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Transatlantic – Recensione: The Absolute Universe

Una assenza di sette anni dei Transatlantic, visto gli impegni assidui dei componenti di questa all star band, non sorprende più di tanto, anche se questo ritorno è certamente una nuova sfida da affrontare, sia per loro che per l’impavido ascoltatore, forse già abituato alle ardite costruzioni sonore, ordite da Neal Morse (molto attivo recentemente con la Neal Morse Band, ed ovviamente i Flying Colors), Roine Stolt (Kaipa e poi The Flower Kings), Pete Trewavas (bassista dei magnifici Marillion, da una vita), e prezzemolino Mike Portnoy, in questo caleidoscopico progetto in cui tutti compongono, cantano, e gli strumenti musicali si muovono fluidamente in uno spettacolo ricchissimo e gloriosamente Progressive, con la P maiuscola.

Se i quattro album precedenti sono tutti degni di essere assaporati dagli amanti del genere, con questo nuovo appuntamento la band si fa ispirare dal periodo complesso che viviamo, concependo un articolato concept album, che viene sviluppato in ben due direzioni, due uscite separate e due diverse e suggestive copertine. “The Absolute Universe: Forevermore” si dipana su due cd ed un’ora e mezza di musica torrenziale, divisa in diciotto capitoli, mentre “The Absolute Universe: The Breath Of Life”, porta “soltanto” 14 tracce e contiene le versioni riarrangiate, accorciate, e modificate dei brani del disco “maggiore”, dove anche i componenti del gruppo si scambiano i pezzi da cantare, creando così due opere strettamente collegate ma che possono vivere anche scorporate, e che regalano mille spunti diversi, nel nome della massima libertà artistica.

Chi conosce i Transatlantic sa cosa aspettarsi e qui certamente il loro stile non viene rivoluzionato, in nome di un rock progressivo, figlio certo e conclamato degli anni settanta e dei background musicali dei suoi quattro protagonisti, che risaltano a turno senza rubarsi la scena con manie di mero individualismo, ma come un vero gruppo ben affiatato e coeso. Potremmo citare come sempre i numi tutelari del genere, oltre a Beatles e Pink Floyd, ma in questa sede suona veramente assurdo descrivere ogni pezzo singolarmente, perché, in questo caso soprattutto, l’opera va affrontata nella sua duplice integrità, e le due versioni si completano a vicenda, “costringendo” piacevolmente l’ascoltatore a duplicare i suoi sforzi intellettivi ed economici. Ma il risultato finale non suona mai “vecchio” o pesantemente datato, perché i musicisti coinvolti riescono a far percepire a noi la loro passione come fresca e mai retorica.

Il ritorno di questa ardita e coraggiosa band è certamente gradito e vede l’ensemble in forma decisamente strepitosa, capace di non annoiare in modo stucchevole mai, nel corso di questa lunga avventura sonora, divisa in frammenti spesso anche abbastanza brevi, che alternano sapide fughe strumentali a melodie sapientemente costruite ed immediate. Prendetevi il giusto tempo per assaporare “The Absolute Universe”, un gioiello progressive dove passato e futuro vanno dolcemente a braccetto, costruendo un solido ponte verso l’infinito.

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