Thy Art Is Murder – Recensione: Godlike

L’intero mondo del core si è fermato per una settimana intera, quando i Thy Art Is Murder a sorpresa (anche se così sorpresa in fondo non è nda) si separano da CJ McMahon dopo le sue discutibili dichiarazioni, pubblicate durante la visione di un video LGBT attraverso i suoi canali social privati. 

Potremmo discutere tutto il giorno sulla libertà di parola e sulle sue conseguenze, ma non è questo l’ambito adatto. Piuttosto andiamo a esaminare la versione dell’album con Tyler Miller, divenuto nuovo cantante e front-man dei Thy Art, in attesa di qualche novità dall’altra sua band Aversions Crown, con qualche considerazione finale sulle dinamiche che hanno portato a questo risultato.

Innanzitutto, le timbriche di Tyler non mi sono mai piaciute, neanche quando (a sorpresa) lo ascoltai dal vivo durante l’ultima data italiana degli Aversions Crown, anche loro rei di aver sostituito Mark Poida senza comunicazione ai fans prima del tour europeo del 2018 (un modus operandi australiano bizzarro nda).  Detto questo, in rete nessuno si è accorto della sostituzione (presente solo nella versione digitale) che è stata diffusa e trasmessa alle varie testate metal in giro per il mondo, considerando il lavoro di “doppiaggio” come farina del sacco di CJ. Un brutto colpo per Tyler, CJ e per la band coinvolta, in quanto i tramini per la sostituzione di McMahon risalirebbero a ben prima del video incriminato. Si può essere in accordo o meno con le sue idee  (complottista e anti-vax, qualcuno se lo ricorda durante il covid? nda), un po’ meno per quel che riguarda le scelte della band, che ha spacciato un prodotto per quello che non è, facendo molta attenzione a non darne notizia prima della pubblicazione ufficiale, confondendo così le acque. “Chi sto ascoltando?” Queste erano le domande che riempivano le pagine social prima della dichiarazione ufficiale: Tyler Miller ha ri-registrato tutto ed è stato distribuito nel formato liquido, mentre in quello fisico (CD & LP) si può ancora ascoltare la versione di CJ. Qualche anima buona ha deciso che forse i fan meritavano di ascoltare entrambe le campane, pubblicando sul sito coreradio quella con CJ, richiesta a gran voce. 

Il mio pensiero dopo una lunga sessione di analisi di entrambi i dischi è che CJ ci ha sputato sangue e odio su Godlike, regalando al pubblico una delle sue migliori performance. Aggressivo, diretto, profondo e spietato come ai tempi di Hate. Ogni canzone cambia totalmente effetto se si ascolta il suo disco. 

Tyler dal canto suo, trovandosi in una situazione spinosa e di difficile interpretazione, ha deciso di scimmiottarlo confondendosi con lui. Per questo, infatti, nelle recensioni pubblicate online, nessuno è mai riuscito a riconoscere un nuovo interprete al microfono. Per dirla in modo onesto, nemmeno io me ne sono reso conto. L’ho ascoltato in digitale il giorno della pubblicazione e la voce mi sembrava troppo piatta, troppo uguale canzone dopo canzone. Sempre violenta ma con un leggero amaro in bocca: magari è invecchiato pure lui mi sono detto, poi una volta letto della sostituzione in sordina, i dubbi che mi ero posto non erano così infondati. 

Se nella maggior parte del tempo le acque si confondono bene, ci sono alcuni punti che proprio fanno capire la differenza di prestazione. Il momento più importante secondo me avviene dal secondo 0:50 al 1:15 di “Everything Unwanted”, in cui la versione originale è SPANNE sopra a quanto cantato da Tyler. Captate e assodate le frequenze dei due vocalist, diventa lampante come la versione doppiata risulti un po’ soffocata, sottotono e alla ricerca della copia 1:1 per non deludere i fan, che comunque lo saranno a prescindere.

Da questa storia possiamo trarre tantissime conclusioni. La prima è quella più triste: la censura incondizionata di un duro lavoro non c’entra nulla con le opinioni personali. Aver cercato di cancellare in modo totale il disco è davvero un colpo molto basso, ma ciò è stato possibile solo perché è il primo album della carriera in cui tutto è stato gestito in modo autonomo, compresa la distribuzione (Human Warfare). Non penso che, se fossero rimasti sotto Nuclear Blast Records, per tutto ciò che coinvolge la produzione di un episodio discografico, si sarebbero comportati allo stesso modo. Punto due: Miller aveva la possibilità di dare una sua firma personale mettendosi in gioco, ma evidentemente, spinto anche dalla band, ha copiato più che osato e probabilmente le sue capacità hanno un forte limite. Punto tre: aver confuso il mondo del metal, che comprende sia la sfera dei fan che quella degli addetti ai lavori, conferma come prima di tutto ci sia stata malizia. CJ non è nuovo a determinati messaggi e/o pensieri e non penso che ridursi al giorno dell’uscita del disco per cambiare le carte in tavola sia stata una mossa intelligente.

