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Whiplash – Recensione: Unborn Again

Che delusione! “Unborn Again” segna il secondo ritorno sulle scene dopo la reunion del ’96 con “Cult of One”. Non che ci si aspettasse un disco definitivo da Portaro e soci, ma per lo meno alla pari dei buoni primi tre album della band. I Whiplash non sono mai stati dei leader, ma hanno sempre fatto bene il loro lavoro, partendo da un thrash debitore di Venom e Motorhead, per poi virare su un certo appeal melodico, ma anche esplorare gli insidiosi grovigli del “Pantera-Sound” negli anni ’90. Il recente contratto con Pulverised aveva dato fiducia a chi attendeva questo album, purtroppo però già dal primo ascolto le cose non vanno come dovrebbero andare. “Swallow the Slaughter” ci presenta la band in totale mancanza di forma, con Portaro (qui come agli inizi alla voce e chitarra) senza un minimo di potenza vocale, fiacco e strozzato. “Snuff” vira sul groove ma anche qui niente di buono, lasciando spazio all’imbarazzante “Firewater”, introdotta da un canto pellerossa totalmente inutile nel contesto. C’è addirittura qualcosa di doom/stoner in “Float Face Down” che poi però si sviluppa in un innocuo hardcore/thrash approssimativo. L’accoppiata “Hook in Mouth”/”Parade of two Legs” non sono nient’altro che due pezzi hard rock, totalmente fuori portata e debolissimi. Veramente non si sa dove i Whiplash vogliano andare a parare. Anche presi singolarmente, i brani non comunicano niente di niente, dando l’idea di trovarsi di fronte ad un accozzaglia di demo e session riunite in 10 brani con metodo casuale. La produzione poi non aiuta, scarna, poco incisiva, più vicina a quella di una scarsa autoproduzione che non ad un album con tutti i crismi. Di solito quando un gruppo di una certa importanza da vita ad un album anonimo si è soliti dire che se fosse un disco di una band al debutto, male non sarebbe. Ecco qui l’album sarebbe altrettanto insopportabile, fate voi. Che sia giunta l’ora di appendere la chitarra al muro?

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