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Type O Negative – Recensione: October Rust

Tormento, frustrazione, ma anche energia sessuale, romanticismo, ironia. Il gothic metal dei Type O Negative e del mai troppo compianto Peter Steele, era questo. “October Rust”, uscito nel 1996 e quarto (o terzo, a seconda di come volete porvi verso “The Origin Of The Feces”) album della band, può essere considerato l’apice creativo dei newyorchesi. Si tratta del disco che lanciò i TON nell’empireo del grande rock e che segnò un’evoluzione del sound verso il gotico a tutto tondo, dopo un album (altrettanto ottimo ma diverso) come “Bloody Kisses”, ancora parte del periodo più squisitamente metallico degli americani.

“October Rust” ha la straordinaria capacità di elaborare le influenze sabbathiane tingendole di darkwave, di goth scanzonato a tratti, di rock oscuro ma orecchiabile, mantenendo un groove fisico accompagnato da una certa dose di ironia e sfacciataggine. E non ci riferiamo soltanto al singolone “My Girlfriend’s Girlfriend”, dove il buon Peter mette sul piatto il più comune desiderio sessuale di ogni maschio, ma al disco nella sua completezza. Un album fatto di successi e di canzoni da ricordare, vincenti, sì, ma altrettanto pregne di un’intimità posta tra le righe.

E’ la copertina stessa che, al solito consona all’ossessione per il colore verde, ci ricorda che “non c’è rosa senza spine”, mentre il disco, dopo averci preso per il culo con una finta doppia intro, parte alla grande con un pezzo da novanta come “Love You To Death”, dove salgono sugli scudi le tastiere di Josh Silver e la voce di Peter, morbida e piaciona come non mai, segue un mood cupo ma di grande presa. E’ tutto un godere, consentitecelo, dalla perversa e canterina atmosfera di “My Girlfriend’s Girlfriend”, al doom avvelenato e lisergico della severa “Haunted”.

In tutto questo c’è spazio per brani di grande spessore e movimenti musicali di varia tipologia a fungere da intermezzo. “Be My Druidess” è in definitiva un pezzo dark con dei giri di basso alla Sisters Of Mercy prima maniera da leccarsi i baffi, ma i suoi ritmi procedono rallentando fino a entrare nei territori del doom propriamente inteso. A livello lirico notiamo come ricorra spesso la figura femminile, portatrice di amore, passione, sofferenza e morte.

Quasi 73 minuti di musica che scorrono in un baleno. Perchè è sempicemente “tutto bello”, se ci consentite questa espressione, ogni cosa è al suo posto nel modo migliore. C’è ironia in mezzo alle lacrime in “Green Man” (la leggenda vuole che il pezzo si riferisca al passato di Peter come giardiniere), poi una rilettura personale di “Cinnamon Girl” di Neil Young, trasformata in un brano mastodontico e dai suoni diluiti, pura dolcezza nell’accostamento alla voce femminile in “In Praise Of Bacchus”.

Sono passati vent’anni e “October Rust” resta una dei più bei manifesti del gothic metal. Quello serio, cupo, elettrificato, carnale. In una parola, vivo.

 

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