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Thy Catafalque – Recensione: Meta

A un solo anno di distanza dal precedente “Sgùrr”, tornano i Thy Catafalque, progetto del multistrumentista e vocalist ungherese Tàmas Kàtai. “Meta” ribadisce l’appartenenza a un panorama di avanguardia piuttosto caratteristico che mischia elementi black e death metal, folk, doom ed elettronica, un potpourri che per certi versi ricorda i contemporanei Solefald, ma elaborato in modo più semplice.

Non che questo sia un male, beninteso, perché se “Sgùrr” metteva troppa carne al fuoco, “Meta” appare invece più armonioso e con episodi dalla forma canzone ben definita, lasciando che un solo brano assuma il ruolo della suite-guida (gli oltre 21 minuti di “Malmok Járnak”) bilanciando peraltro bene i vari elementi che lo compongono.

Il modus operandi è già chiaro nell’opener “Uránia”, aperto da una base ambient che sfuma in una canzone di doom/black dai connotati classici, arricchita dalle successive tastiere e da una melodia portante ariosa. Difficilmente “Meta” rinuncia all’orecchiabilità e nella sua ricchezza non è affatto ostico. Le canzoni punto molto sull’impatto emozionale e su di un senso di drammaticità, ben chiaro ad esempio in “Sirály”, caratterizzata dagli archi e dalla voce femminile, o da “Ixión Düün”, dove l’incipit è affidato ai corni e alle percussioni seguite da una parte centrale squisitamente estrema ed una conclusione psichedelica a base di synth dal flavour seventies.

Il black/doom atmosferico di “Mezolit” (seguita dalla breve outro strumentale “Fehérvasárnap”) chiude le sorti di un album vario ma fruibile, dove la ricerca non rinuncia alle melodie di prese, arricchito al solito da un panorama lirico machiavellico relativo a una visione filosofica della nature e delle dinamiche spazio-tempo.

“Meta” è un buona alternativa per chi segue questo panorama musicale, prova del momento di buona forma del musicista ungherese.

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