Turbulence – Recensione: Binary Dream

Solo pochi giorni fa guardavo un reel di Facebook che documentava il salvataggio di alcuni passeggeri da una cabinovia in Libano: l’impianto era bloccato e questi poveretti dovevano calarsi uno ad uno con la fune… e non ho potuto fare a meno di pensare a quelle risorse o capacità nascoste che – dicono – tutti noi tiriamo fuori nel momento del bisogno. Il video però non è servito solamente ad accendere trenta secondi di riflessione filosofica, ma anche a ricordarmi che si avvicinava l’uscita del nuovo lavoro dei Turbulence, formazione libanese originariamente fondata come cover band dei Dream Theater: forti di un bagaglio tecnico di tutto rispetto, i cinque hanno ben presto abbracciato l’idea di comporre e proporre brani originali, un intendimento che li ha portati a rilasciare “Disequilibrium” nel 2015 ed il più maturo “Frontal” nel 2021. Oggi è dunque il momento di ascoltare “Binary Dream”, un terzo ed eclettico capitolo che narra le sorti di “8b+1”, un robot al centro di un esperimento denominato proprio come l’album, attraverso il quale nell’automa si attiverà il risveglio di uno stato di coscienza. Fresca di firma con Frontiers e rinvigorita dagli ingressi di Omar El Hage alla voce ed Anthony Atoui al basso, la band si presenta dunque all’ombra di un progressive melodico, dalla forte componente visuale e futuristica.

Nonostante l’esuberanza ritmica, infatti, tanto il cantato che gli abbellimenti sono inconfondibilmente melodici e riconducibili al mondo del racconto, secondo una tradizione ormai consolidata che vede questo prog ancora più realizzato quando contaminato da power, djent e perfino componenti jazz. Un progressive melodico e col cuore, in alcuni tratti addirittura sussurrato (“Theta”), nel quale l’aspetto virtuosistico sembra non prendere mai davvero il sopravvento, a tutto vantaggio di una fruizione più ampia ed immediata. Compatibilmente con un’idea di futuro che porta in dote numerosi interrogativi, anche il concept dei Turbulence esprime un senso di irrequietudine, espresso nelle ritmiche oppressive e sottilmente taglienti (“Hybrid”), nei suoni distorti delle tastiere, in successioni di note la cui nuda semplicità (“Time Bridge”) sembra alludere ad un ritorno alle origini, come risposta ad una complessità in grado di travolgere i suoi stessi artefici. Una menzione particolare la meritano i tre brani strumentali, per il notevole equilibrio raggiunto tra la tecnica esecutiva e gli efficaci richiami ambientali: come nel caso di “Manifestations”, ad esempio, la sensazione è quella di un quadro che si compone gradualmente sotto ai nostri occhi, sotto le spinte di contrasti e richiami, di riffing rocciosi e segmenti dalla sostanza più impalpabile, sulle onde di un eclettismo che però non diventa mai schizofrenia o pura improvvisazione. Come conferma la contagiosa e crepuscolare dolcezza di alcuni passaggi (“Ternary”), i Turbulence si rivelano maestri nel mantenere un approccio terreno, raramente autoreferenziale, che mette al centro un ascoltatore interessato alla composizione ed agli interrogativi, ma in fondo più a suo agio con un finale a lieto fine. Per questo motivo il prodotto dei libanesi dà il meglio di sé nelle aperture luminose (“Deerosion“), nei momenti di speranza ed in quelli più marcatamente umani, grazie soprattutto a parti cantate assemblate ed interpretate con maestria (“Corrosion”).

E’ grazie a questa continua opera di ripulitura e revisione, che interrompe sul nascere i passaggi che alla lunga potrebbero rivelarsi più ostici, che anche le tracce più lunghe (come la title-track di un quasi un quarto d’ora) si affrontano con relativa leggerezza, ormai rassicurati che l’ascolto si manterrà sempre su coordinate vivaci e brillanti. L’ambientazione di tipo fantascientifico (al neon, ma non troppo) fa in modo che le contaminazioni provenienti dal mondo arabo siano del tutto sporadiche, consolidando l’idea di un disco votato al consenso internazionale ed interessato a raccontare la propria personalità senza ricorrere allo sfruttamento delle proprie origini ed alle sonorità che noi, magari con un atteggiamento sbrigativo e superficiale, associamo a quelle latitudini. Con “Binary Dream” i Turbulence, a dispetto del loro stesso nome, propongono un’esperienza globale, composta e delicata, tra Kamelot e Vanden Plas, che vede i suoi elementi visuali e futuristici posti al servizio di un racconto nel quale la componente umana e quella melodica rimangono le vere protagoniste. Anche nei passaggi più articolati ed apparentemente complessi, queste nuove tracce mantengono una purezza ed un’approcciabilità che le rende vicine, eleganti, quasi famigliari. Non un modo completamente nuovo di suonare progressive metal, forse, ma un romantico e spaventoso equilibrio che ci porta a considerare quanto alcune delle distorsioni cyberpunk del “Somewhere In Time” immaginato dagli Iron Maiden nel 1986 siano ormai dietro l’angolo.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Static Mind 02. Theta 03. Time Bridge (Instrumental) 04. Manifestations (Instrumental) 05. Ternary 06. Binary Dream 07. Hybrid 08. Corrosion 09. Deerosion (Instrumental)
Sito Web: facebook.com/turbulenceofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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