Verdena: Live Report della data di Roma

Luci ed ombre sulla prestazione in quel di Roma dei Verdena: questa immagine sintetizza bene la serata svoltasi al Qube il 17 di Marzo. Ma cominciamo con calma…. e di calma in effetti ce n’è voluta parecchia nel corso della serata: dopo un estenuante attesa in coda al di fuori del locale (e per fortuna da questo punto di vista la temperatura ci ha graziati) finalmente intorno alle dieci si aprono le porte.

Salite un paio di rampe di scale, arriviamo finalmente nella sala dove si svolgerà il concerto: il primo colpo d’occhio rivela una sala già ben gremita dal popolo dell’Alternative Rock frammischiato alla Generazione Mtv e che col procedere della serata sarà piena all’inverosimile.

Ed è il momento della seconda attesa, quella ovviamente pre-concerto, che passa tra un veloce ripasso di dialetto calabro, musica etnica orientaleggiante inframezzata a trip-hop (una commistione devastante per i neuroni, giuro) e disquisizioni piu’ o meno dotte sui padri fondatori dell’elettronica: un’attesa che si protrae per circa un’ora e mezza e che in teoria potrebbe fiaccare i presenti, ma la pratica smentisce tutto ben poco dopo….per l’esattezza, con l’apertura del concerto affidata a ‘Logorrea’.

La traccia d’apertura dell’ultimo ‘Il Suicido Dei Samurai’ dal vivo assume una pesantezza ben più considerevole che su disco e scatena da subito il pogo più selvaggio e violento (anche troppo violento, in effetti): se a questo aggiungiamo che come secondo brano in scaletta viene scelta una devastante ‘Ovunque’, accolta da un boato, è chiaro che da subito la serata comincia sotto i migliori auspici, pur costringendo molti delle prime file ad arretrare per la violenza di alcuni, troppi, esagitati.

Toni stemperati per fortuna dalla successiva ‘Mina’, suggestiva anche per i curati giochi di luci, ma che si riaccendono con il ripescaggio di ‘Stenuo’, contenuta sull’EP ‘Viba’ e quindi conosciuta, ma non troppo, da parte del pubblico: la scaletta è comunque bilanciata, privilegiando l’ultima fatica e il primo album, con solo tre estratti da ‘Solo Un Grande Sasso’ (per la precisione ‘Spaceman’, ‘Nova’ e ‘Starless’), scelta probabilmente condivisibile in quanto canzoni non troppo conciliabili con il materiale sia attuale che precedente. Notevoli i progressi in quanto a presenza scenica (anche se resta il neo di una comunicazione ridotta al minimo con il pubblico), con una menzione particolare per la bassista Roberta, che magnetizza con facilità i presenti e non sta ferma un minuto; unico corpo a tratti estraneo nel complesso è il tastierista Fidel, che (non a caso?) occupa una postazione defilata.

Purtroppo a metà serata il frontman Alberto Ferrari annuncia (anche se lo capiscono in pochi) che suo fratello Luca sta suonando la batteria in condizioni di salute precarie (pare si sia trattato di un fortissimo mal di testa) e di conseguenza la scaletta viene accorciata di alcuni pezzi, come ‘Elefante’: l’esecuzione però di canzoni come la già classica ‘Luna’ o le acclamatissime ‘Valvonauta’ e ‘Viba’ permettono di chiudere un occhio sulla durata relativamente esigua del concerto.

La conclusione, dopo una breve pausa, e’ affidata a ‘Glamodrama’, che si rivela una buona chiusura per un concerto che forse ha lasciato (anche se non solo per “colpa” della band) l’amaro in bocca: da rivedere in una prossima esibizione, magari senza intoppi e con un minutaggio più cospicuo.

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