Thrash Of The Titans: Live report della data di Trezzo Sull’Adda con Testament, Obituary, Destruction e Nervosa

Passa dal Live Club di Trezzo sull’Adda la tappa italiana dell’acclamato Thrash of the Titans Tour, un evento così atteso dai fan nostrani da essere sold out ormai da oltre un mese. La serata ha ampiamente confermato le aspettative generate dall’entusiasmo del pubblico. Il Thrash of the Titans Tour non è solo una celebrazione nostalgica: è la dimostrazione che thrash e death metal possono ancora infiammare i palchi di mezzo mondo con la stessa forza di sempre. Sul palco si sono alternate quattro band, ognuna con una storia diversa, ma unite da un elemento comune: l’energia primordiale che rende un concerto metal autentico un’esperienza ancora imbattibile per chi si riconosce nel culto.

NERVOSA

Si comincia in perfetto orario con l’esibizione delle Nervosa, nel ruolo della “cenerentola” al cospetto delle altre tre grandi band in scaletta stasera, ma non per questo meno determinate a lasciare il proprio marchio sullo show. Puntuali e taglienti come una scarica d’adrenalina, le Nervosa salgono sul palco quando il locale è già ben gremito.

Prika Amaral, unica superstite della formazione originaria, tiene saldamente le redini con autorità e carisma, alternando uno scream feroce a riff che sanno di catrame e rabbia. Il suono è diretto, moderno ma sempre fedele alla tradizione thrash, arricchito da innesti death che ne potenziano ulteriormente l’impatto.

La sezione ritmica martella senza tregua e il lavoro delle chitarre costruisce un muro sonoro compatto e aggressivo. Bastano pochi brani per capire perché le Nervosa si siano guadagnate il rispetto anche dai puristi: sono autentiche, affilate e suonano con una grinta inappuntabile.

“Seed of Death” e “Kill the Silence” vengono accolte con entusiasmo dai più fedeli thrasher delle prime file, ma anche il resto della platea, ormai stipata, partecipa con headbanging sincronizzato e grida di approvazione. Quando Prika incita il pubblico a dare ancora di più durante l’inno thrash “Jailbreak”, ancora una volta la risposta è immediata: un apprezzamento che raramente si vede tributare ad una band di apertura.

DESTRUCTION

Dopo un rapido cambio palco, è il turno dei “navigati” Destruction. Schmier guida la carica con il suo inconfondibile ringhio teutonico e un basso che vibra come un’arma a ripetizione. Le prime battute di “Curse Of The Gods” scuotono la sala come una scarica elettrica, trascinando il pubblico in un turbine di riff serrati, cori da urlare all’unisono e pugni levati al cielo. La batteria di Randy Black sembra posseduta da un metronomo impazzito, mentre i chitarristi Damir Eskić e Martin Furia incrociano le chitarre in una tempesta di riff, dimostrando che la formula del thrash tedesco, quando eseguita come si deve, non ha rivali in fatto di energia.

I nuovi pezzi dall’album Birth of Malice si inseriscono con naturalezza tra i classici immortali, confermando come la band sappia ancora produrre qualità, senza snaturare il proprio sound. “Nailed to the Cross” fa cantare l’intera platea, “Mad Butcher” scatena il pogo e “No Kings No Masters” diventa uno slogan dal chiari messaggio politico, con Schmier che tuona contro il caos creato dai potenti del mondo. La risposta del pubblico è entusiasta, e lo stesso frontman non manca di ringraziare più volte le prime file per la grande partecipazione.

Il set si chiude, dopo circa quaranta minuti, con la recente “Destruction”, lasciando la sensazione che molti tra il pubblico avrebbero volentieri ascoltato qualche pezzo in più. Complimenti quindi alla band, che ancora una volta si conferma essere una macchina da guerra: precisa, feroce e incredibilmente coinvolgente dal vivo.

OBITUARY

Quando le luci si abbassano di nuovo, l’atmosfera diventa quasi sacrale. Una cortina di fumo invade la sala, il suono di una chitarra lenta e slabbrata serpeggia nell’aria: gli Obituary sono pronti.
Il loro ingresso è una dichiarazione di intenti: nessuna teatralità, nessun fronzolo, niente effetti speciali. Solo cinque personaggi dall’aria minacciosa che incarnano l’essenza del death metal della Florida.

