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Kill II This – Recensione: Trinity

Mark Mynett ha colpito ancora, non ci sono dubbi. I suoi Kill II This sono tornati: dopo il promettente ‘Deviate’ (più un album solista di Mynett che non un lavoro di gruppo), ancora una volta Caroline Campbell (basso), il giovanissimo Ben Calvert (batteria), Matt Pollock (voce) sono sugli scudi per affermare che il volto del new metal britannico appartiene al voodoo, al vizio ed alla Vergine Maria, la trinità di cui si parla nel titolo del disco. Indubbiamente le mosse del gruppo prendono moltissimo dai Prong piuttosto che dal carrozzone di Ross Robinson di korniana memoria (come dire che le radici sono le radici). Questo rappresenta sicuramente un punto a favore degli inglesi che riescono a non omologarsi ad uno stile oggi comodo da seguire pedissequamente, ponendosi lontano dagli stereotipi, andando ad occupare il posto vicino agli Amen fra i gruppi più interessanti del movimento new metal. Dopo la brevissima intro, ecco che esplode ‘Figure Of Eight’, dove Matt viene affiancato da Burton C Bell prima di lasciare il posto alla travolgente ‘God On Drugs’, canzone che prende i loop tanto cari agli irlandesi U2 (i quali ereditano dagli Young Gods molto spesso!), li violenta e li restituisce stremati in poco più di tre minuti da singolo. ‘ Trinity’ tende a prendere quota sino ad arrivare al pop anni ottanta dei Frankie Goes To Hollywood di ‘Two Tribes’, riproposta con una rabbia che veniva soltanto sedata nella versione originale, ancora con Bell ai cori. Il registro muta, nell’economia del successore di ‘Deviate’, ed entrano gli archi ed il pianoforte con una sofferta ‘Spiritual Darkness’ . La title track riesce addirittura a spostare i confini del genere verso la conquista delle contaminazioni con l’old metal ed il gothic, rappresentando con l’innesto della voce femminile, l’aggancio con il passato recente del gruppo. Assolutamente imperdibile il contraccolpo della ballad, ‘Heal The Separation’, che colpisce a tradimento e sovrasta le orchestrazioni con una cattedrale di panico e disperazione sui tessuti di un songwriting davvero sapiente. Il rush finale è con ‘ Guided by voices’, il commiato dei Kill II This al termine di un disco che segna un’ulteriore evoluzione nella loro proposta, ma non disdegna di metterne in luce i difetti. Un lavoro a fasi alterne, troppo ripetitivo nelle ritmiche, che rischia di soffocare i molti spunti interessanti sotto un tappeto spesso monocorde. Un episodio che potrebbe essere di transizione, che servirà sicuramente ad unire le forze dei singoli musicisti e che lascia ben sperare per il futuro dei Kill II This.

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