Vein.fm – Recensione: This World Is Going To Ruin You

Ammetto che i Vein, dopo la sassata di debutto in LP che fu “Errorzone” nell’ormai lontanissimo 2018, sono finiti completamente fuori dal mio radar. Con quel disco entrai completamente in fissa per qualche settimana, per poi accantonarlo in un angolino della mia mente e lasciarlo a prendere polvere con altri ricordi e progetti. Una sveltina, insomma, non di certo aiutata dal cambio di nome in “Vein.fm” (che comunque da una botta di personalità enorme ad un gruppo così atipico ed originale) che li ha rimossi completamente dalla mia memoria a breve termine ormai fritta dai ritmi della società odierna. Tutto ciò fino ad un mesetto fa, quando quella copertina così dannatamente accattivante mi torna in mente e decido di informarmi su che fine avesse fatto la band. Salta fuori che hanno cambiato nome, ed hanno un disco registrato e prodotto nel 2020 pronto per uscire a marzo 2022 sotto Closed Casket Activities e la stra blasonata Nuclear Blast Records. Mi segno la data sul calendario ed eccomi qui.

Dopo svariati ascolti, posso tranquillamente rallegrarmi del fatto che i Vein non hanno minimamente perso lo smalto, sulle stesse unghie che resero “Errorzone” un lavoro così graffiante ed abrasivo. “This World Is Going To Ruin You”, però, è frutto di tutta un’altra concezione percettiva e psicologica, dove il debutto del quintetto di Boston suonava molto più ampio come entità, futuristico ed utopistico, quest’ultimo lavoro si mostra invece molto più vulnerabile e claustrofobico. Lo stesso Anthony DiDio, voce dei cinque, ammette che quest’album arriva da un periodo di totale asocialità, trasmessa a fiotte nel progetto. Partendo dalla straordinaria produzione di Will Putney, che volutamente nasconde le voci compresse e distorte allo sfinimento sotto le strumentali piene e dinamiche. Voci composte per la maggiore da screams strazianti che spesso e volentieri vengono pannati alla destra o alla sinistra dell’ascoltatore. Non mancano però clean vocals, grazie anche a degli azzeccatissimi featurings, che contribuiscono comunque ad aggiungere tensione ad un disco che fa delle atmosfere horror uno dei suoi punti di forza. Musicalmente, i primi 5/6 minuti sono caos completo. Difficile trovare un punto di aggrappo su cui discutere, si parla letteralmente di 3 tracce, collegate tra loro, di una cattiveria malsana. È con la quarta “Fear In Non Fiction” che il progetto inizia a diramarsi in territori più “accessibili” (per mancanza di un termine più adatto), con l’esordio delle sopracitate voci pulite ed una durata che supera i 3 minuti, record a questo punto dell’album. L’aria è sempre tesa però, e “Lights Out” torna a confondere l’ascoltatore con riffs che hanno quel non so che di Converge, e sfuriate ritmiche non da sottovalutare. Sia Matt Wood che Jon Lhaubouet (batteria e basso rispettivamente), prestano un’esecuzione schizofrenica ma ragionata a “This World…”, donando groove da collo in pronto soccorso e ritmi degni dei più strani dischi prog. La coppia “Wherever You Are” e “Magazine Beach” accompagna il disco in uno spazio più sperimentale, in cui è l’atmosfera carica d’ansia a prendersi la scena. Non c’è da sorprendersi che la band abbia citato la soundtrack di Silent Hill 2 come una forte ispirazione, in quanto il focus sull’atmosfera che pervade tutto il progetto è calcolato al millimetro. Presenti e notevoli anche le influenze nu che erano già emerse ai tempi di “Errorzone”, con “Inside Design” che potrebbe essere tranquillamente rivenduta come b-side del Self-Titled degli Slipknot, scratch sulla console del DJ e sampler Benno Levine annessi. “Hellnight” continua con le influenze nu e le atmosfere dark, per lasciare la chiusura ai tre pezzi più ambiziosi dell’intero lavoro: la malata “Orgy In The Morgue”, che contestualizza il singolo “Wavery”, e finalmente il punto più alto del disco per quanto mi riguarda: la splendida closer “Funeral Sound”. Se prima ho parlato di Silent Hill come influenza dichiarata dai 5, questo pezzo gira la manopola del fattore creepy sull’11, con un sample che davvero non riesco ad identificare (se qualcuno può darmi una mano gli offro una birra al primo concerto in cui ci becchiamo) ma che per qualche ragione mi ha un attimo paralizzato. C’è qualcosa nei messaggi distorti da segreteria telefonica che tocca delle corde particolari nel mio cervello. E solo questo fa guadagnare 100 punti alla traccia, la più lunga del catalogo dei Vein con oltre 7 minuti di loop di piano e suoni distorti che non possono che essere una citazione diretta al franchise horror sopracitato (soprattutto l’iconico statico che emette la radiolina in tutti i SH). Sembra a tutti gli effetti un pezzo scritto a quattro mani da Akira Yamaoka e gli stessi Vein e si, lo intendo come l’altissimo complimento che è.

This World Is Going To Ruin You” è una perla per quanto mi riguarda, uno di quei dischi che più lo ascolti e più ti prende. Liricamente un viaggio dalla nascita alla morte di un individuo, con diverse frasi ripetute a tappeto martellando la psiche dell’ascoltatore, una sorta di concept album dal contenuto grafico che merita un piccolo plauso nelle note finali di questa recensione. Una delle copertine più d’impatto e rappresentative del prodotto su cui sono capitato negli ultimi tempi, direttamente dal pennello di Autumn Morgan. Un must se “Errorzone” vi aveva anche solo intrigato o se gradite un contorno di atmosfere cupe ed estreme nel vostro tumulto sonoro. Ed a voi, fan di Silent Hill, oltre a stra consigliare questo lavoro voglio dire che vi sono vicino, tenete duro. Chi sa, sa.

Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. Welcome Home 02. The Killing Womb 03. Versus Wyoming 04. Fear In Non Fiction 05. Lights Out 06. Wherever You Are 07. Magazine Beach 08. Inside Design 09. Hellnight 10. Orgy In The Morgue 11. Wavery 12. Funeral Sound
Sito Web: https://www.veintv.net/

Matteo Pastori

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Nerd ventiquattrenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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