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Uriah Heep – Recensione: Salisbury

Nella storia di qualsiasi genere musicale ci sono dei capisaldi che hanno dato un contributo determinante allo sviluppo dello stesso, dischi che, anche se paradossalmente non noti a chiunque, hanno influenzato generazioni di musicisti e la cui ispirazione si può ritrovare in moltissima musica uscita successivamente. “Salisbury”, il secondo lavoro dei britannici Uriah Heep, si può considerare, al pari di altri loro titoli, uno dei dischi appartenenti a questa categoria.

La band era stata formata dalla fusione degli Spice del cantante David Byron, il chitarrista Mick Box, il bassista Paul Newton e il batterista Alex Napier, coi The Gods del tastierista Ken Hensley. Il debutto è dell’anno precedente, col celebre “Very ‘Eavy… Very ‘Umble”, all’insegna di un hard rock potente ma melodico, con qualche spunto prog e un uso massiccio e raffinato dei cori. Il disco, di per sé un debutto niente meno che eccellente, fu innovativo e divenne uno dei manifesti del nuovo rock inglese del periodo, che nonostante gli strali di certa critica, aveva colpito nel segno. Il seguito, l’anno successivo, li portò a incidere uno dei loro capolavori assoluti, intitolato per l’appunto “Salisbury”. Alla batteria arriva Keith Baker, e Hensley prende in mano la composizione di gran parte dei brani, caratteristica che durerà grossomodo durante tutta la sua permanenza nella band. Il brano d’apertura però, la seminale “Bird Of Prey” è a firma Box/Byron. E il riff è di quelli che farà letteralmente scuola per potenza, fantasia e impatto generale. Se poi si ascoltano le raffiche di cori iniziali, il cantato epico e sontuoso di Byron, le progressioni delle voci, chitarra e tastiere, ci si rende conto di essere davanti a uno dei più bei pezzi hard rock di sempre, uno di quelli che influenzerà tutto ciò che verrà successivamente prodotto in ambito epic, prog, power e via dicendo. Contraltare a un brano di tale impatto è la dolcissima e sognante “The Park”, con un cantato onirico su una base di chitarra acustica e organo, un uso commovente dei cori e un break centrale vagamente jazzato. Si prosegue con la granitica “Time To Live”, dal riff possente, gli efficaci assoli con il wah wah di Box, contrappuntati dall’organo lacerante di Hensley e la linea vocale che è epicità pura, con un Byron letteralmente sugli scudi. “Lady In Black” (cantata da Hensley) è quella ballata acustica, dalla linea semplicissima, basata letteralmente su due accordi, e sul celebre coro ripetuto, che trova però un equilibrio talmente perfetto in tutte le sue parti, da diventare in assoluto uno dei brani più conosciuti e amati della band. Segue “High Priestess”, tirata ma estremamente melodica,che mantiene quell’andatura ricca di r’n’r, fantasia, romanticismo e libertà riscontrabile in tutto un disco, che si conclude con la suite orchestrale da cui viene il titolo. Le commistioni fra rock band e orchestra classica non erano una novità, già i Deep Purple e i Nice lo avevano fatto, ed era una caratteristica del periodo. Il brano “Salisbury” si inserisce quindi in questo prolifico filone, e lo fa nel migliore dei modi, fondendo in maniera del tutto credibile l’orchestra sinfonica (arrangiata dal compositore John Fiddy) con il sound rock della band,: i riff sono rafforzati dalle partiture classicheggianti, gli assoli di Hensley e Box, il grande lavoro di basso di Newton, la “solita” interpretazione vocale magistrale di Byron, la sua articolazione strutturale e i suoi crescendo, lo rendono uno dei pezzi più epici e progressivi della loro storia.

Dopo questo autentico capolavoro (il termine non è affatto abusato) gli Uriah Heep continueranno con una carriera che, oltre a farli diventare la “quarta gamba” dell’hard rock inglese (dopo Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath), li consoliderà come uno dei colossi del genere, anche se non arriveranno al successo e notorietà delle band di vertice. Scriveranno altri dischi formidabili, come altri di minor qualità e ispirazione, subiranno numerosissimi cambi di organico, arrivando ai giorni nostri con il solo Mick Box superstite della formazione originale, ma con ancora una gran voglia di suonare, autori di grandissimi concerti e dischi anche attualmente di altissima qualità (qua la recensione dell’ultimo, risalente a quest’anno). Restano in ogni caso fra i colossi della storia dell’hard rock, una di quelle band dal cui ascolto non si può in alcun modo prescindere.

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