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Temple Of Baal – Recensione: Traitors to Mankind

Veloci come mamba, e altrettanto velenosi, i Temple of Baal sono l’anima marcia del black metal francese. Come una macchina da guerra, calano dall’alto a falcate di doppio pedale compattissime falciando tutto quello che incontrano, mentre le chitarre gemono e stridono come anime sotto tortura.

Il ritornello della prima traccia, ‘Rotten flesh of a living throne’, come fosse il loro manifesto, riassume perfettamente i toni di ‘Traitors To Mankind’, il loro secondo album. Secondo il chitarrista/cantante, il disco non fa altro che riprendere i toni del precedente ‘Servants Of The Beast’ e li innalza di volume e potenza, facendo emergere un’inaspettata vena thrash che dona alle canzoni un certo appeal, quasi rockeggiante; rimarcabile anche un certo gusto per il doom che in certi frangenti fa calare il bpm a lentissimi beat e da vita ad atmosfere di rara intensità.

Compositivamente parlando, il gruppo pesca a piene mani dal retroterra culturale europeo black metallaro, senza però diventare copia inutile e vuota degli idoli che li hanno preceduti. Volendoli proprio accostare ad un gruppo in particolare, si potrebbe definirli dei moderni Venom col grind annesso (clamorosa ‘Under The Spell’, che saccheggia alla grande ‘Black Metal’).

Come novelli Immortal, il trio riesce ad esprimere una potenza devastante assolutamente non limitata dal numero esiguo di membri, e, differentemente dai sopraccitati norvegesi, anche attraverso una produzione ottima dal punto di vista della resa sonora.

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