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Top 20 – I Migliori album Metal e Hard Rock del 1992 – Parte 2

Continua la riscoperta degli anni ’90 con la seconda parte del nostro speciale sul meglio della produzione hard rock, metal e affini del 1992. Andremo ad approfondire i vari generi nei prossimi speciali ma qui abbiamo voluto raccogliere i 20 album imprescindibili dell’annata, spaziando dal black metal dei Darkthrone fino ai patinatissimi Def Leppard. In questo secondo capitolo, altri 10 (+1) lavori usciti nel 1992 dai Kiss di Revenge ai Manowar, passando per Paradise Lost, W.A.S.P. e tanti altri. Come sempre in rigoroso ordine alfabetico!

I 20 MIGLIORI ALBUM METAL E HARD ROCK DEL 1992 PARTE 2


KISS – Revenge

(Mercury Records – 19 Maggio 1992)

In piena epoca grunge, i Kiss decidono di rendere più aggressivo il proprio sound: alla batteria, dopo la scomparsa di Eric Carr, fa il suo esordio Eric Singer (già con i Black Sabbath), e per la stesura di alcuni brani arriva la collaborazione dell’ex Vinnie Vincent. Alla produzione viene richiamato Bob Ezrin, già in cabina di regia per il leggendario “Destroyer” e per il meno fortunato “Music From The Elder”. “Revenge” è un album decisamente godibile e riuscito, in grado di rinverdire l’immagine della band pur senza tradirne la tradizione, che fa capolino in pezzi come “Take It Off” e la ruffiana “God Gave Rock ‘N Roll to You II“, su cui mette lo zampino pure Russ Ballard.

La ballad “Every Time I Look At You” verrà valorizzata anche sull’unplugged realizzato per MTV, mentre è sicuramente il caso di menzionare, tra gli altri episodi, la frizzante “Domino” e l’austera opener “Unholy“. In generale, “Revenge” è un lavoro fresco e grintoso, che vede la band decisamente viva, dopo i non brillanti album degli anni Ottanta e nonostante il clima decisamente poco favorevole a chi aveva saputo fare del divertimento e dell’allegria il proprio manifesto musicale. (Giovanni Barbo)


KYUSS – Blues For The Red Sun

(Dali Records – 30 Giugno 1992)

Tra i pochi generi che hanno identificato gli anni dal ’90 ad oggi in campo metal c’è indubbiamente lo stoner rock. Accanto ai Monster Magnet che hanno scelto un approccio più ironico, leggero e godereccio, l’altro punto di riferimento – se rimaniamo nell’alveo di chi ha ottenuto un successo e un riconoscimento che è debordato nel mainstream – sono senz’altro i Kyuss. Dagli anni ’70 la band riprende non solo le sonorità, ma anche un senso di libertà che si tradurrà anche nelle Desert Sessions. “Blues For The Red Sun” segna probabilmente il passaggio all’età adulta e alla consapevolezza delle enormi potenzialità di una line-up stellare (Josh Homme, John Garcia, Nick Oliveri e Brant Bjork), che successivamente farà germinare numerosi progetti e diffonderà il verbo a livello mondiale.

La potenza grezza e dirompente di “Thumb“, il caos primordiale di “50 Million Year Trip (Downside Up)“, i manifesti “Thong Song” (per lyrics) e “Mondo Generator” (per caos e libertà musicale), la sinuosa “Writhe” sono alcuni dei momenti-chiave di un album per molti versi sconvolgente, innamorato del passato ma proiettato nel futuro. (Giovanni Barbo)


MANOWAR – The Triumph Of Steel

(Atlantic Records – 29 Settembre 1992)

The Triumph Of Steel” è un capolavoro assoluto per il metal in genere ed è la più significativa e riuscita opera della seconda parte della carriera dei Manowar. Il lavoro è composto da sette brani ed una suite divisa in otto parti che non propongono mai passaggi sottotono (a parte forse alcune fasi introduttive troppo lunghe di “Achilles…”); aggiungiamo che per il gruppo statunitense questo album rappresenta il definitivo spartiacque verso una consacrazione di pubblico che da ora in poi sarà sempre più numeroso ai loro show.

