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U.D.O. – Recensione: Steelfactory

Ci sono dei limiti evidenti nel riproporre una formula consolidata come quella del classic metal, ma quando a farlo sono i leader storici del movimento appare poco sensato lamentarsi di una scontata mancanza di novità stilistiche e conviene invece concentrarsi sulla qualità delle canzoni e del prodotto presentato ai fan. Se partiamo da questo presupposto mi sento di dire che se i seguaci dei Judas Priest hanno, giustamente, apprezzato un lavoro come “Firepower”, appare altrettanto probabile che gli amanti dei vecchi Accept e delle prime uscite targate U.D.O. saranno ben soddisfatti di questo “Steelfactory”.

Si poteva forse fare meglio nella scelta dell’artwork e del titolo (davvero esageratamente ridondanti e calati nel peggior cliché metallico), ma nella sostanza le canzoni mettono da subito in chiaro che il recupero del sound acceptiano di vecchia scuola è stato progettato con la dovuta serietà. Come non amare la solidità ritmica, la voce graffiante di Udo e il suono neo-classicheggiante della chitarra solista della opener “Tongueripper”? O l’incedere ruffiano, sincopato e rockeggiante di “Make The Move”?

È però solo l’inizio, perché lungo la ricca scaletta possiamo trovare un po’ tutte le particolarità care al nostro vecchio amico, come la melodia avvolgente e germanica di “In The Heat Of The Night”, il mid tempo in crescendo poco più che sussurrato di “A Bite Of Evil” o l’immancabile recupero di partiture prese dalla musica classica, come nella parte solista di “Blood On Fire”. In questo senso è invece un po’ più singolare un brano come “Raise The Game” (uno dei miei preferiti) in cui la rocciosa robustezza del classico riffing metal si combina con passaggi dal gusto più orientaleggiante, per un risultato forse non del tutto originale, ma sicuramente piacevole.

Altre canzoni sono immacolate cavalcate di metal tedesco anni ottanta, come “Rising High” o “Eraser”, banali finché vi pare, ma pur sempre capaci di smuovere le viscere di chi il metallo se lo porta dentro, volente o nolente. Azzeccata è anche la melodica “Rose In The Desert”, che pur sostenendosi su di un beat costante in tempo semi-veloce, è ben gestita a livello armonico dalla chitarra e soprattutto gode di un bridge e un ritornello efficaci. Un altro dei brani top dell’album.

Un plauso va anche al lavoro svolto dal chitarrista Andrey Smirnov, che ci delizia con assoli sempre ben eseguiti e del tutto pertinenti con il contesto armonico e melodico del brano, nonché da qualche rifinitura azzeccata e da riff sempre ben portati. Tutto al posto giusto quindi, quanto basta per ritrovarsi ad ascoltare un energico e onesto album di heavy metal. Come da più rosee aspettative.

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