Triosphere – Recensione: Oceans Above, Stars Below

A leggere le recensioni dei loro album, ci si aspetterebbe dai Triosphere una produzione insistente e senza soluzioni di continuità: dai segnali incoraggianti del debutto “Onwards” (2007) al capolavoro “The Heart Of The Matter” (2014), senza dimenticare l’altrettanto eccellente – benchè dibattuto – “The Road Less Travelled”, questa è una band dalla line-up relativamente stabile che ha saputo costruirsi una reputazione distillando le uscite e privilegiando la componente live, con tour che li hanno visti affiancare W.A.S.P., Arch Enemy, Sonata Artica, Kamelot, Timo Kotipelto, Jorn, Dio e Nightwish, per dare un’idea. Eppure, lo dicevamo, il quartetto norvegese ha pubblicato fino ad oggi solamente tre album in oltre vent’anni di carriera, lavorato con solamente due etichette e conquistato il diritto di rilasciare nuovo materiale solamente quando il livello qualitativo dello stesso fosse stato degno dei loro standard. Se a questo aggiungiamo uno scombussolamento dei piani dovuto alla pandemia, il quadro si rivela in tutta la sua nuda realtà, al punto che – davvero – non si riscontrano motivazioni diverse da quelle citate per spiegare una discografia così ridotta all’osso. L’arrivo di “Oceans Above, Stars Below” non può dunque che essere salutato con grande curiosità da parte dei fan della prima ora e da chi, magari anche leggendo queste righe, si sentirà di condividere lo spirito della formazione di Trondheim: pubblicato per la prima volta da Frontiers, il disco si compone di dodici tracce ed è disponibile su CD ed anche su un vinile rosso che ben fa il paio con la bella copertina disegnata da Giannis Nakos.

Archiviata l’intro “Premonition”, che comunque col suo crescendo ed i suoi cori riesce bene nell’intento di aumentare l’attesa, i norvegesi cominciano a fare sul serio con una “Of Tyrants” dall’incisivo riffing power/thrash: la voce di Ida Haukland ha lo straordinario pregio di coniugare potenza e musicalità in modo bilanciato ed efficace, a tratti graffiante e veloce, altrove soffermata sullo sviluppo della note, la cantante norvegese tiene davvero la scena sotto controllo, allentando le redini solo in occasione di un ritornello – malinconico – che ascolto dopo ascolto diventa sempre più famigliare. Quello dei Triosphere è un metal moderno ma senza rifarsi ai canoni del modern: le sue radici sono più dichiaratamente power/heavy (vedi anche l’assolo di chitarra), la melodia viene sempre prima di tutto – a differenza di tanti simili proposte italiane, che nelle loro ritmiche tendono a perdersi – ma è ben supportata da un impianto scenico imponente e dettagliato, con il mixing di Jens Bogren alla continua ricerca del dettaglio da esaltare.

Il disco ha un’anima romantica e passionale che affiora in ogni brano. Da questo punto di vista la title-track è un brano interpretato con grande coinvolgimento, tecnicamente notevole eppure caldo ed umano: l’approccio dei norvegesi è sorprendentemente mediterraneo, con il ricorso a qualche piccolo artificio produttivo che rende l’ascolto sempre facile, invitante, guidato (“Monster’s Ball”) nonostante il lavoro piuttosto incisivo svolto da Marius Bergesen e Tor Ole Byberg alle chitarre. Il pensiero va allo stile compositivo di Magnus Karlsson, per fare un esempio, o alle melodie preferite da Ronnie Romero: qui la differenza è fatta in gran parte dalla presenza se vogliamo ancora più personale della Haukland (“Lightning In A Bottle”, “Encore”), che rende speciali anche le composizioni per altri aspetti più normali, e da intricati passaggi strumentali che hanno il coraggio di distaccarsi con più decisione dalla linea portante del brano, con una spavalderia esecutiva che in alcuni momenti rasenta i confini del progressive. Il modo in cui tutte queste anime riescono a convivere, e dare vita ad uno spettacolo pirotecnico, accessibile e divertente (bello il groove di richiamo quasi Angra di “Through The Phantom Wall”), ricco di suggestioni ma anche in grado di trovare una sintesi pensante e del tutto personale, se non addirittura unica nel panorama contemporaneo, è ciò che distingue questa realtà da altri esperimenti solo all’apparenza assimilabili. Qui il focus ed il controllo sono superiori, l’idea è fortissima, lo spazio occupato con un’intelligenza strategica che evita ogni genere di spreco o distrazione, in cui ogni contaminazione ha un suo perchè e la vena heavy (“Orpheus’ Bane” è come andare al circo) tiene tutto insieme con una forza che conquista sia i nostalgici della prima ora che il pubblico di oggi.

Il complimento più grande che si può fare a “Oceans Above, Stars Below” è che, ascoltandolo ed addentrandosi tra le sue avvolgenti spire, si capisce perchè il quartetto norvegese sia da sempre così avaro in termini di produzione discografica. Oltre al tempo speso on the road, che davvero si traduce in un meccanismo affiatato, oliato e perfetto, la cura posta ad ogni aspetto ti arriva diretta ed immediata, rendendo l’esperienza speciale. Forte di questa ricchezza di possibilità, il disco alterna in modo convincente passaggi più densi con aperture distese (“Shorelines” ha un gustosissimo sapore seventies), cercando sempre una via musicale e funzionale, esibita con orgoglio. Mai autoreferenziale e caratterizzato da una voglia di sorprendere che non assume il controllo sullo sviluppo armonico e melodico, il quarto lavoro dei Triosphere si fa perdonare la lunga attesa con un’umanità ed una qualità diffusa che catturano e rassicurano, sul fatto che là fuori c’è ancora qualcosa di buono per cui vale la pena entusiasmarsi, forse anche commuoversi.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2026

Tracklist: 01. Premonition 02. Of Tyrants 03. Oceans Above, Stars Below 04. Monster's Ball 05. Through The Phantom Wall 06. Shorelines 07. Lightning In A Bottle 08. Encore 09. Embers 10. Orpheus' Bane 11. Cadence Of Chaos 12. Gjenklang
Sito Web: facebook.com/triosphere

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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