In questa release abbiamo come new entry il drummer Rhino che propone una performance strepitosa (purtroppo l’unica della carriera dei Kings of Metal) ed il chitarrista David Shankle che si affiancano ai veterani Eric Adams (cantante… in stato di grazia su ogni pezzo) ed al bassista Joey DeMaio (che compone qui alcune fra le sue canzoni più grandiose). La tracklist è un trionfo senza fine… l’epic metal della suite “Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts” e della cavalcata “The Power Of Thy Sword” colpisce dritto al cuore. Non mancano episodi più veloci come la terremotante “Ride The Dragon”, ossia quattro minuti al fulmicotone con la band che regala un’interpretazione incredibile. Il romantico e toccante lento “Master Of The Wind” è probabilmente il migliore della carriera dei nostri e l’anthem “Metal Warriors” entrerà stabilmente nelle tracklist dei live. L’estasi dell’epic metal. (Leonardo Cammi)


MEGADETH – Countdown To Extinction

(Capitol Records – 6 Luglio 1992)

Ancora oggi “Countdown To Extinction” è il disco di maggior successo prodotto dalla band di Dave Mustaine. E sa da un lato tale risultato è sicuramente dovuto al periodo propizio, almeno sotto questo punto di vista, per il metal in generale, dall’altro è probabilmente questo il lavoro in cui i Megadeth riescono al meglio ad equilibrare le proprie doti strumentali di techno/thrash band con la scrittura di canzoni che non si possono più includere in un genere ben specifico, ma diventano semplicemente ottimi esempi di rock/metal di classe.

Evidente il caso del singolo di successo “Symphony Of Destruction”, ma dalla scaletta è difficile scartare un brano qualsiasi e da “Sweating Bullets”, passando per “Skin O’ My Teeth”, fino alla quasi ballad “Foreclosure Of A Dream” e alla più veloce e “High Speed Dirt”, ogni brano è diventato un classico conosciuto da tutti i fan. Di più non si può. (Riccardo Manazza)


OBITUARY – The End Complete

(Roadrunner – 21 Aprile 1992)

Poche band nel death metal hanno saputo crearsi uno standard riconoscibile come gli Obituary. Soprattutto nei primissimi lavori, la loro formula, da un lato estremamente essenziale, fatta di riff pesantissimi e compressi, riesce ogni volta a trovare un’applicazione diversa, in modo del tutto sorprendente.

In “The End Complete” la band dei fratelli Tardy si concentra maggiormente sui tempi groovy e rallentati, cambiando anche in parte sonorità, servendosi di un sound più secco e definito, per quanto sempre condizionato da una densità massimale che rende l’insieme incredibilmente heavy. Anche grazie alla solita brutale interpretazione vocale di John Tardy canzoni come “Back To One”, “Dead Silence” o “Corrosive” diventano dei veri classici e ancora oggi per alcuni, tra cui chi scrive queste righe, “The End Complete” è il miglior disco mai prodotto dalla band. (Riccardo Manazza)


PANTERA – Vulgar Display Of Power

(Atlantic Records – 25 Febbraio 1992)

Il secondo album di successo dei Pantera e che li proietta nell’Olimpo del metal: Phil Anselmo, il mai troppo compianto Dimebag Darrell, Rex Brown e Vinnie Paul riescono nell’impresa di rivoluzionare in un certo senso la musica di un certo tipo, proponendone una nuova forma in un periodo di relativa stagnazione. La produzione e il modo di suonare (specie grazie alla chitarra) rendono riconoscibile il gruppo in mezzo a tanti e basterebbe considerare i 3 pezzi più famosi per farsi un’idea dell’importanza di questo CD: “Mouth For War”, opener eccezionale, la ritmata ”Walk”, e la celeberrima “This Love” ma le perle sono tante, come la pesante “Live In a Hole” e la finale “Hollow”, dove la melodia si sprigiona in una catarsi definitiva.