John Tardy emerge dall’ombra come uno sciamano: urla, gesticola, si piega su se stesso, quasi stesse ad annunciare che la fine dei tempi è ormai vicina. Dietro di lui, il fratello Donald picchia la batteria con una precisione irreale, scandendo con la sua ritmica l’intero andamento dello show, mentre Trevor Peres costruisce riff lenti, fangosi, con quella distorsione cavernosa che ha definito un intero genere. Terry Butler e Kenny Andrews completano il quadro, contribuendo in modo impeccabile a creare quel groove viscerale capace di trascinare anche i meno avvezzi al suono death.

Il suono degli Obituary non è solo pesante dal punto di vista stilistico, ma dal vivo lo diventa letteralmente e “fisicamente”. Ogni nota è un colpo allo stomaco, ogni pausa un respiro che rallenta. Quando, nel nucleo centrale della scaletta, partono i brani storici del mastodontico Cause of Death, il pubblico capisce di assistere a qualcosa di veramente speciale. Il palco, immerso nel fumo, diventa un paesaggio apocalittico, John Tardy ringhia con un sorriso beffardo, mentre le prime file esplodono in un delirio collettivo, tra circle pit e crowd surfing. “Body Bag” e “Chopped in Half” sono pura catarsi, ma l’intensità dello show resta sempre altissima, fino alla conclusione gloriosa di “Slowly We Rot”. Una sola parola per loro: devastanti!

TESTAMENT

A chiudere la serata sono i leggendari Testament, pilastri indiscussi del thrash californiano. Quando cade il telo che nasconde il palco tutto si accende all’improvviso, il fumo avvolge la band e l’assalto comincia con la brutale “D.N.R. (Do Not Resuscitate)”: un’apertura micidiale che mostra subito quanto la macchina sia ancora una volta perfettamente rodata e affamata di violenza sonora. Chuck Billy incita la folla, che risponde con un headbanging serrato, mentre Eric Peterson e Alex Skolnick macinano riff e assoli di incredibile precisione, confermando tutta la loro maestria tecnica.

Il set, come prevedibile, scorre tra classici e composizioni più recenti e la scelta di alternare vecchio e nuovo si dimostra comunque azzeccata e mantiene alta la tensione. Sia “WWIII” che “Practice What You Preach” ad esempio ricevono il giusto e tributo nel mosh pit, dimostrando la familiarità di buona parte del pubblico con i brani dell’ultima parte della discografia. Tra questi due sono le canzoni dal nuovo Para Bellum, “Infanticide A.I.” e “Shadow People”, ed è soprattutto la prima a venire accolta con entusiasmo dai fan. Facile pensare che sarà un nuovo piccolo classico che rivedremo spesso in scaletta.

Tra le canzoni meno comuni pare giusto segnalare il rientro in setlist della ottima “Sins Of Omission”, davvero coinvolgente ed eseguita anch’essa alla perfezione, per la gioia di una platea palesemente soddisfatta da quanto sta ascoltando. Da non trascurare neanche la possente “Native Blood”, che accende la luce sulla notevole prestazione di Chris Dovas alla batteria, si tratta infatti di un innesto vincente che ha portato nuova linfa alla band e che insieme a Steve DiGiorgio consolida una base ritmica eccezionale.  

Non mancano momenti più melodici: “Return to Serenity”, ma anche “Trail Of Tears”, rallentano il ritmo e regalano a Skolnick spazio per assoli limpidi e armonici, mentre Billy alterna passaggi potenti a toni più intimi, creando un contrasto che arricchisce l’intensità emotiva del concerto.

La chiusura, dopo la più grooveggiante “Electric Crown” è affidata alla veloce e brutale “Into the Pit”, un’autentica dichiarazione di thrash attitude senza compromessi: l’esplosione di energia è fragorosa, il pogo incessante e cori del pubblico accompagnano la band fino al sipario finale e ai saluti di rito. In circa un’ora e un quarto, i Testament hanno dimostrato di non aver perso nulla del loro fascino e della loro potenza sul palco. Ogni pezzo, dai classici agli inediti, è stato eseguito con precisione chirurgica e passione palpabile, regalando una performance indimenticabile ai tanti fan accorsi per celebrare una delle band più iconiche del Bay Area thrash metal. Una conclusione straordinaria per una di quelle serate a cui è difficile trovare punti deboli.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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