostipiti di genere, ad esempio Discharge e Celtic Frost, amalgamati in un’acida e tagliente miscela old-school, che maschera tutta la sua competenza tecnico-interpretativa sotto una grezza coltre di sovversiva aggressività. Bastano i primi minuti strumentali dell’opener “The Wall” per capire la reale portata artistica del progetto Vhöl, ben più di un mero divertissement tradizionale per musicisti annoiati, quanto piuttosto una reale rilettura in chiave crust delle coordinate stilistiche black delle origini, interpretate senza trascurare nulla, in termini di arrangiamento, stratificazione e groove.

Certo, bisogna scavare sotto una superficie sonora volutamente sporca, irregolare e lo-fi, per riconoscere l’estro strumentale di Cobbett e Dekker, il primo artefice di un riffing obliquo ai limiti del prog (“Arising”), sparato alla velocità della luce dietro le pelli di Aesop, solita macchina da guerra poliritmica (“Plastic Shaman”). Da par suo Scheidt urla dietro al microfono con un’ossessività ai limiti del puro HC (“Insane With Faith”), mentre Sigrid appare in qualche traccia con inquietanti melodie vocali, producendo un bel contrasto tonale, soprattutto perché non abusato.

Similmente a quanto recentemente prodotto da diversi esponenti USBM, i Vhöl recuperano anche la sanguigna verve tipica del thrash, sia a livello estetico (cfr. l’artwork stile primi Voivod), sia tematico, forgiando un album che, rendendo il giusto omaggio agli eighties, appare comunque piuttosto fresco e spontaneo, nella sua rabbia. A conti fatti ”Vhöl” è davvero una delle poche uscite interessanti di quest’estate estrema 2013, il cui ascolto è dunque caldamente suggerito a tutti i blackster e thrasher della vecchia scuola, in crisi d’astinenza.

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