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Velveteen Queen – Recensione: The Greater Good

Formati nel 2022 ed al debutto discografico nel 2024 (con “Consequence Of The City”), i Velveteen Queen hanno da subito catturato l’attenzione di pubblico e media per la loro energia, la loro presenza scenica, il loro ispirarsi ad Aerosmith, Guns N’Roses e The Black Crowes con quella sicurezza scandinava che neanche per un istante ha permesso che qualcuno li etichettasse come semplici e svogliati emuli. Capaci in poco tempo di assicurarsi un contratto internazionale, di intraprendere un tour europeo e di condividere il palco con i nomi più importanti della scena hard rock e metal (tra i quali Judas Priest, Alice Cooper e Megadeth), i cinque ragazzi svedesi di Goteburg sono pronti a scuotere nuovamente quell’ampia fetta di ascoltatori che allo street/glam di qualità non vogliono rinunciare. Le prime note di “Too Far Gone” spiegano già tutto: il disco suona potente e vibrante fin dai primi istanti, i luoghi comuni ci sono ma sono saggiamente dosati, la canzone arriva al coro centrale con una successione di parti azzeccate che rende tutto come un unico, trascinante ritornello. Con Alter Bridge e Nickelback da prendere come ulteriori punti di riferimento, per quanto lo sguardo dei Velveteen Queen sia decisamente più disimpegnato e vicino ai Quireboys, anche grazie all’occasionale presenza del pianoforte in stile boogie-woogie, la proposta svedese ha i contorni di un rock puro e diretto, che nonostante la produzione moderna mantiene un’idea di rustica genuinità ed un caratterino vagamente seventies.

Velveteen Queen - Adrenaline (Official Video)

Vuoi per i suoni delle chitarre di Lukas Axx e Noah Mardh, vuoi per l’approccio fresco ed allo stesso tempo consumato del frontman Samuel Nilsson (“The Greater Good”), il disco suona molto più autorevole e compatto di quanto la giovane età dei suoi esecutori lascerebbe pensare, perfetto per la riproduzione in vinile. Sul fatto che questi brani densi siano approntati per divertire non ci piove: da “Talk Or Walk” a “Adrenaline”, il sound si mantiene compatto e legnoso, con chitarre esplosive, esaltazione degli estremi, cori avvolgenti e la batteria di Isaac Borg anch’essa impegnata a suonare esattamente come si faceva ai tempi di Motley Crue ed Axl Rose nel loro rispettivo ed indimenticabile prime. Qui tutto funziona talmente bene che quasi si finisce con lo sperare nel passo falso per riportare qualcosa di nuovo ed inaspettato. E invece no, perchè su “The Greater Good” non c’è mai traccia di stanchezza, anche grazie alla durata contenuta di ogni brano che evidentemente invita ad interpretarlo pestando senza compromessi (“Can’t Go Back In Time” ha un riffing decisamente heavy) e con il massimo del coinvolgimento.

La conseguenza principale di canzoni tanto corte e proiezione così diretta è che a questo secondo album non si possono chiedere profondità o atmosfera: nonostante l’acustica “Chains” e l’acquosa “Sorry” siano del tutto passabili, è evidente come esse si pongano al pari di semplici momenti di pausa all’interno di un disco che con i suoi movimenti ricerca un altro tipo di intrattenimento. Se da un lato si tratta di una rinuncia a prescindere, che per ora ci priva della possibilità di conoscere il lato più riflessivo ed intimista del quintetto svedese, dall’altro questa scelta elimina ogni ambiguità circa quello che i Velveteen Queen vogliono offrire e rappresentare oggi: un rock divertente e di qualità, potremmo definirlo, molto ben confezionato e sorprendente soprattutto in relazione alla giovane età dei suoi autori e conseguente mancanza di esperienza discografica. Pur considerandolo tutto sommato un pregio, questo approccio così puro ed intransigente rende la seconda parte del disco un poco meno spumeggiante: alcuni brani diventano più prevedibili (“It Ain’t Over” ha qualcosa dei D-A-D più romantici, “Best Of The Best” mi ha ricordato gli Electric Boys, “Try To Believe Me” chiude purtroppo senza sussulti) non per demeriti propri, ma piuttosto per il loro accodarsi ad un concetto che risulta già definito dopo i primi momenti di ascolto.

Dall’inizio alla fine, si diceva, la proposta rimane bellissima ma sostanzialmente la stessa, e non bastano alcuni piccoli artifici narrativi (come le sirene della polizia all’inizio di “Liar” che fanno molto “Dr. Feelgood”) per dare una varietà ed un cambiamento di prospettiva che a questi ragazzi così presi e concentrati sul momento di fatto non interessa. “The Greater Good” può essere considerato un gran bel disco, addirittura ottimo se ci si prende il tempo necessario a contestualizzarlo come prodotto di una formazione che sta bruciando le tappe e continuando a convincere dall’Europa all’Asia, dove Nilsson e compagni sono altrettanto popolari. Certo, dispiace che in questa occasione dei Velveteen Queen ci venga mostrata solo una faccia, quella impetuosa ed ormonale che ha come unico obiettivo quello di impressionare, pestare duro e conquistare il maggior numero di fan nel minor tempo possibile. La sensazione è che dietro al loro innegabile talento possa esserci molto di più, ma ascoltando questo secondo album pare che dovremmo rassegnarci a scoprirlo un poco alla volta, e nel corso di una carriera che con queste premesse non potrà che essere luminosa.

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