Touché Amoré + Greet Death: Live report della data di Milano

Il mese di giugno si apre alla grande, alle porte della prima metà del mese ci aspettano grandi concerti, dal Thrash dei Megadeth al Death dei Carcass, passando per l’alternative degli A Perfect Circle e includendo ovviamente, anche la data di cui parleremo qua sotto, i Touché Amoré ai Magazzini Generali di Milano. Evento imperdibile per i fan del post-HC, che non solo hanno l’opportunità di vedere una band che nei quasi 20 anni di carriera, si è ritagliata un posto speciale tra gli amanti del genere, ma che potranno godersi dal vivo la performance di “Stage four” nella sua inteterezza. A supporto dei nostri, ci saranno i Greet Death, band proveniente dal Michigan che avrà il compito di aprire la serata in quanto sola band di spalla.

GEET DEATH

Attivi dal 2011 ma con all’attivo solamente un EP e un full-length, i Greet Death salgono sul palco davanti a un pubblico inizialmente poco numeroso, che però andrà crescendo sempre di più nel corso dell’esibizione. La proposta della band è legata principalmente a un indie rock introspettivo, con accenni più alternative che permettono loro di spaziare qua e là in fraseggi pop-oriented che, in certe occasioni, ricordano i connazionali Weezer. La formazione è composta da tre chitarre (due delle quali accompagnate dalla voce), basso e batteria. Lo show inizia con ritmi rallentati, lasciando che i dolci accordi facciano ondeggiare a tempo i corpi dei presenti. Le melodie delle chitarre si completano a vicenda, così come i timbri vocali dei due cantanti: tanto differenti quanto entrambi efficaci e unici a modo proprio. L’armonia pacifica crea un senso di solitudine e malinconia che sembra però pronto a esplodere e, come da copione, ciò avviene assieme alle distorsioni delle chitarre, che accendono un lieve fuoco sotto il palco, dando una bella scossa ai fan, alcuni dei quali, seguendo i cantanti, intonano i versi delle canzoni insieme alla band. Lo show risulta piacevole: i nostri tengono decisamente bene il palco e lo fanno con uno stile consono al genere che stiamo sentendo. Le parole rivolte al pubblico non sono molte, ma nei brevi momenti in cui la band si rivolge a chi ha davanti, quelli che sembrano quasi sussurri si trasformano in sentiti ringraziamenti verso un pubblico che si scalda sempre di più, arrivando perfino ad aprire un piccolo moshpit verso la fine del concerto. Tra le altre cose, durante gli ultimi brani si spezza una corda al chitarrista e cantante Logan Gaval, che aveva preventivamente chiesto al pubblico di perdonarlo qualora avesse stonato qualche nota. A fine concerto i Greet Death lasciano il palco tra sinceri applausi di approvazione: uno show genuino, efficace e piacevole.

TOUCHÉ AMORÉ

Dieci anni fa le urla strazianti, sospese tra rabbia e dolore, di Jeremy Bolm prendevano forma in Stage Four (quarto stadio), un album profondamente sentito che il cantante ha dedicato alla madre, scomparsa a causa di un cancro. Nel disco egli ripercorre il proprio cammino durante quel periodo, così come i momenti trascorsi insieme a lei. Un lavoro diretto, struggente ed estremamente sincero, nel quale il dolore del cantante può essere percepito in ogni singola parola. L’album ricevette all’epoca un forte consenso da parte della critica e ancora oggi, per molti, rappresenta la pietra miliare della band. Senza farsi attendere troppo, alle 21 in punto i Touché Amoré salgono sul palco aprendo il proprio show con “Flowers and You“. Il pubblico è nel frattempo cresciuto di numero, confermando apparentemente la buona riuscita dell’evento in termini di presenze. Ora i corpi che poco prima si muovevano dolcemente accompagnati dai Greet Death si scaraventano gli uni contro gli altri in un aggressivo moshpit, dove il senso di appartenenza a una famiglia più grande di quella di sangue è palpabile. Lo stile degli americani è indiscusso. L’album porta chiaramente con sé un peso emotivo non indifferente per la band che lo esegue e, in un paio di occasioni, mi è sembrato di poter leggere negli occhi del frontman il dolore nascosto dietro la felicità del momento, mentre saltava e chiamava a sé il pubblico. Se la risposta del pubblico è decisamente efficace, dal punto di vista sonoro siamo invece un po’ lontani dalla perfezione. Il mixing penalizza la voce dello stesso Jeremy Bolm, che fatica a emergere per tutta la durata dello show, e non soltanto perché ogni canzone viene cantata a gran voce dai fan sotto il palco. Da incoronare invece il suono del basso di Tyler Kirby, caratterizzato da un timbro degno di nota che riesce a spiccare nel mix. Detto questo, il concerto si vive soprattutto sotto il palco e non posso certo dire che l’esperienza sia stata deludente, anzi. Il moshpit non si è mai fermato, così come gli stage diver che hanno continuato a volare sopra le teste delle prime file per tutta la durata del set. “Skyscraper” chiude il capitolo dedicato a Stage Four e il frontman affronta quest’ultimo brano con una chitarra tra le mani: “You live there, under the lights“. Seguiranno poi poco meno di una decina di brani estratti dagli altri lavori della band, tra cui “Reminders“, “Come Heroine” e “Honest Sleep“. Poco prima della conclusione dello show, Jeremy si rivolge al pubblico italiano parlando di fede. Racconta di aver perso la propria quando sua madre è venuta a mancare e che, sebbene non creda nella vita dopo la morte, continua a sperare che possa esserci qualcosa oltre. Spiega inoltre di affrontare questo tema proprio con il pubblico italiano perché, in un modo o nell’altro, l’Italia rimane ancora fortemente legata al concetto di una fede superiore, anche per via della presenza del Papa e del peso storico del cattolicesimo nel Paese. Le ultime energie della band si spengono allo scoccare dell’ultima nota, alla quale segue un lungo e caloroso applauso per il gruppo statunitense. Uno show speciale, intenso e destinato a rimanere impresso nella memoria dei presenti.

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