Un disco suonato con piglio hardcore, fedele all’intransigenza e alla volontà di far esplodere la propria rabbia in maniera tellurica. Indimenticabile, a tal punto da essere ristampato con il DVD live del loro concerto al Monsters Of Rock di Reggio Emilia de 1992. (Fabio Meschiari)


PARADISE LOST – Shades Of Gods

(Music For Nations – 14 Luglio 1992)

“Rinchiuso” tra due capitoli considerati pietre miliari del genere come “Gothic” e “Icon”, usciti rispettivamente nel 1991 e nel 1993, “Shades Of God”, terzo studio album dei Paradise Lost, è stato un disco passato in sordina e nemmeno troppo rivalutato negli anni a venire, forse spazzato via da episodi più rappresentativi che hanno fatto entrare il combo di Halifax nella memoria collettiva. Eppure siamo di fronte a un ottimo lavoro, un passo in avanti che i Paradise Lost hanno compiuto nello sviluppo di sonorità gothic metal a tutto tondo.

Pur possedendo un richiamo al death che interessava i capitoli precedenti, “Shades Of God” poggia su innesti melodici più marcati, ma claustrofobici e niente affatto immediati. Il disco mette in luce l’estro della chitarra di Greg Mackintosh, autore di numerosi assoli, mentre la voce di Nick Holmes evolve, bilanciando il suo growl profondo e cavernoso a un tono ruvido non propriamente “pulito” ma graffiante ed espressivo. Un platter cupo dove la disperazione, mai eccessiva ma basata su di un solido realismo che emerge nelle liriche, raggiunge il suo apice nella plumbea “Pity The Sadness”, nell’andamento cadenzato della romantica “Crying For Eternity” e soprattutto in “As I Die”, un brano intenso e dal forte impatto emozionale annoverato tra i classici della band. (Andrea Sacchi)


RAGE AGAINST THE MACHINE – Rage Against The Machine

(Epic – 3 Novembre 1992)

Un debut album fra i più importanti della storia metal e rock tout-court: lo scatto di Malcolm Browne in copertina, col monaco buddhista vietnamita Thich Quang Duc che si diede fuoco per protesta contro la politica del suo paese la dice già lunga sulla vena fortemente politicizzata di questo album eponimo dei Rage Against The Machine.

Uno dei primi connubi “blasfemi” fra rap e metal, in grado di mettere d’accordo i cultori di diversi generi grazie a pezzi come “Killing In The Name”, “Bullet In The Head” e la prima traccia “Bombtrack”: il rap di Zack De La Rocha, unito al riconoscibile sound di Tom Morello (uno dei pochi a “inventare qualcosa” sulla chitarra), alla precisa batteria di Brad Wilk e al basso pulsante, sempre presente di Tim Commerford fa scaturire da questo album la forza di un tornado, una vis polemica sentita raramente prima.

Una nuova consapevolezza, lirica e musicale, un CD che darà il via a crossover nati e morti nel giro di una stagione: “Rage Against The Machine” resta, presente in ogni collezione discografica che si rispetti. (Fabio Meschiari)


TESTAMENT – The Ritual

(Atlantic Records – 12 Maggio 1992)

The Ritual è il classico album sottovalutato. I Testament escono un po’ ammaccati da “Souls Of Black” album nettamente inferiore ai suoi precedenti e arrivano al 1992 giocandosi la carta di un sound più melodico, aprendo a soluzioni meno thrash. Viene etichettato come l’album della svolta hard di Chuck Billy e soci. In realtà The Ritual presenta i Testament in una veste solo parzialmente nuova perchè i legami con il recente passato sono ancora forti e ben presenti.