Affrontata la patata bollente, una patata delle dimensioni di una zucca, passiamo quindi a quella che è la recensione del disco nella sua versione originale. I pareri sono diametralmente opposti: alcuni lo promuovono, io compreso, altri invece lo cestinano in toto esprimendo il forte disappunto su mancanza di idee nuove e assenza di un riff portante per le chitarre. Discorso che potenzialmente regge, in quanto il risultato di portare al pubblico sempre canzoni basate su palm-mute cadenzati tra 0 e 1 di sicuro alla lunga stanca, però io contesto tale pensiero portando sul piatto anche altri elementi, come l’impatto della batteria, l’utilizzo delle voci e le orchestrazioni. 

A questo punto i Thy Art cosa sanno suonare? Innanzitutto il loro death-core è sempre rimasto fedele alle origini, di orchestrazioni a là Lorna Shore non c’è l’ombra, quindi il primo elemento della discordia svanisce. Con cosa le sostituiscono? Nulla, molti fill di chitarra che si alternano a quella del riff principale creando atmosfere al limite del melodeath. “Join Me In Armageddon” è un esempio, ma ne possiamo trovare tantissimi altri: “Everything Unwanted”, “Anathema” e così via, formula che viene spesso ripresa per donare diverse sfaccettature al disco. L’altro elemento fisso e costante sono i blast-beat con doppia cassa in tutte le canzoni. La batteria è un elemento critico per i fan della band, da quando Lee Stanton è stato sostituito da Jesse Beahler nel 2015 senza un apparente motivo fondato. Per molti, infatti, tale cambio è stato l’inizio del vero declino, in quanto a varietà di fill Jesse è considerato un paio di gradini sotto Lee e devo dire che non hanno tutti i torti. Anche la batteria, nonostante dia una spinta incredibile all’insieme, non riesce a incidere come prima, facendo perdere un certo tiro alle canzoni; non tutto si può risolvere con doppio pedale e basta. 

Da queste righe sembrerebbe un disco mediocre, ma c’è un grosso ma: innanzitutto il mixing è esagerato. Davvero ben fatto ed equilibrato, non si viene soffocati dai bassi e anche i bass drop vengono abbandonati, elemento che in passato era un po’ inflazionato nelle canzoni dei Thy Art Is Murder. Il risultato sono delle chitarre cariche di medi che spingono nelle nostre orecchie, una batteria che segue di pari passo quanto fatto sulle sei corde e CJ che ci aggredisce con una prestazione sublime. 

Lesson In Pain” è una delle migliori tracce presenti in “Godlike:” veloce e spietata, con un ritornello melodico il giusto per non renderlo melenso, con la corretta dose di break-down mischiati a un assolo non troppo esaltato, ma che accompagna nel modo corretto lo scorrimento del brano. Un’altra canzone di spessore è “Corrosion” a fine tracklist, che ti costringe così a rimanere sull’attenti fino alla conclusione del disco. 

Ed è proprio questa miscela che rende l’album davvero godibile e di un certo livello, con le sue pecche dovute al riciclo di alcune scelte stilistiche, ma che nel complesso portano ad avere un suo marchio di fabbrica ed un sound super riconoscibile. I Thy Art Is Murder hanno trovato la formula, come tante altre band, e per questo non osano più ma limano diversi loro aspetti per migliorare quello che già sanno fare. Bisogna solo capire che futuro li aspetta, tolto l’aspetto di come sarà “cantato” il prossimo disco, perché basterebbe un attimo per ritrovarsi a essere la copia di sé stessi a livello musicale.

Etichetta: Human Warfare

Anno: 2023

Tracklist: 01. Destroyer Of Dreams 02. Blood Throne 03. Join Me In Armageddon 04. Keres 05. Everything Unwanted 06. Lesson In Pain 07. Godlike 08. Corrosion 09. Anathema 10. Bermuda
Sito Web: https://www.thyartismurder.net/

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