Simone Fiorletta: Un gentiluomo alla sei corde – Intervista

La seguente intervista è nata in seguito alla recensione del secondo disco solista del chitarrista italiano Simone Fioretta, con la quale si vuole scendere un po’ nel dettaglio di quelle che sono le esperienze di questo musicista, nonché la sua carriera e la sua formazione. Le risposte mostrano, a mio parere, una persona molto equilibrata e con le idee ben chiare.

Partiamo prima di tutto con il dare qualche informazione generale su di te e sulla tua carriera artistica, su quando hai iniziato a suonare e perché, in quali gruppi hai militato, quanti e quali album hai realizzato prima di “My Secret Diary”, ecc.

“Il tutto è iniziato quando avevo sette anni, età in cui mi sono avvicinato alla musica studiando pianoforte. Dopo circa quattro anni, ed in seguito all’ascolto dei miei primi dischi metal, ho cambiato strumento passando così alla chitarra elettrica, compagna di avventure fin’ora.

Dopo la realizzazione di quattro demo–cd, due da solista e due con la mia band Moonlight Comedy (Prog-Metal), ho iniziato a ricevere svariati contratti discografici. Così, nel 2004, ho pubblicato il primo full lenght con i Moonlight Comedy (“The Life Inside”), distribuito in 27 nazioni dalla Lion Music, ed il mio primo disco solista (“The Beginning”) a livello nazionale distribuito da un’etichetta milanese.

Poco dopo ho firmato con la Lion Music anche come artista solista e così nel Settembre del 2005 ho avuto il mio debutto in scala mondiale con “Parallel Worlds”, album accolto molto bene dalla critica. Parallelamente stavo lavorando al nuovo album dei Moonlight Comedy, “Dorothy”, che ha visto la luce nel Febbraio del 2007. Sempre nel 2007, precisamente a Luglio, ho pubblicato il mio terzo album solista “My Secret Diary”.

Nel frattempo ho avuto varie esperienze live suonando di supporto a Neil Zaza, Primal Fear, Destruction ed altri.”

Come mai hai scelto il titolo “The Secret Diary”? A leggerlo così darebbe l’impressione che tu abbia voluto mettere a nudo una parte nascosta di te, o sbaglio?

“Nei miei lavori cerco sempre di musicare la mia vita, le mie esperienze e tutto ciò che mi circonda. Ciascuna canzone presente nell’album è colonna sonora di tutto il mio vissuto… in un certo senso racconto me stesso, anche gli aspetti più nascosti per questo più componevo e andavo avanti nella stesura del disco e più mi sembrava di stare a scrivere un diario, il “Mio Diario Segreto”. “

Di che cosa parlano i pezzi che hai inserito nell’album? Sono tutti frutto di uno stesso periodo della tua carriera, o sono stati scritti in epoche diverse e poi raccolti in un secondo momento?

“L’intero album è frutto di uno stesso periodo. La stesura del disco ha avuto vita nell’arco di sei mesi!

Di cosa parla “My Secret Diary”?

“A Day In California", opener dell’album, è nata dal desiderio di poter andare un giorno in America ed aspettando quel dì immagino come possa essere…suonando. "I Came Back", come dice il titolo e da come si può ascoltare nella song, è una sorta di saluto verso tutti per annunciare il mio ritorno. "To Fly Over The Rainbow"…credo che capiti a tutti di fantasticare , di viaggiare con la mente, di sognare ad occhi aperti, di volare con la mente anche fino oltre l’arcobaleno. "Welcome, Anita!", è una canzone a cui sono molto legato. Anita è la figlia di un mio caro cugino nata appena un anno fa e che io personalmente ho battezzato. Come dice il titolo, è un benvenuto a questa piccolina nel nostro mondo. "Only Three Minutes To Dream" è nata in un periodo in cui, per impegni vari, avevo pochissimo tempo da condividere con la mia ragazza. "Solo tre minuti per sognare" è un modo di descrivere un arco temporale molto breve ma intenso. "Borderline" è ispirata al disturbo mentale di personalità, per questa la song risulta essere un po’ variegata nel complesso. "You Are My Past, Present, Future" è una song strutturata in tre periodi che fanno riferimento a tre fasi della vita vissute con la propria compagna. "Brawl In A Saloon" è nata dall’esigenza di inserire una song, usiamo questo termine, virtuosa, e così mi è balzato nella mente l’immagine di una "rissa in un saloon" ed ho provato a musicarla a mio modo. "The Beginning Of A New Era" è stata la prima canzone che ho composto dopo aver fatto la conoscenza di tutti i membri della band e, in un certo senso, sapevo che sarebbe stato l’inizio di un nuovo percorso molto interessante. "Good Bye" è una sorta di risposta a "I Came Back": mentre in quest’ultima, come detto prima, annuncio il mio ritorno, con "Good Bye", invece, saluto tutti gli ascoltatori concludendo così l’album.”

Qual è il brano a cui ti senti più legato e perché?

“Ce ne sono due: “Welcome, Anita!” e “Only Three Minutes To Dream”. Entrambe hanno una fonte di ispirazione molto importante per me. Come detto prima, Anita è una bambina da me battezzata proprio recentemente, mentre la seconda canzone è nata in un periodo particolare che stavo passando con Laura, la mia ragazza.”

Che chitarre utilizzi prevalentemente? Quante ne possiedi e quali sono le tue marche preferite?

“Attualmente ho sei elettriche, una classica ed una acustica. Da un po’ di tempo sono endorser della D’Orazio Strings , Brunetti Amps e Jim Reed Guitars… ecco, sono proprio le Jim Reed che uso principalmente dato che soddisfano a pieno le mie esigenze.”

C’è ancora spazio nel panorama musicale attuale per i chitarristi solisti, o è diventato anch’esso un genere sovraffollato in cui è estremamente difficile riuscire a ritagliarsi un proprio spazio?

“Personalmente credo di essere riuscito a crearmi un mio pubblico e, come dici tu, un mio spazio. Non so se sia facile o no, ma credo che personalmente mi abbia aiutato il fatto che i miei dischi non sono pura dimostrazione di tecnica o di velocità, cosa che molto spesso mi capita di sentire negli album di svariati chitarristi. Per me pubblicare un disco non vuol dire dimostrare la propria bravura bensì comunicare, emozionare… lasciare un qualcosa dentro l’ascoltatore una volta terminato l’album.”

Hai dei modelli ispiratori? Come definiresti il tuo modo di suonare?

“No, più che dei modelli ispiratori ho delle ispirazioni, che è ben diverso. Personalmente credo che il mio modo di suonare e quindi la mia musica non è altro che lo specchio in cui si riflette me stesso e la mia anima.”

Che consiglio daresti a un ragazzo di talento che intendesse intraprendere la strada della musica da professionista? Meglio iniziare in una band per poi specializzarsi o intraprendere da subito la carriera da solista?

“Credo che ognuno debba fare le proprie esperienze positive e non. Credo che bisogna cadere per rialzarsi ed essere sempre più forti e pronti a qualsiasi evenienza e situazione. Il resto, se suonare in una band o da solista o entrambi i casi, viene spontaneamente. “

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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