Il sound si fa sicuramente più accessibile ma la qualità del songwriting ritorna a livelli incredibili. Non è un caso che Electric Crown sia il pezzo più ascoltato della band su Spotify, un’apertura da brividi, abbandonando la violenza thrash e abbracciando un groove micidiale. L’album arriva alla posizione 55 di Billboard 200 grazie al singolone “Return To Serenity“, bellissima ballad che nasconde nel finale uno dei momenti solisti più intensi di Skolnick nei Testament. L’anima thrash si unisce perfettamente alla svolta hard’n’heavy, lo dimostrano brani come As The Season Grey (che nell’intro riprende le sonorità di The Preacher), la più rockeggiante “Deadline” o l’intensa “Agony“. Probabilmente non entra nei tre migliori album dei Testament, ma The Ritual resta un lavoro di qualità assoluta. (Tommaso Dainese)


W.A.S.P. – The Crimson Idol

(Parlophone – 8 Giugno 1992)

La storia di Jonathan Steel, della sua rapida parabola verso il successo planetario come rockstar e la sua altrettanto rapida discesa verso il suicidio, è rimasta scolpita nelle menti dei fan degli W.A.S.P. in modo indelebile. Impossibile dimenticare l’intensità emotiva della voce di Blackie Lawless in un’opera che, a tutt’oggi, rimane unica per impatto dei brani e forza delle composizioni che lo costituiscono. Distaccandosi in modo netto dai brani tutti sesso e leggerezza che contraddistinguono il primi periodo della produzione della band, “The Crimson Idol” è un vero e proprio spartiacque e, probabilmente, il lavoro più amato e uno dei concept album rock più noti in generale.

Impossibile restare indifferenti di fronte al crescendo angosciato di “The Idol”, all’intenso finale di “The Great Misconceptions Of Me” o al rombo della sega elettrica che introduce la sferzante cavalcata di “Chainsaw Charlie”. Dolore, angoscia e solitudine sono i temi portanti di questa storia, che ci voleva ricordare, e ci ricorda ancora, come fama e successo non possano colmare il più grande dei vuoti interiori (soltanto un paio di anni più tardi il suicidio di una rockstar in carne e ossa ce lo ricorderà in modo più brusco); anche oggi, dopo la svolta un po’ retorica presa da certi album dei W.A.S.P., “The Crimson Idol” appare come un lavoro sincero, di puro cuore, e fa da monito ai più romantici di noi, che ancora si struggono nel sentire Jonathan invocare che gli venga tolto il dolore che gli sta bruciando l’anima in “Hold On To My Heart”. (Anna Minguzzi)


BONUS:JOE SATRIANI – The Extremist

(Relativity – 21 Luglio 1992)

Ricordato principalmente per la presenza di un pezzo oreccchiabile e ancora oggi notissimo come “Summer Song”, “The Extremist”, quarto lavoro per un Joe Satriani ancora provvisto di una folta chioma, è un lavoro incredibilmente maturo e fuori dal tempo, che potrebbe essere stato scritto in qualunque momento della vita artistica del chitarrista e risultare ancora attuale. L’album è una sorta di soliloquio strumentale di Satriani, che oltre a essere l’autore di quasi tutti i brani ne è anche il produttore; non mancano comunque presenze illustri tra i musicisti, per così dire, di contorno, come Gregg e Matt Bissonette e Simon Philips, che contribuiscono, con le dinamiche delle loro sonorità, ad arricchire di sfumature il lavoro.

Oltre alla già citata “Summer Song”, nota per essere stata usata anche in una pubblicità e avere aperto la strada della conoscenza a molti neofiti, anche “Rubina’s Blue Sky Happjness”, dedicata alla moglie del Satch, è un brano abbastanza noto; sono ormai finiti nel dimenticatoio, del tutto per errore, altri pezzi molto espressivi, come l’opener “Friends” e la delicata “Cryin’”. A distanza di tempo, quello che si nota è appunto la grande modernità, il fatto di avere fissato in modo indelebile la forza di un artista che sapeva già molto bene quale percorso avrebbe intrapreso, e rimane uno degli episodi meglio riusciti della prolifica carriera di Satriani. (Anna Minguzzi)


Vi ricordiamo che è sempre online la prima parte dello speciale dedicato ai 20 migliori album del 1992.

E infine la nostra playlist completa su Spotify con i pezzi tratti dall’intero speciale.

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